Pino Daniele, come un vecchio pirata armato di chitarra e suoni napoletani


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Sono un artigiano della musica Acustica o elettrica viaggio sempre per la mia strada spesso controcorrente Napoli cambia ma la sua anima resta la stessa Maradona un’icona protagonista di un tempo felice

Quel suono lo riconosceresti tra mille, quella voce poi… Inconfondibile. Da oltre trent’anni ormai Pino Daniele, come un vecchio pirata del rock armato delle sue chitarre va al generoso assalto di più generazioni, che lo aspettano con gratitudine ad ogni uscita di un nuovo lavoro, ad ogni concerto in cui Pino riesce come sempre e da sempre ad incantare, a entrarti dentro l’anima con le sue note calde.
Schivo, quasi timido a dispetto della sua mostruosa bravura di compositore e «suonatore» di chitarre, a dispetto delle sue profonde radici napoletane, Pino Daniele si trasforma quando può navigare nel suo elemento naturale, la sua musica.
Lo abbiamo rintracciato tra una prova e l’altra alla vigilia del suo ennesimo debutto: «Un po’ di adrenalina, quanto basta, come un calciatore che sta per scendere in campo per una partita importante. Ma sono pronto». E con lui tutti noi, pronti a goderci la sua musica.

Pino, la chitarra elettri­ca torna a ruggire.
«C’è un’anima rock nel­la mia musica che non mi ha mai abbandonato, ne­anche quando ho raccolto note dalla tradizione me­lodica napoletana».

Electric Jam è una bella sferzata di energia.

« Sì, per me e per tutti quelli che apprezzano an­cora le mie proposte. Lo vedo dai primi passi del nuovo disco ma anche e soprattutto dai primi ap­procci in concerto».

Tournèe vera e propria che comincia proprio oggi da Genova, non a caso.

« Una città di mare, co­me Napoli. Il mare è un elemento vitale della mia vita e del mio sentire. So­no contento di ripartire da qui. Poi attraverseremo tutta l’Italia con un paio di divagazioni all’estero».

Electric Jam, titolo del nuovo disco, fa parte di un progetto ancora incom­piuto.

«Sì, nel senso che in au­tunno uscirà un altro lavo­ro con altri sei brani ine­diti, dal titolo Acoustic Jam».

Altre chitarre, acusti­che, altri suoni. Lo stesso Pino Daniele?

« In realtà io sono sem­pre lo stesso, la chitarra è una sola, ma in grado di produrre i suoni più di­versi. Da quelli che evoca­no il Cinquecento napole­tano, ai graffi di Jimi Hen­drix ».

A proposito, Jimi Hendrix o Carlos Santana?

«E perché no tutti e due. E ci metto anche Eric Clapton, Al di Meola. In­somma, non seguo nè una moda nè una specie parti­colare di chitarrista. Vado per la mia strada che a li­vello musicale ne abbrac­cia molte, dal rock al blues, al sound mediterra­neo che un po’ ci siamo in­ventati qualche tempo fa».

Pino Daniele cantautore targato Anni Settanta. Forse una definizione che calza un po’ stretta.

« Verissimo. Quella è un’etichetta che sotto un certo profilo non posso ri­fiutare visto che sono nato proprio nel periodo dei cantautori. Però mi sento anche e soprattutto altro: un artigiano della musica, un compositore, arrangia­tore, uno che fa ricerca musicale cercando sem­pre la sua strada».

E su questa strada c’è il Pino Daniele elettrico e quello acustico, il ragazzo che adorava il rock e il blues, ma anche quello di inarrivabili capolavori co­me Napule è, Quando, Quanno Chiove.

«Sono anni che imbrac­cio chitarre. Dipende poi dal periodo, dalle cose che ti girano intorno, dal mo- mento storico. Certo che non credo di poter mai ri­scrivere pezzi come Na­pule è, se non altro perché l’ho già scritto… Comun­que in concerto faccio spesso anche queste can­zoni, ed è bello che il pub­blico le apprezzi, bello per me suonarle e cantarle».

Pino, quegli Anni Settan­ta di tanta musica e di tanta ispirazione non ci sono più.

«Andati, ma ci hanno la­sciato una grande eredità a tutti i livelli. Non sto qui a rimpiangerli, non mi piacciono le operazioni nostalgia, tutti noi quando pensiamo alle cose belle fatte da giovani… Guardo il presente e guardo avan­ti. La musica non viaggia più su vinile, sono cam­biati i supporti e bisogna adeguarsi, i ragazzi frui­scono musica in una ma­niera a noi sconosciuta so­lo vent’anni fa, il mercato discografico è in crisi e a me spesso piace fare cose controcorrente, pagando­ne anche le conseguenze. Per fortuna quando sali su un palco davanti a un pubblico, tutto torna alle origini e come sempre sei tu a dover trasmettere emozioni in musica, se ci riesci ancora. C’è sempre quella chitarra da suona­re bene, al di là di tutte le diavolerie tecnologiche».

A proposito dell’ultimo disco, c’è un verso nel brano più roccheggiante di tutti, “Sesso e Chitarra elettrica”, che dice rife­rendosi chiaramente al li­bro L’isola del tesoro di Stevenson che tutti abbia­mo letto da piccoli: “sulla cassa del morto ci sono 15 uomini ed un pirata stra­volto da un amore impos­sibile”.

«Un romanzo che mi ha sempre affascinato e quell’espressione era dei pirati protagonisti della vicenda. Ecco, il rock per me è un po’ il pirata della musica, la trasgressione ma in senso positivo, quella che ti fa uscire dal­le righe per poter dire la tua, non l’estraniarsi dalla società e buttarsi via co­me purtroppo fanno tanti giovani oggi».

A proposito di ragazzi, co­sa consiglieresti a un gio­vanissimo con chitarra in mano e tante idee nella testa.

«Di andare dritto per la sua strada e di non arren­dersi di fronte ai primi, ma anche ai secondi e ter­zi inevitabili ostacoli che ci sono oggi anche in que­sto campo».

La televisione non pro­muove più talenti.

«La tivù di oggi non mi piace, perfino nell’infor­mazione preferisco quella a pagamento come Sky».

Più di trent’anni fa Napo­li sembrava una fucina di nuovi artisti, vi si respira­va un’aria di grande crea­tività musicale. Adesso?

«E’ cambiato il modo di sentire, ma dietro le appa­renze c’è sempre un pro­posta giovane che arriva proprio da Napoli. Sono i movimenti urbani, l’Hip hop, genere sconosciuto in quegli anni. Io ad esem­pio sto attento a queste nuove tendenze e spesso sperimento una sorta di contaminazione artistica. E’ proprio il caso della canzone “Il sole dentro di me” eseguita con J-Ax (al secolo Alessandro Aleotti ndr.)»
Pino, c’è Napoli nella tua musica ma anche il Napo­li.

« Lo seguo sempre con affetto anche se non più da vicino come una vol­ta ».

Quella volta quando c’era Diego?

«Diego Maradona resta un’icona non solo del cal­cio partenopeo, ma di un periodo per molti versi fe­lice per tante generazioni di napoletani. Il mio Tan­go Della Buena Suerte è stato un omaggio a lui ma anche un modo di cantare quei tempi che sembrano irripetibili».

Dopo Maradona il vuoto?

«A livello di simboli, di grandi protagonisti l’uni­co che gli si può avvicina­re è Fabio Cannavaro. E’ stato il capitano dell’Italia campione del mondo. Io a Napoli lo rivedrei bene, anche da giocatore s’in­tende, ma non so se la so­cietà abbia questa inten­zione ».
E i protagonisti di ades­so?

« Il Napoli è una bella squadra, giovane. Quel Lavezzi è bravo, ma di più non posso dire. Ci sono tanti appassionati di cal­cio a Napoli che ne sanno sicuramente più di me».

di Rinaldo Boccardelli

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Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 19/04/2009 su Concerti, Discografia, Interviste, Musica, Napoli, Tour. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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