Uomini in blues, Daniele ritrova il supergruppo


Un cd con nuove versioni dei vecchi successi e un concerto in estate forse allo stadio San Paolo

 

foto Pino Daniele2 C’era una volta un supergruppo, una neapolitan «all star band» entrata nella leggenda, diventata un discrimine generazionale: da un lato quelli che erano in piazza del Plebiscito il 19 settembre 1981, dall’altra quelli – meschini loro – che non c’erano. C’era una volta la nazionale della nuova musica partenopea. E ora c’è di nuovo: Pino Daniele ha richiamato al suo fianco Tullio De Piscopo, James Senese, Tony Esposito, Rino Zurzolo e Joe Amoruso, mettendo una pietra su un passato fatto anche di incomprensioni e tensioni, oltre che di grande, grandissima musica. Nell’era delle reunion – Police, Genesis, Led Zeppelin – quella della superband del neapolitan power è l’unica risposta italiana possibile ad una tendenza internazionale. Per anni il mascalzone latino, che pure ha collaborato nel tempo con Senese, Zurzolo ed Esposito, era stato pregato dai fan di rimettere insieme quella gioiosa macchina da guerra, di mostrare di nuovo che l’unione fa la forza. Ma lui aveva sempre scartato l’ipotesi, avvertendo: «La nostalgia è un nemico da combattere, ti fa mitizzare il primo amore e ti impedisce di accorgerti che c’è un’altra passione all’orizzonte. Non si vive di ricordi, quella è stata una bella stagione chiusa male, ormai ciascuno va per la sua strada». Ma le strade del suono napoletano, dagli anni Settanta in poi, portano tutte al «nero a metà». E così, rieccoli pronti a suonare insieme: il 15 si incontreranno per la prima volta il leader e la sezione ritmica (De Piscopo e Zurzolo) più Amoruso, una volta ritrovata l’alchimia giusta si aggiungeranno i colori di Senese ed Esposito. All’orizzonte un album in cui il supergruppo suonerà di nuovo i successi del neapolitan power, quelli lanciati in album storici come «Terra mia», «Pino Daniele», «Nero a metà» e «Vai mò», magari aggiungendoci un paio di inediti scritti per l’occasione e, chissà, anche quella «Stop bajon» con la quale proprio il lazzaro felice del centro storico lanciò De Piscopo verso il successo solista. Poi si «ruppero le giarretelle», come si dice icasticamente a Napoli, i manager («magnager», li chiama Pino) misero gli artisti uno contro l’altro, insomma, si consumò il distacco. «C’era un’onda montante di nuova musica che da Napoli si muoveva fresca e impetuosa, conquistando i giovani», ha ricordato una volta l’artista di «Appocundria», «e io trasferii il mio sogno dal vinile al palcoscenico, unendo i musicisti del nuovo suono napoletano, lanciando persino un’etichetta discografica che potesse essere al servizio di tutti, che potesse segnalarci nel mondo. Ma il sogno si rivelò un’utopia, sfociò in una grande delusione. Unire le forze? Andare avanti tutti insieme? Niente da fare, andai davanti da solo, cercando nei musicisti di mezzo mondo – americani, francesi, africani, brasiliani – quello che non riuscivo più a trovare a casa. Sono soddisfatto, più che soddisfatto, della strada che ho percorso, dei risultati che ho ottenuto, nonostante il mondo della musica sia in crisi. Ma in bocca mi è rimasta tanta amarezza. Possibile che i napoletani non riescano in nessun modo a stare insieme?, mi dicevo. A giudicare dall’esperienza vissuta con quelli della mia generazione è proprio vero, purtroppo». Ma i tempi cambiano, e forse sono maturi perché lapinoanni80 generazione del neapolitan power torni insieme in sala di registrazione, poi anche sul palco (per ora si pensa a un solo megashow al San Paolo, ma sull’onda del successo prevedibile sarebbe difficile dire di no a un tour). La spontaneità e l’entusiasmo giovanile di un tempo non ci sono più, certo, e il pubblico si è abituato ai megaeventi in piazza del Plebiscito, quello del 1981 fu il primo, in una piazza ridotta a parcheggio abusivo e conquistata, almeno per una notte, dalla ventata di cambiamento che arrivò con la giunta Valenzi, il primo sindaco comunista della città. Il palco era minuscolo, duecentomila persone lo circondarono da tutti i lati, nessuno se lo sarebbe aspettato. L’amplificazione era insufficiente, ma i duecentomila cantarono tutti insieme. Napoli «carta sporca» alzò la testa, scelse un nuovo Pino come simbolo di una svolta che non sempre è stata fedele alle promesse. Napoli «carta sporca» riparte dai ragazzi di allora, sempre uguali anche se con i capelli imbiancati. «Non commento, dobbiamo ancora provare»: Pino Daniele voleva tenere la notizia segreta ancora per un po’, ma è visibilmente contento per la nuova vecchia avventura. «Con i tempi che corrono forse è bene che Napoli ricominci dalla musica». Gli uomini in blues sono tornati.

 

 

di Federico Vacalebre

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Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 09/01/2008 su Interviste, Musica, Notizie. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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