Stasera suonerà a Roma. Intanto parla dei partiti, di D’Alessio e Maradona


Pino Daniele

«Napoli come Calcutta nel degrado dell’Italia»

Esistono due versioni ufficiali di Pino Daniele. La prima è quella dell’uomo indolente, senza troppa voglia di parlare: il teorico del “chi se ne fotte”. La seconda è quella del comunicatore appassionato, a volte scomodo e quasi sempre ridanciano. Che ti mette in mezzo in un batter d’occhio: gira attorno al tuo cognome e ti chiede se per caso tu abbia delle origini gitane. Che io sappia, no. Devo consultare l’albero genealogico? «Beh, i nomadi Manouches discendono dal più antico ceppo zingaro, e da seicento anni si sono stabiliti nell’Europa occidentale». Venivano dall’India. «Nel secolo scorso la loro presenza più forte era nella regione della Loira». Giravano con carretti trainati da cavalli. «E intorno agli anni Trenta l’immenso chitarrista Django Reinhardt elaborò uno stile nuovo, tra jazz, swing e folk, partendo dalle sue radici Manouche». Non sono parente di Django. «Ancora oggi in tutta la Francia si organizzano festival di quella musica gitana, lungo i fiumi, sui battelli. Suonano, e se ne fregano delle implicazioni del marketing. Esprimono il puro, meraviglioso piacere di essere dei musicisti». Questo per dire che… «Che l’industria del pop ha perso questa spontaneità, questo entusiasmo. Oggi impera la pianificazione. In pochi si gustano il privilegio di dedicarsi a uno strumento. Stasera io e la mia band concluderemo la prima parte del tour, al Palalottomatica di Roma, e come ospiti avremo Giorgia e Noa, le mie voci femminili preferite. Poi in estate ci esibiremo negli anfiteatri, ce ne andremo all’estero. Sempre con la voglia di sentirci un po’ speciali. Io non voglio adattarmi a questi tempi così freddi e computerizzati. Insisto nel mio percorso, con umiltà e serietà. Offro qualità. Dopo trent’anni di carriera chi ama Pino Daniele venga ad ascoltarlo dal vivo, non lo cerchi su internet o negli spot pubblicitari». Come fanno tanti suoi illustri colleghi. «L’industria sta cercando nuove strade per non far morire i supporti musicali: i cd agonizzano. Ma sono strategie che competono ai businessmen, non agli artisti. Io voglio concentrarmi sulla chitarra: non sono una rockstar come Mick Jagger, che sul palco ormai sembra Frankenstein, con tutte quelle rughe. O Keith Richards, che regge certi sforzi solo grazie alle…cure adatte». Il ricambio del sangue. «Tanto di cappello ai Rolling Stones, ma io non sono più un eroe da stadio. Sono un musicista, libero di imparare cose nuove, e di suonare finché campo. In Italia, e forse non solo, non c’è più attenzione per il valore delle sette note. Mancano le trasmissioni adatte, in tv come in radio. Certe figure si impongono più per i fatti di costume che per i loro dischi». Gigi D’Alessio dice: “Daniele può continuare a pubblicare cd solo perché siamo nella stessa casa discografica. I miei guadagni garantiscono il suo lavoro”. «Non mi sembra assolutamente una cosa carina. Ma non sarà né il primo né l’ultimo a parlare di me in un certo modo. Occorrerebbe più rispetto. Di questo signore conosco la vita privata, ignoro le opere». Ha poi aggiunto: “però potrei invitare Pino a cena, diventeremmo amici”. Lei accetterebbe? «Dipende da come cucina». Il problema è il menu? «Mettiamola così: dei miei fatti personali la gente sa poco. Non voglio peccare di narcisismo o sembrare presuntuoso, ma di Pino Daniele la gente non apprezza il personaggio, quanto piuttosto la musica. Non ho mai voluto coltivare la logica dell’immagine, non ho cercato vantaggi dalla televisione, non ho alimentato gossip e scoop. È questo il problema: ai mass media interessano i nostri amori, non cosa abbiamo da proporre. Se invece la musica tornasse ad essere considerata un elemento culturale, questo Paese vivrebbe meglio». Sante parole. «In Italia non frega un accidente a nessuno della musica, della pittura, della letteratura. Alimentare la cultura equivale a consolidare la pace sociale, la serenità. Permette di proporre dei valori condivisi alle famiglie. Viviamo invece in una bolgia, in un caos interiore dove non ci si ascolta più». Sono passati decenni da “Napule è”. Una metropoli come “’na carta sporca”. «E in tutto questo tempo non sono riusciti a risolvere nulla. Anzi, il degrado è ai livelli di Calcutta. La gente non ha più fiducia nelle istituzioni. Destra e sinistra devono sedersi attorno a un tavolo e proporci delle soluzioni durature. Che Dio ce la mandi buona. Mi ha fatto male l’altro ieri vedere sui giornali Bassolino sopra ai sacchetti di spazzatura, davanti ai turisti che scattavano foto e ridevano. Antonio è uno che ama davvero Napoli, e parlo dell’uomo, non del politico. L’opposizione non deve deriderlo, perché un giorno potrebbe gestire la stessa grana». Ma come è stato possibile accumulare quella montagna di rifiuti? «Ci sono interessi particolari, movimenti sulle società, appalti. Cose più grosse di me: e anche se sapessi nei dettagli come è accaduto, non andrei a dirlo in giro: sono solo un artista. Di certo, questa situazione incrementerà il divario tra Nord e Sud». Al Nord la accolgono sempre bene? Con Bossi, a suo tempo, aveva avuto uno scontro legale. «Mi rispettano e mi amano, perché mi propongo in punta di piedi, non sono un attaccabrighe. Sono stato intervistato anche da “La Padania”, ci siamo trovati a meraviglia. Non sono scortese con chi la pensa diversamente da me, anche perché non nascondo di essere stato di sinistra». “Essere stato”? Non lo è più? «Come ha ammesso anche Fassino, in questo momento la sinistra ha tante anime. A quale dovrei aderire? Per certi versi, mi piacciono tutte. Ma non sono più tempi di fazioni, di particolarismi: serve dialogo. E comunque preferisco l’impegno sociale». D’accordo. Ma il partito democratico? Che leader vorrebbe? «Rutelli: è uno che mi convince. Però, se devo dirla tutta, provo simpatia anche per Berlusconi». Cerchiobottista. «Alla fin fine, il Cavaliere avrà commesso grandi errori, avrà fatto cose bruttissime. Ma anche buone. Ecco perché serve quel famoso tavolo istituzionale». Le larghe intese. «È in gioco il futuro dell’Italia: non possiamo limitarci al ruolo di tifosi di questo o quello. Non siamo al derby». A proposito di partite: ieri nella sua Napoli c’è stata quella del Cuore. Tra i cantanti, anche quel Fabrizio Moro che pochi giorni fa ha detto che il capoluogo partenopeo sta peggio di Palermo. Che la camorra è più feroce della mafia. «Ammiro l’impegno di questo ragazzo, il suo tentativo di dare spessore alle canzoni: mi auguro solo che non lo colga la sindrome del profeta, che non vada alla ricerca della frase ad effetto, che continui a lavorare sulle emozioni senza caricarsi sulle spalle questioni così grandi». Tutti al San Paolo tranne lei. «Ci andai per la festa dello scudetto del Napoli: lo voleva Massimo Troisi, che era un ultrà sfegatato. Ed ero amico di Ciro Ferrara, di Maradona». Che pensa della parabola umana di Diego? «Resta un grande, anche se non ha saputo sottrarsi alle lusinghe di sesso, droga e rock’n’roll. È stata una popstar immensa. Il Mozart del pallone».

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Informazioni su Giorgio

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II / "PinoDanielomane" / appassionato di musica, qualsiasi genere essa sia

Pubblicato il 29/05/2007 su Interviste, Spettacoli, Tour. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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