«A me me piace o blues»

3 05 2012

Pino Daniele sabato a Bologna con il suo tour:«È il mio modo di proporre le cose con l’anima»

Il mondo (il suo, ma che potrebbe essere anche il nostro) riassunto e rinchiuso magicamente in poche parole, in una frase aforistica, scivola fuori da ogni suo testo. E ti spalanca l’orecchio della fantasia, trascinandoti dentro tutte le sue canzoni. Lentamente. È questa la forza (diciamo una delle) di Pino Daniele. Dall’arpeggio di una chitarra acustica (in questo caso il sound riverberato di una Larrivée artigianale) che introduce magari la promessa d’amore di I Still Love You, track che chiude il suo ultimo disco «La Grande Madre» (edizioni Blue Drag) fino al tiro sculettante di un (e peschiamo a caso fra i tanti suoi piccoli capolavori) A me me piace o blues, Pino Daniele è l’impressionista di un mondo quotidiano («Io faccio una vita come tutti gli altri, niente di speciale», vuole specificare. «In fondo è quella che racconto»), che sa descrivere mirabilmente. In un modo che è solo s-u-o. Che mischia melodie da occhi umidi nelle ballad, dove la musica diventa il luogo dei pensieri struggenti, e refrain da fare invece i salti sulla sedia nei pezzi up ed elettrici. Con testi da una evocativi, lontani, di un romanticismo antico e cullante e dall’altra di sana «rabbia». Solare. Graffiante.
Pino Daniele sarà sabato al Manzoni (ore 21) per una tappa del suo «La Grande Madre Tour», con un formidabile e affiatato gruppo formato da Rachel Z (pianoforte), Gianluca Podio (tastiere e archi), Solomon Dorsey (basso), Omar Hakim (batteria).
Lei nella vita è nostalgico come alcune sue canzoni?
«Sì, ma nemmeno troppo».
Quanto conta il passato, il suo passato musicale intendo, nella sua vita. Si guarda spesso indietro?
«Il passato è importante per capire chi sei, cosa hai fatto. Sono nato musicalmente in un periodo storico che è stato un momento artistico molto fertile. Penso a Guccini, Battiato, Fossati…»
E il futuro?
«Il futuro per me è la voglia di cambiarsi, rinnovarsi, rimanendo nel fondo dell’anima coerenti però con se stessi».
Di cosa va fiero Pino Daniele?
«Del mio rigore, del modo serio e rispettoso che ho di proporre la musica». E la musica cos’è per lei? «Un codice per arrivare agli altri».
Quali sono le cose che stimolano maggiormente il suo immaginario? Lei è un cantore del mare, spessissimo presente nei suoi testi.
«Il mare, certo, ma non solo. Aggiungerei anche lo sguardo positivo su tutte quelle che sono le avversità della vita».
È un ottimista?
«Non sempre. Essere pessimisti a volte aiuta a trovare la via giusta. Pensi al peggio per arrivare al meglio».
Qual è la canzone con la quale Pino Daniele si identifica maggiormente?
«Senza dubbio Napule è. È la canzone dedicata alla mia città».
A proposito della sua città, Walter Benjamin la paragonava a una spugna che assorbe tutte le culture e che le ritrasforma in qualcosa di nuovo, di originale. Quali sono state le culture che lei ha assorbito?
«Prima di tutto la musica angloamericana degli anni Settanta, poi la musica barocca del 500 e del 600 e le canzoni napoletane. A proposito del mare che lei citava, è stato proprio il mare a portare a Napoli la musica araba, quella spagnola, a rendere Napoli quello che è, nel bene e nel male».
Qualche nome di classici?
«Gesualdo da Venosa, Pergolesi, Paolo Francesco Tosti… e tra i classici ci metto anche le canzoni napoletane del 600. Forse in un’altra vita ho vissuto proprio in quel periodo, facendo magari il pizzaiolo (risata, ndr)».
C’è una parola che compare spesso nelle sue canzoni: blues. E compare anche come struttura sulla quale costruisce a volte i suoi brani.
«È vero, la struttura del blues la usiamo anche perché improvvisiamo molto. Ogni concerto è diverso dagli altri».
Per lei, strutture e musica a parte, cos’è il blues?
«Un modo di proporre le cose con l’anima».
In cosa crede lei soprattutto?
«Nella disciplina della musica. La musica è tutta la mia vita e spero di poterla continuare a fare fino al mio ultimo respiro».
Ci sono luoghi particolari dove le vengono le idee per le sue canzoni?
«Mi faccia pensare… No, direi di no».
I tempi della sua scrittura come sono?
«Dipendono dal mio stato d’animo. Posso passare mesi senza scrivere nulla e poi lavorare febbrilmente. È un po’ come vivere alla giornata. Vado spesso a braccio».
Tagli, cultura… domanda d’obbligo insomma.
«Il sistema non aiuta la musica. Ci dovrebbero essere più possibilità di suonare e di imparare per i giovani. Devono poter capire che si può ancora fare i musicisti. Devono crederci. Abbiamo bisogno di cultura. Dalla cultura dipende la serenità e la pace di un popolo».

 

di Helmut Failoni





Pino Daniele, con La Grande Madre suona la riscossa del Naples power

22 03 2012

Pubblica “La Grande Madre”, il primo cd senza major e canterà in tutto il mondo: “Le mode non mi piacciono, rimango un pesce fuor d’acqua”

 

C’è, in effetti, un entusiasmo nuovo nel disco di Pino Daniele. E forse nella musica che ora gira intorno a Napoli. Dopo la ribellione, il successo, le liti, ecco la capitalizzazione: i grandi nomi napoletani, da lui fino a James Senese ed Enzo Avitabile passando per Raiz e i rampanti A67, hanno più voglia di confrontarsi e soprattutto più voglia di far correre le idee, magari scambiandosele senza rivalità o addirittura esportandole.

Uè, guagliò, qui tira aria nuova, direbbero al Porto di Napoli dov’è nato Pino Daniele e dove ha pure imparato a suonare la chitarra. È stato per decenni un cantante chitarrista. Adesso, si capisce, è un chitarrista che canta (con limiti di estensione e colore vocale ma fa lo stesso). Comunque differenza non da poco. Lui ieri ha festeggiato i 57 anni presentando La grande madre, undici canzoni nuove e una nuova solo a metà perché Wonderful tonight è un brano di Eric Clapton cui Pino Daniele ha tradotto il testo in italiano: «Eravamo insieme a Cava dei Tirreni, volevo suonare questo suo brano e allora gli ho chiesto: senti, e se scrivessi nel testo due righette in italiano? Si è messo a ridere e così è nata questa canzone».

Insomma, c’è aria nuova perché erano anni che questo pazzariello non impacchettava tanta varietà viva in un solo disco. Molti signori ospiti, da Mel Collins al sax fino a Omar Hakim alla batteria. E uno slancio onnivoro che nel ricamo chitarristico di Niente è come prima oppure nel calore vesuviano di ’O Fra trova due punti di snodo. «Per me la Grande Madre è il sangue misto della musica, il cordone ombelicale che ci lega ai quattro elementi del pianeta» scrive lui un po’ aulicamente sul libretto del disco. E, se questo è il miglior disco di Pino Daniele da un bel po’, forse dipende dalla libertà, visto che arriva da indipendente per la Blue Drag, etichetta che prende il nome da un brano di Django Reinhardt degli anni Quaranta.

E comunque «nel mondo di oggi io mi sento sempre un pesce fuor d’acqua», spiega lui. E allora il merito di questa scossa vitale sarà anche, certo, di quella maledetta, o benedetta, insoddisfazione che impedisce di cadere nel letargo creativo. O che almeno prova ad evitarlo. «Non mi piacciono i cambiamenti nel mondo della musica, non voglio scriver canzoni solo per cellulari» ha detto ieri in mezzo a una gragnuola di dichiarazioni, dall’elogio di Monti alle critiche alla Sony («Dopo Electric Jam ho inciso Acoustic jam ma non me l’hanno neanche pubblicato»), dall’importanza di ridare valore sociale alla musica fino all’istinto competitivo che sempre più giovani («come mia figlia di 15 anni») collegano alla musica.

Compiendo gli anni, ieri Pino Daniele si è tolto fuori dal tempo: e continuerà a suonare come gli va e chissenefrega delle nuove dinamiche discografiche. Perciò stavolta si esibirà in tutto il mondo, Stati Uniti compresi, perché «dell’Italia si conosce soltanto il bel canto, in realtà qui facciamo grande blues rock o jazz, insomma musica moderna». E, attenzione, non vuol dire nulla se nella scaletta degli show ci saranno più canzoni in napoletano perché «non è detto che io scriva ancora in napoletano. La nostalgia ti frega, e io non voglio perdere il confronto con le cose belle che ho fatto in passato». Sganciarsi dal passato (o celebrarlo, come fa la Frontiers Records, che pubblica giganti hard rock). In fondo, è la nuova fase del Naples power, ossia di quella corrispondenza di amorosi sensi tra artisti napoletani che da metà Settanta ai Novanta ha fatto gridare al miracolo. La new wave del Naples Power. Con tanta voglia di esportazione (e nessun cromosoma in comune con i neomelodici).

Enzo Avitabile pubblica Black tarantella nel quale accompagna con il sax anche David Crosby o Bob Geldof. James Senese ha appena dato la scossa spiegando (nel titolo del disco) che «È fernut ’o tiempo», è finito il tempo. Dell’isolamento. Orgoglioso. Ma assai snob. E da anni Raiz, l’anima vagabonda degli Almamegretta, mescola, contamina, prova a incontrarsi extra moenia, lontano dal Vesuvio.Forse, anche se sul mercato il rilievo non è quel granché, a dettare il tempo è stato anche il disco di quei rockettari di Scampia, gli A67 trasversali e senza confini, che guardacaso si intitola Naples Power. Raccoglie il fior fiore della napoletanità, da Tony Esposito a Teresa De Sio, dai 99 Posse a De Piscopo e Nuova Compagnia di Canto Popolare. Ed è il segno che, guagliò, si respira finalmente aria nuova.

 

di Paolo Giordano





Pino Daniele: io al San Carlo? Perché no

21 03 2012

“Sarebbe emozionnte. Napoli punti su Forum e regate. Avitabile? Il più grande conoscitore di parlesia…”

Jeans, scarpe da ginnastica e una chitarra in mano, così come ritratto sulla copertina del suo nuovo album «La Grande Madre», nei negozi da oggi, martedì. Pino Daniele si rimette in «viaggio» e questa volta lo fa da solo, da indipendente, con la sua etichetta discografica Blue Drag. Dopo averlo ammirato l’estate scorsa allo stadio di Cava de’ Tirreni al fianco di Eric Clapton, il «mascalzone latino» il 31 marzo e il 1° aprile sarà in concerto al Palapartenope. Scrive nelle note introduttive del disco che: «La Grande Madre è il sangue misto della musica… l’Africa per me è la grande madre, come la mia terra, il Sud tutto, i Sud tutti».

La grande Madre è anche Napoli? Una Madonna nera ancora tutta da scoprire?
«Certo, ciascuno di noi può interpretare quel che sente, come quando in cielo osserviamo una nuvola che acquista forme diverse nell’anima di chi la guarda. La madre è la nostra generatrice ma anche la generatrice dell’etnia che noi viviamo quotidianamente».

Etnie, radici, tradizioni, che negli ultimi anni sembrano confondersi tra loro, massificandosi.
«Purtroppo è proprio così, un fenomeno inarrestabile. Già nel ‘97 lanciai quest’allarme o meglio questa considerazione».

C’è un rimedio?
«Ma, non saprei, credo che ciascuno di noi dovrebbe cercare una zona riservata per tirare fuori e preservare le proprie etnie. La Grande Madre è la ricerca dell’energia generatrice, è la Terra che noi dovremmo rispettare, aiutare e conservare, con piccoli sforzi».

Sono mesi che Napoli prova a rimettersi in sesto con una nuova amministrazione cittadina. La Napoli del futuro può essere quella del Forum delle Culture o dell’America’s Cup? Avverti quest’aria di cambiamento pur vivendo a Roma?
«Sì, l’ho avvertita con l’arrivo del nuovo sindaco: vedo qualche miglioramento e un’energia positiva. Attenzione, parlo di cambiamento e non di crescita perché Napoli è già una grandissima entità che in questo momento aveva bisogno di un sindaco come de Magistris, così come una volta è stato con Bassolino».

Bassolino?
«Proprio così, non gettiamo sempre via le cose passate. Noi napoletani ‘na vota l’aizzamm in cielo e dopo ‘e vuttam ‘nterra, un attimo prima sono i nostri eroi, un secondo dopo i nostri nemici; anche a Maradona è successo, forse sono l’unico che per ora si è salvato».

Come dice il proverbio, «passato il santo passata la festa»?
«Esatto, Napoli ha vissuto un momento politico difficile con un governo centrale che remava contro e che si faceva vedere in città solo durante le varie emergenze e per farsi un po’ di pubblicità. Anche Roma, Milano, hanno le loro difficoltà. Non sopporto che di Napoli si pubblicizzi solo ciò che è negativo. Bisogna capire che ci saranno sempre momenti belli e brutti, personaggi comodi e scomodi, è un equilibrio da trovare. Speriamo che il Forum e le regate migliorino anche la città».

Verrà a vedere qualche regata?
«C’è Mascalzone Latino? No? Vi rendete conto. Che peccato, una barca napoletana che poteva gareggiare in casa, un’occasione persa: siamo proprio rovinati, questa è la dimostrazione della grande crisi mondiale».

Ha suonato in piazza del Plebiscito e allo Stadio San Paolo. Ma ha mai pensato di organizzare un evento al San Carlo?
«Sto valutando l’ipotesi, sarebbe davvero un’esperienza molto emozionante, devo però sentire una sintonia, un’occasione giusta».

Nel tour «Vai mò» nel 2008 richiamò gli amici Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Rino Zurzolo, James Senese, Joe Amoruso. Oggi, dopo un po’ di tempo si è ritrovato con Enzo Avitabile, risuonando anche con lui nel brano che apre il suo nuovo album «Black Tarantella» intitolato «E’ ancora tiempo». I veri e vecchi amici resistono al tempo e nel tempo?
«Direi di sì. Enzo ha fatto parte della mia storia. Ci conoscevamo da prima del disco "Terra mia"; eravamo adolescenti quando facemmo un gruppo insieme, i Batracomiomachia. E’ lui ‘o Viciè a cui mi rivolgo nella canzone "O frà", anche perché bisogna che si sappia che Enzo è il più grande conoscitore di Parlesia, per questo gli ho chiesto una scheda su questa lingua misteriosa che poi ho pubblicato nel disco. Ci siamo persi di vista negli anni, ma l’affetto è rimasto. Noi napoletani abbiamo il vizio di inciuciare tra di noi, ma anche questa è una forma di affetto e di bene».

 

di Carmine Aymone





Pino Daniele: "Salviamo l’arte"

19 03 2012

L’artista napoletano esce con “La Grande Madre” disco di inediti che racconta le anime blues e jazz, italiane ed europee. Dodici canzoni che fanno sognare e pensare.

Due anime che si incontrano. Quella blues e quella jazz. Quella europea e quella italiana. E a fare da collante Napoli. La città che Pino Daniele tanto ama e che intride le sue musiche anche quando non canta il dialetto. Si intitola La Grande Madre il suo ultimo lavoro ed è il primo che si auto-produce. Sky.it lo ha incontrato in occasione della presentazione di questo album ricco e complesso, suadente e soave.
Pino Daniele poco napoletano ne La Grande Madre.
Temo il confronto col passato.  Ma quando mi viene non le reprimo, come con ‘O Fra.
Difficile la lingua, eh?
Ormai ho superato lo scrivere in italiano o inglese.
Basta pensare alla collaborazione con Eric Clapton.
Quando, nell’estate 2011 a Cava dei Tirreni gli ho chiesto di fare la sua Wonderful Tonight con l’inglese non me la cavavo granché e dunque la ho tradotta in italiano.
Ogni sua canzone è un viaggio.
Lo conferma la cover del disco: sono sempre pronto a partire con la mia chitarra.
Nelle canzoni si legge un senso di smarrimento.
E’ vero. Io e quelli della mia generazione non ci troviamo in QUESTa società senza valori.
Cosa non va?
L’Italia è un paese d’arte ma non si investe. I media dovrebbero trasmettere anche emozioni e non solo parlare di fatti.
Ma la gente ha ancora voglia di arte?
Molto e la sa riconoscere. In Germania hanno premiato i fratelli Taviani e negli Usa The Artistperché hanno letto in entrambi i casi l’arte.
Cosa le manca della sua Napoli?
Eduardo, Troisi e l’esperienza di Napoli Centrale. Per citare tre esempi.
Questo è il suo primo disco auto-prodotto?
Era stufo di confrontarmi con persone che non capiscono di musica. Mi sono consultato con Renato Zero che mi ha spiegato e convinto.
Oggi è facile fare musica?
Ci sono meno opportunità di una volta. Si è moltiplicata la competizione.
Che bisogna fare?
Studiare di più. Non bisogna correre per essere i migliori bensì per trovare un modo originale per farsi riconoscere.
Searching for the Water Life sostiene la onlus Save the Children .
E’ il minimo. Spero di poter andare in Africa da questi bambini un giorno. Ma già oggi dico che anche solo mille, millecinquecento euro sono un dono prezioso.

 

di Fabrizio Basso





«Non posso suonare il blues di fronte a maestà Clapton»

17 06 2011

Pino Daniele inizia le prove per l’appuntamento di Cava de’ Tirreni.

La scaletta, da “Quando” a “Cocaine” da “Crossroads” a “Napule è” e un gran botto finale insieme

Pino DanieleEric ClaptonUn tempo si era definito così: «Sono un cantante di blues/ che non si ferma per niente al mondo/ porto i miei anni nei jeans/ e qualche volta ho toccato il fondo». Ma ora mette da parte la sua anima di uomo in blues, assoli compresi: «E che faccio, mi metto a suonare il blues di fronte al suo dio bianco, Eric Clapton»? È un Pino Daniele raggiante quello che si prepara a iniziare le prove per il concerto-evento del 24 giugno allo stadio Simonetta Lamberti di Cava dei Tirreni, oltre 13.000 biglietti già venduti, un successo in quest’estate di crisi in cui persino i Coldplay se ne sono andati dall’Italia con le pive nel sacco. Allora, Pinotto, che concerto vedremo? «Un concerto all’antica, di buone vibrazioni, come si diceva una volta. Un concerto che a me piacerebbe anche da spettatore, sai che roba quando nella notte di Cava si alzeranno le note della chitarra di Slowhand alle prese con ”Cocaine” e con ”Crossroads”?». Una o due band sul palco? «Una: Steve Gadd alla batteria, più i claptoniani Chris Stainton alle tastiere e Willie Weecks al basso e i danieliani Gianluca Podio al pianoforte e le tastiere e Mel Collins, un ritorno graditissimo, al sassofono». Parliamo di repertorio, allora: cosa farete? Che concerto ci aspetta? «Allora, io rinuncio per pudore a fare il bluesman e rimango mascalzone latino, musicante mediterraneo e lazzaro felice: è quello che interessa nella mia musica a Eric, che pure sa come io sia cresciuto ascoltando lui ed altri divini come Jeff Beck, Jimmy Page e Jimi Hendrix. Inizierò io con un set di cose mie, ci saranno dentro le emozioni di ”Quando” e ”Napule è”, poi lascerò il palco a Clapton, e poi il gran botto finale, quando…». Quando unirete le vostre chitarre per fare? «Non lo so, Eric arriverà qui il 21 o il 22, proveremo e vedremo cosa ci viene meglio. Gli ho detto: ”Maestro voglio solo che tu stia bene, che ti diverta”». Maestro? «In italiano, come le parole che contano nel mondo della musica. E come lo vuoi chiamare, altrimenti? Clapton è straordinario, ha accettato il mio invito, non certo soltanto per rendermi il favore di aver partecipato l’estate scorsa al suo ”Crossroads festival”: il favore l’aveva fatto lui a me, e l’ha rifatto ora, per amicizia e stima, ma soprattutto per la finalità benefica. Lui fa un sacco di eventi benefici, noi italiani siamo un po’ diffidenti, ma è importante. Con l’incasso di questo show aiuteremo l’assistenza clinica dei bambini malati di cancro del centro di oncologia pediatrica del Pausilipon di Napoli, ma sosterremo e finanzieremo anche altre attività, sempre in Campania, sostebute dall’associazione Open Onlus. C’è un Sud che resiste, che lotta a fianco di chi soffre. È il mio Sud. C’è una Napoli che vuole rialzare la testa, è la mia Napule ’e mille culore». A proposito, messaggi per il neosindaco De Magistris? «Sofia Loren gli ha già chiesto di ”fare pulizia”, fisicamente, ma anche metaforicamente. Io ho una richiesta di quelle che non possono essere nel programma dei suoi primi cento giorni, quante cose più importanti avrà da fare, ma che pure contano per la nostra città, se non vuole smettere di essere capitale di cultura. Vorrei che il sindaco pensasse che io sono felice di suonare a Cava, di portarci Clapton e le migliaia di italiani che, da tante regioni, arriveranno nello stadio. Ma che saremmo tutti più felici se Napoli potesse ospitarci la prossima volta, se la musica avesse una casa, magari più case, sia all’aperto che al chiuso. E, più in generale, se si pensasse che c’è bisogno di una politica culturale che valorizzi l’altissima alfabetizzazione musicale partenopea. La musica è volano culturale, ma anche lavoro, contrasta Gomorra come i finti valori ammannitici dalla televisione delle smutandate e dei violenti griffati. In fondo, se c’è un bel segnale che viene dall’ottima prevendita del nostro concerto, sta tutta qui: se sei credibile, se quando metti le mano sulla chitarra hai qualcosa da dire e la sai dire… beh non c’è moda o hit del momento che tenga, la gente starà sotto il palco ad emozionarsi con te».

 

di Federico Vacalebre





Lettera di Pino, dopo l’articolo su il Corriere della sera (3 giugno 2011)

5 06 2011

Sono profondamente amareggiato da quanto riportato dall’articolo del Corriere della Sera di ieri (3 giugno 2011), che ho accettato di fare solo per promuovere l’iniziativa di raccolta fondi del concerto “Pino Daniele ed Eric Clapton” il 24 Giugno a Cava de’ Tirreni, evento a beneficio dell’associazione OPEN ONLUS (associazione che si occupa
della raccolta di fondi volta a migliorare l’assistenza clinica dei bambini malati di cancro).
Mi sono ritrovato davanti ad un articolo sgradevole, pieno di controsensi e di presunte dichiarazioni a danno della mia persona e del mio modo di essere artista, il tutto per creare polemiche inutili e cose che non hanno senso; ma come si può credere che Pino Daniele possa dire “io non sono figlio di Napoli”.
Questa è la peggior cosa che sia stata scritta su di me, io devo tutto alla mia città: il mio linguaggio, il mio modo di suonare… dopo il percorso di tutti questi anni mi sembra una cosa ridicola da scrivere.
La verità è che il “nuovo giornalismo” necessita regole precise che richiamano la polemica per attirare l’attenzione con dichiarazioni e titoli eclatanti.
Il mondo dei Talent Show non mi appartiene e non ho assolutamente attaccato artisti come Marco Carta o Annalisa Scarrone, che non conosco e non mi permetto di giudicare; personalmente non ho mai partecipato a nessuna competizione canora o musicale, perché la mia formazione culturale mi porta a credere in una musica che esprime socialità sana e non concepisco una palestra di talenti. Io da buon garibaldino amo il Sud e Napoli più di ogni altra cosa al mondo, esisto grazie a quella cultura che cercherò di insegnare ai miei figli.
Chiedo scusa a tutte le persone che hanno letto quell’articolo e che abbiano potuto pensare che io sia così; spero che il giornalista non me ne voglia, ma imparasse a rispettare chi ha talento e lavora duramente per delle giuste cause e di non pensare solo al resoconto personale per il suo bisogno di fama; ci vediamo a Cava de’ Tirreni stateme ‘bbuon guagliu’!

 

Pino

fonte: pinodanieleonline.it








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