«Blues e melodia ricomincio da due»


Un disco a puntate contro la crisi: «Resto un disadattato e in questi tempi di egoismo mi piace cantare l’amore»

 

Come il Biagio Antonacci di «Convidendo», Pino Daniele si fa in due e scommette sul disco a puntate, ma diversificando la proposta: «Electric jam» esce venerdì, «Acoustic jam» in novembre. Due cd-ep, sei canzoni l’uno, in vendita a 9.90 euro, il primo segnato dal blues pop latino, il secondo dalle atmosfere unplugged.

 

 

Come mai questa scelta, Pino? 

«Perché il mercato non c’è più, i dischi sono morti e i discografici quasi. Il formato breve, il costo economico, il giro di concerti al via sabato dal Blue Note di Milano forse mi permetteranno di dire al pubblico che sono qui, che io non mi adatto, posso accettare qualche lezione di marketing, ma resto un disadattato».

Elettrico e acustico: Pino Daniele è diviso in due?

«Blues e melodia sono facce complementari del mio fare musica». La chitarra si scatena in assoli sospesi tra la musica del diavolo e il sound latino. I testi mostrano un lazzaro felice ma poco disposto a guardarsi attorno, ripiegato sulle questioni di cuore. «Ho suonato con chitarristi come Leslie West, Al Di Meola, Pat Metheny, Randy California, Phil Manzanera, Robbie Kruger, Ralph Towner, si vede che qualcosa l’ho imparato. E che oggi sono più musicista che cantautore».

Meglio suonautore?

«Sì, almeno oggi. Quando avevo cose da dire, quando la società che vivevo aveva domande e bisogni collettivi io c’ero. Oggi che regna l’egoismo parlo d’amore, che non vuol dire solo un uomo e una donna, ma armonia e comunione tra le genti, i popoli».

A guardare bene, però, ci sono almeno un paio di pezzi dove il passato viene a galla.

«Certo, ma in senso più privato che politico. Il singolo “Il sole dentro di me” con J-Ax, “Dimentica”, “Cuore di pietra” e “Io vivo tra le nuvole” parlano di love story più o meno tradizionali, ma ”Anime che girano” e “Sesso e chitarra elettrica” sono autobiografiche». Nella prima si descrive «nero come il caffè forte preso di notte» e come «un vecchio bambino con mille domande».

Ma che significa il verso «sento un blues che suona mentre mi lavo le mutande»?

«Ai tempi di “Yes I know my way” quando andavo in tour mi lavavo la biancheria intima come ogni vero bluesman. E lo faccio ancora oggi. Sono un musicista, mica una popstar».

Insomma, è il ritorno dell’uomo in blues che veste male?

«Sì, ma è anche un condensato di “A testa in giù” e “A me me piace il blues”, è il senso della jam session elettrica da cui è nato il disco, suonato con musicisti come Vinnie Colaiuta, Alfredo Golino, Nathan East, Alfredo Paixao, Gianluca Podio e Greg Mathieson.

«Sesso e chitarra elettrica» sembra un grido di ribellione infantile.

«Sì, sparo la chitarra a manetta, alzo il volume per fingere d i avere potere. Inglese e italiano si succedono in frasi semplici, come la voglia di trasgressione. I quindici uomini sulla cassa del morto del testo sono un ricordo di bambino: volevo essere un pirata, forse lo sono diventato. E la maglietta sbiadita del Che di cui parlo non intacca la mia fede nel guerrigliero, uno dei pochi miti ancora in piedi, come Miles Davis e Django Reinhardt».

«Acoustic jam» come sarà?

«I pezzi li ho scritti, tre vorrei inciderli per sola voce e chitarra, ma comincerò a registrare in giugno».

A proposito di show, la Campania nel calendario non c’è. Appuntamento in luglio per il secondo concertone «Napule è»?

«Vorrei, ma non so, ho pensato a un cast internazionale, ma tv e manager hanno tanti dubbi e pochi soldi, io vorrei coinvolgere di nuovo Bassolino e Bertolaso, ma non essere invischiato in politica. Altrimenti mollo tutto, senza rinunciare, però, a suonare nella mia città. Da solo, senza ospiti. Ma non mi pento di essermi messo al servizio della campagna per la raccolta differenziata: sta dando i suoi frutti».

«Napul’è» 33 anni dopo.

«Il problema è che Napoli, come altre città europee, ha adottato modelli di vita che non permettono alla tradizione di rinnovarsi. Quando cominciai io c’erano la scena napoletana, la romana, la milanese e quella genovese. Certo, bisogna anche saper cambiare, non si può restare sempre uguali. Di Highlander ce n’è uno solo ed è Gianni Morandi».

Un bilancio dell’esperienza con il supergruppo ritrovato 30 anni dopo?

«Lo dovevo fare, nel bene – la musica – e nel male – i caratteracci – in 30 anni non è cambiato nulla, tranne i miei capelli».

 

 

di Federico Vacalebre

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Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 25/03/2009 su Concerti, Discografia, Interviste, Musica, Napoli, Notizie, Spettacoli, Tour. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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