Daniele: «Io, turista in incognito»


Prima del recital una passeggiata in città tra il Gambrinus e via Toledo «Camminavo indisturbato, però la voce l’hanno riconosciuta tutti»

Abbronzato, senza baffi, con gli occhiali scuri e il cappellino da baseball, in pantaloncini corti, Pino Daniele arriva a Capri dopo un blitz napoletano «in incognito» come non se ne concedeva da anni: «Ieri mi sono seduto al Gambrinus e, in pochi minuti, ho ritrovato l’essenza della città», racconta. «I disoccupati in corteo che si incrociavano con il passaggio di una processione religiosa, le signore bene che spettegolavano, i turisti con gli occhi sgranati… Visto che nessuno mi importunava ho preso coraggio, ho fatto due passi per via Toledo alla ricerca di un bel biscotto all’amarena, ma prima di trovarne uno davvero buono ho dovuto cambiare sette bar: erano troppo ”mosci”, il biscotto all’amarena deve essere croccante. Ma appena aprivo bocca e cominciavo a parlare, smettevo di essere in incognito». Quella voce inconfondibile, corroborata dalla passeggiata-ritorno a casa, riempie la Certosa di San Giacomo, cornice prestigiosa della serata del secondo Premio Musica Isola di Capri. Il mascalzone latino lo ritira dalle mani di Antonio Bassolino, tra Pasquale De Angelis, ideatore della kermesse, e l’amico Lello Esposito che per lui ha ideato un riconoscimento ad hoc, un po’ scultura e un po’ pittura, citando «Napule è» come «Terra mia». Ed è proprio da «Terra mia» che comincia lo spettacolo, diverso da tutti quelli del tour di «Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui». L’uomo in blues scalda l’ugola e soprattutto la chitarra, al suo fianco c’è Rino Zurzolo con il suo contrabbasso-orchestra, il suo suono che ha il calore/colore intenso e profondo del vino invecchiato come si deve. La ricerca del tempo perduto passa per «Sulo pe’ parlà» e «Appocundria»: «Il duende non sta nella gola, sale interiormente dalla pianta dei piedi», scriveva Garcia Lorca, ed è una notte di duende questa, la nostalgia canaglia è uccisa da un assolo di chitarra latina che rinnova e riscrive la melodia così amata e consumata quando, e torniamo al poeta spagnolo, la canzone non è più forma, «bensì midollo di forme, musica pura dal corpo leggero per potersi mantenere in aria». Sotto un cielo stellato, a un passo dai Faraglioni, «Chi tene ’o mare» è carezza d’acqua salata, abbraccio che costringe alla smorfia quando bagna le ferite: «Chi tene ’o mare, ’o ssaje, nun tene niente». Il piano di Gianluca Podio trasforma il duo in trio, aggiunge note blu al pop acustico-minimalista di «Pigro», «Occhi che sanno parlare», «Che male c’è», «Sarah», «Mareluna». Prima di «Napule è» Pino reclama per il titolo, se non di «portavoce di Napoli», almeno di simbolo dei napoletani della diaspora: «Da lontano alcune cose si vedono meglio, dobbiamo smetterla di acclamare un re per poi volerlo deporre. Ci sono uomini che hanno fatto molto per questa terra e qualcuno è qui», dice. Ecco «Napule è», riscritta sotto la luna caprese che non si vede, ma c’è, e si gode la malìa della nostra «Imagine», della nostra «Blowin’ in the wind». «Quando», «Quanno chiove» e «A me me piace ’o blues» sono l’ultimo duende, un canto libero e profondo, l’eco del sogno di una notte di mezza estate. Un bis, «Io per lei», poi il silenzio riconquista la Certosa.

 

di Federico Vacalebre

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Informazioni su Giorgio

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II / "PinoDanielomane" / appassionato di musica, qualsiasi genere essa sia

Pubblicato il 15/09/2007 su Concerti, Interviste, Musica, Spettacoli, Tour. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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