Pino Daniele, sono un musicista e vivo qui


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Gianluca: “Pronto, pronto… Pino, sono Gianluca”.

Pino Daniele: “Ah, ciao Gianluca, allora dimmi tutto“.

Gianluca: “Ok, ma prima voglio dirti che sei il mio idolo”.

Pino Daniele: “Eeeeh, no dai“.

Gianluca: “Ti ho visto, negli anni ’80, prima a Tropea e poi a Lamezia Terme”.

Pino Daniele: “Percorsi antichi, si – ride – adesso guardo avanti. Dopo tanti anni uno vuole anche fare qualcosa di nuovo. Oggi è difficile fare musica, diventa sempre più complicato“.

Inizia cosi la nostra chiacchierata. Parla con calma Pino Daniele, con la tranquillità di un artista che a 52 anni continua a fare musica, in una ricerca ininterrotta di generi nuovi, delle più svariate sfumature esperessive, miscelando rock, hip hop, blues, tradizione cubana e caraibica, musica etnica e latin jazz, con quella napoletana, attraverso un percorso sempre legato alle sue origini mediteranee.

cover_wallpaperDa “Terra mia” a “Il mio nome è Pino Daniele e Vivo Qui”. C’è un filo conduttore, a 30 anni di distanza tra i due album? E’ un voler ribadire il legame con le radici?

Il mio nome è Pino Daniele e Vivo Qui suona un po’ come… hai presente quando rapiscono i marines e carcano di “tirargli fuori” le cose e quello dice il suo nome, che è scritto sulla piastrina: “il mio nome è, tenente…“. Ecco, è la stessa cosa. In realtà io ho già detto tante di quelle cose. A volte mi sono ritrovato di fronte a situazioni che non hanno nè testa nè coda. Dopo tanti anni, venendo da una generazione di gente che voleva cambiare il mondo, uno poi si ritrova di fronte alla realtà, totalmente rivolta alla caccia all’intellettuale, a tutti quelli che hanno fatto cultura in questo Paese, che hanno cercato di cambiare qualcosa. Allora non mi domando più che cosa sta per succedere, ma prendo atto di quel che succede e cerco di reagire in modo diverso da quello di 20 anni fa, quando avevamo dei parametri, delle regole, dei valori. Oggi non ci sono, non c’è più niente di tutto questo”.

Quindi quasi un voler riaffermare…

“Riaffermare che io sono quello e cercherò sempre di essere quello. Non mi adatto ai tempi. Io già penso a domani, a quello che verrà fuori. Per me la musica è la mia vita. Non posso pensare la musica solo come intrattenimento o spettacolo. Sono riusciti a far diventare gli artisti spettacolo, io non ne faccio parte, sono un musicista. E’ diverso, è questo il concetto”.

Hai suonato con i grandi nomi della musica nazionale ed internazionale da Ralph Towner a Pat Metheny, da Chick Corea a Ramazzotti, a Giorgia, De Gregori e tanti altri. C’è qualcuno con cui ami lavorare in particolare?

“Mah. io ho amato tutti quelli con i quali ho lavorato. Ho sempre trovato una grande sintonia, altrimenti le collaboraizoni non venivano fuori. Non ho mai fissato contributi a tavolino, commerciali o di effetto sul pubblico. Sono stato uno dei primi a fare concerti di un certo tipo, collaborando con artisti come Richie Havens nel millenovecento… – ride – non ricordo quando (1983, ndr). Però, in realtà, ho sempre fatto le cose che sentivo fare, ho seguito la mia sintonia”.

Nei tuoi pezzi spesso parli d’amore. E’ una scelta commerciale, una vera fonde d’ispirazione o entrambe?

“Mah, è una fonte d’ispirazione sempre più difficile. E’ facile rtattare questo tema, informarsi. Ho visto che molti colleghi si formano leggendo libri, cercando di essere padroni del linguaggio. Hanno scritto grandi testi, hanno fatto grandi cose che, però, sono già sentite e risentite. In realtà l’amore è una cosa totalmente semplice che è complicato fare una canzone. E, quindi, alla fine diventa un altro tipo di approccio. Ritengo poi, sia più difficile scrivere una canzone d’amore che una “complicata”. Oggi ci sono artisti che vendono dischi con testi che parlano d’amore, ma non gliene frega niente della musica più a nessuno. Ormai vanno i fatti di costume”.

Dorina (la prima moglie) e Fabiola (l’attuale), le donne della tua vita sono state importanti per il tuo successo?

“La donna della mia vita è mia moglie Fabiola. Il passato è passato, non mi appartiene più. Sono quasi 20 anni che io e lei viviamo insieme. Sono foto-pino-danielepoi cose personali”.

Non volevo scavare nella tua vita privata, ma solo chiederti quanto siano state importanti. Per esempio, alle tue figlie Sara e Sofia hai dedicato canzoni bellissime.

“Tutte le persone che mi hanno amato e che ho amato e amo sono importanti. In questo momento è importante la mia famiglia, che mi aiuta molto a capire e a vivere. I figli soprattutto. In realtà la famiglia è lo specchio di quello che succede intorno, ed è intorno alla famiglia che bisogna cambiare delle cose. Cioè, mi sono accorto che bisognadare alle famiglie cultura. Se tu dai cultura dai serenità e quindi la possibilità di far comprendere i valori umani della vita”.

A proposito di figli, da buon napoletano ne hai avuti cinque. Una cosa bellissima e allo stesso tempo difficile da gestire e rara per chi lavora nello spettacolo…

“Mah, credo che i figli siano una fonte di proseguimento di te stesso. Rappresentano me proiettato nel mondo che verrà, dove io non ci sarò. Alla fine cercherò di dare loro un esempio, magari un’infanzia diversa da quella che ho avuto io. Una certa agiatezza, cercando di indirizzarli ad afffrontare il mondo in un certo modo”.

Chi era per te Massimo Troisi?

“Soprattutto un amico, con il quale ho lavorato molto bene (ha scritto per Pino ‘O ssaje comme fa ‘o core, e per lui Pino ha composto le musiche per Le vie del Signore sono finite, Ricomincio da tre e Pensavo fosse amore invece era un calesse, ndr). Dopo Massimo non ho più lavorato nel cinema. La sua scomparsa è stata una “botta” per la genrazione di oggi, perchè io e Massimo insieme eravamo un po’ il punto di riferimento di quella degli anni ’80, che cresceva con il cinema e la musica. Oggi, questa cosa manca. E’ chiaro, ci sono altri riferimenti, ma si è fermato quel vivaio artistico che era stata Napoli, il sud in generale in quegli anni. Diciamo che ora continua, ad esempio la Puglia è ripartita con la musica dei Negramaro, la Sicilia con il cinema, però su altri parametri, su altre linee”.

Quanto è stato importante mantenere la tradizione partenopea, in particolare nelle prime canzoni?

“Uhm… all’inizio è stato molto semplice per me, perchè era una cosa naturale, poi l’ho abandonata. Avrei potuto continuare cercando di cogliere e sfruttare al massimo quel filone, perchè i nostalgici ci sono sempre, però non sarei stato onesto con me stesso. Io continuo la mia ricerca, vado avanti su parametri musicali diversi”.

Ecco, hai suonato generi diversi e ne hai anche creato uno, il tarambò…

“Ho creato un nuovo modo di fare canzoni, quando sono uscito con Napule è. Oggi creao un modo diverso di affrontare la musica italiana attraverso la musica classica, attraverso la musica latina, il blues. Alla fine, insomma sono ritornato alle origini delle mie esperienze”.

Back home ha segnato il ritorno ad un suono più duro, aggressivo. E’ il segno di una nostalgia degli anni passati, di “Nero a metà”,Bonne soirèe”, “Vai mò”?

“Si esatto. E continuerò su questa via, come nei concerti dal vivo”.

Cosa c’è nel futuro di Pino?

“Sempre la mia ricerca, la grande ricerca corale, il grande ritorno alla musica barocca insieme alle canzoni nuove del rock. Quindi, c’è un po’ il gusto dei Queen, quel modo rockettaro al quale mi piacerebbe avvicinarmi. I grandi maestri sono sempre inglesi e americani, alla fine, i Queen e, nel jazz, Miles Davis. I miei amori musicali sono questi. Insomma, dalla musica degli anni ’30 di Django Reinhardt per finire a Santana di oggi”.

di Gianluca Rubino

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Informazioni su Giorgio

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II / "PinoDanielomane" / appassionato di musica, qualsiasi genere essa sia

Pubblicato il 17/10/2007 su Interviste, Musica. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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