Plebiscito di musica: Tutti pazzi per Daniele


              

La canzone non bagna Napoli. Ma forse per una sera la culla, la illude, la coccola, le mette balsamo sulle ferite, la fa sentire ancora bella, speciale, unica, viva. Il video di «Quando» con Troisi è un grido che rimane strozzato nella gola, è l’introduzione mozzafiato a una serata di grandi emozioni e grandi contrasti, preceduta da grandi attese e grandi polemiche. «Massimo, Massimo, Massimo» urla il popolo di piazza del Plebiscito, 30.000 dentro i recinti a pagamento, altri 20.000 attorno. A cui vanno aggiunti quelli davanti alla tv, a seguire la diretta di Raiuno condotta da Milly Carlucci. Daniele, il Pino della nuova Napoli che nella seconda metà degli anni ’70 cancellò la cartolina oleografica per imporre una nuova immagine e un nuovo suono partenopeo,  sale sul palco emozionato, ma fa finta di niente. Al suo fianco c’è la band di «Nero a metà», il suo terzo album e il suo primo soprannome, correva l’anno 1980. Ernestino Vitolo alle tastiere salta come un ragno, è davvero felice di esserci e con lui tanti in piazza, attorno al palco, che c’erano quel 19 settembre 1981 ormai leggendario, o che quel giorno non erano nemmeno nati. Gigi De Rienzo si nasconde dietro il basso e attacca il ritmo di «A testa in giù», implacabilmente seguito dalla batteria di Agostino  Marangolo. I problemi di location e l’annuncio dell’inatteso duetto con D’Alessio hanno oscurato la straordinaria realtà di questo concerto grosso con tre band sul palco. La prima riscalda la notte, che è tenera, nonostante l’abbraccio mortale della nostalgia canaglia. «Quanno chiove», «A me me piace ’o blues», «Appocundria» sono perle che imparammo a cantare quando arrivò il momento di liberarci della musica che ci girava intorno, di una napoletanità retriva e corriva. Oggi sono nuovi classici, come «Napule è», con il coro a bocca chiusa del pubblico che segue commosso, come in una psicoterapia di gruppo, l’interpretazione corale fornita dagli ospiti della serata, uniti nel rito laico di ridefinizione della città porosa. Stanotte «Napule è» il mucchio selvaggio che il mascalzone latino ha riunito intorno a sé: l’uomo dello scandalo Gigi D’Alessio, accolto da bordate di fischi da quella grossa parte di piazza che non ha accettato la sua presenza, Nino D’Angelo, Giorgia, Irene Grandi, Chiara Civello, Peppe Servillo. Il primo dei duetti mette insieme Pino e Nino, due Napoli un tempo inconciliabili e mai così vicine: quella di D’Angelo è una voce «di dentro», «Donna Cuncetta» aleggia sulla  piazza col suo «tuppo niro» a ricordarci, mentre il ritmo si fa più latino e veloce rispetto all’originale, che «’o tiempo d’’e cerase» era già finito da un pezzo. Poi arrivano le canzoni del quarto lp, «Vai mo’» e il trio iniziale lascia il palco al supergruppo: il sax verace di James Senese, la batteria esplosiva di Tullio De Piscopo, l’arcobaleno di percussioni di Toni Esposito, il ritmo-poesia del contrabbasso di Rino Zurzolo, le tastiere-armonia di Joe Amoruso. «Yes I know my way», e la strada dove tutti vogliono correre stanotte è questa, col groove che impasta sangue e sudore, col cuore che va a mille seguendo la voce e la chitarra di Daniele, pronte a sbizzarrirsi tra blues e echi gitani, danze calienti e melodie mediterranee. «I say i’ sto ’ccà» è una dichiarazione di appartenza, come «Je so pazzo», come quel verso lucido e feroce: «Chi tene ’o mare ’o ssaje nun tene niente». L’amarcord prosegue con «Io vivo come te», poi un «Viento ’e terra» soffia via, per quanto possibile le malinconie, i tempi andati con i capelli, gli amori, gli amici, la rivoluzione che non c’è stata. Il gap temporale è improvviso, dal 1981 si arriva nel 2008 con «Anema e core», poi il dream-team va via e lascia il palco agli Avion Travel che cesellano con l’uomo in blues «Terra mia»: la voce sottile di Daniele trova il contraltare in quella profonda di Servillo, la chitarra di Fausto Mesolella è un canto delle radici che Mimì Ciaramella accompagna con le spazzole. Il ritmo risale, sul palco arrivano Alfredo Golino alla batteria, Gianluca Podio al piano, Matthew Garrison al basso, Fabio Massimo Colasanti allo ztar e Juan Carlos Albelo al violino e armonica, un innesto prezioso. E il momento dei materiali più recenti, pop: «L’ironia di sempre» con Chiara Civello, «Mareluna», «Se mi vuoi» con Irene Grandi, «Vento di passione» con Giorgia… «’O scarrafone» è il momento del giudizio per Gigi D’Alessio, contestatissimo dalla folla, tra fischi e cori di «Te ne vaie o no, te ne vaie sì o no». Qui il lazzaro felice uccide e reinventa il proprio mito nel luogo che più di tutti contribuì ad edificarlo. Lui che guardò all’altra America per reinventare la canzone napoletana incontra il collega che partì dai cascami della produzione melodica partenopea per farsi divo pop. Un azzardo, una sfida. Come il più nichilista dei punk, cancella le coordinate della propria leggenda canora, chiede alla sua piazza di accettarlo come «un chitarrista, un musicante, un uomo libero». «Yes I know my way», ripete, e per dirlo più forte stavolta ha tutte e tre le band al suo fianco, più Don Moye degli Art Ensemble of Chicago. Ma a qualcuno, più d’uno, non piace il nuovo compagno di viaggio Gigi D’Alessio, comunque vada da premiare per il coraggio.

 

di Federico Vacalebre

 

 

La piazza si divide Gigi diventa un caso

C’era una spaccatura che attraversava, come una faglia sismica, il pubblico: quella tra danieliani «senza se e senza ma» e danieliani «ma anche», del dialogo. Sì, ma con chi? Con Gigi D’Alessio, qui in piazza del Plebiscito accanto al Pino di Napoli, che in tanti hanno visto come il fumo negli occhi. E così, giù fischi (soprattuto nel duetto dello Scarrafone), striscioni anche pesanti. Roba che in televisione non s’è vista, ma in piazza si è sentita benissimo. Roba che ha fatto meritare all’eterno ragazzo di «Annarè» la solidarietà del ministro Stefania Prestigiacomo che è andata a salutarlo nel camerino. Eppure Gigi ci aveva pure scherzato, sulle contestazioni. «Sapete che faccio?» aveva confessato a giornalisti e amici nel backstage qualche ora prima che il concertone avesse inzio. «Quando esco sul palco porto un cartello con scritto: ”Un minuto e me ne vado”». Aggiungendo: «Anzi, io e Pino facciamo finta di litigare, poi arriva Nino D’Angelo e si mette in mezzo per dividerci». Ha sdrammatizzato anche ai microfoni della Rai, dopo i fischi ricevuti e previsti, la protesta era stata annunciata sui blog: «Mai stato in competizione con Pino, sono qui per la sua festa». Perché la musica è musica e Napoli è Napoli. Prima, nell’incontro con la stampa, il nero a metà aveva vestito panni diplomatici: «Sono qui, con tutti i miei musicisti e i miei colleghi per provare a ritrovare l’impulso positivo, la voglia di ripartire, l’energia creativa di quella notte del 1981. Ero un ragazzo, oggi sono un uomo vissuto, tutto è cambiato. Ma le nuove generazioni possono completare il lavoro che noi non siamo riusciti a fare». Magari rinnegando il «fuitevenne» di Eduardo: «Non bisogna fuggire, bisogna scommettere sul futuro, sulle nuove generazioni». E aveva abbracciato l’ex «nemico» D’Alessio: «Sono meno provinciale, ho imparato a non giudicare più chi non mi assomiglia. Perché suonare con Gigi è uno scandalo e con Ramazzotti no? Non fanno pop tutti e due? Per anni ci siamo evitati, abbiamo sparlato l’uno dell’altro, poi ci siamo ritrovati a ridere di tutto questo, a conoscerci meglio, a rispettarci. Non credo che sia un male, o un peccato». Sotto il palco, Raffaele e Valeria, 31 anni entrambi, lui di Ponticelli, lei di Quarto sono d’accordo: «A noi fa piacere che con Pino ci sia anche Gigi. È un omaggio che viene fatto al grande Daniele». Anna e Rosario, poco più di cinquant’anni in due, sono arrivati a mezzogiorno per guadagnare il posto in prima fila e su D’Alessio sono tranchant: «Che c’entra lui? Sono due culture diverse». Un altro ragazzo, Carmine, cuoco di Nocera Superiore, è ancora più duro: «Quando esce D’Alessio lo fischio, non mi importa che sta con Pino». Non solo fischi. A un certo punto è stato innalzato persino uno striscione con la scritta: «Ho pagato un biglietto per vedere un camorrista». La security l’ha prontamente sequestrato. Un gruppetto di Pagani ne ha issato uno coloratissimo: «Me so’ ’mbriacato ’e te». Uno di loro, Antonio, 21 anni, si sente tradito: «Hanno ridotto questo concerto al Festivalbar. Io sono venuto per le vecchie canzoni, per la rimpatriata della band originaria». Roba di quando lui neanche era nato: «I miei genitori solo Daniele mi facevano sentire». E dove sono ora? «A casa, lo guardano in tv». Tanto è gratis. Ma c’è chi non è voluto mancare. Renato, classe 1960, di piazza San Pasquale a Chiaia, di concerti di Daniele non se n’è perso uno. «Ero qui anche nel 1981, proprio là, sotto Palazzo Reale» ricorda. «Non ascolto Gigi D’Alessio e non mi piace, ma che sia qui a cantare con Pino non mi disturba più di tanto». «Napule è», «Putesse essere allero» e tutti i vecchi hit sono stati la colonna sonora della sua giovinezza. «Ho comprato il biglietto per il San Paolo da mesi» aggiunge. «E quando ho saputo che il concerto si faceva in piazza, all’inizio ci sono rimasto male, ma ora che sono qui è scattata la nostalgia di quella magica sera e mi sembra di avere trent’anni in meno». Ma dove erano 27 anni fa i ragazzi e le ragazze seduti in questo catino fatto di lava e sale? Hanno sfidato il sole cocente di luglio e il porfido rovente. Quando Daniele riempì la piazza, quel san Gennaro del 1981, gran parte di questa meglio gioventù manco era nata. Ora sono loro i padroni del concerto. Cresciuti a pane e «Terra Mia», educati al sound contaminato della Napoli di mille colori. Sono preparatissimi su canzoni, anni e discografia. «Io sono nato con ”Nero a metà”» si presenta Ninì. È venuto da Catanzaro con il cugino Marco che studia a Perugia («Io sono nato con ”Bella ’mbriana”»). Anche per loro è meglio qui che al San Paolo. Non tutti sono d’accordo, però. Un posto allo stadio valeva 25 euro, ma seduti a terra, usando come tappetino una delle 50mila magliette della differenziata distribuite a mani basse, non è il massimo della comodità, quando per di più c’è la diretta tv, commentano in tanti, un po’ lazzari delusi. Caldi e accaldati, ma ci sono. Non è un sold out, perché i bagarini a piazza Trieste e Trento svendevano i biglietti a 20 euro. Saldi, prezzi da realizzo per l’appuntamento giovane del trittico estivo della piazza più scenografica della Napoli stanca di essere una carta sporca.

 

di Pietro Treccagnoli

Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 09/07/2008 su Concerti, Interviste, Musica, Napoli, Notizie, Spettacoli, Tour. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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