Daniele versione verde mattatore all’Earth Day


 

Eco-concerto al Circo Massimo

 

Ognuno festeggia i quarant’anni della Festa della Terra come crede, forse come merita. «A Milano decidono di fare a meno degli alberi chiesti da Abbado come compenso per tornare alla Scala dopo 24 anni» riflette Daniele. «A Ischia alzano inni bipartisan, o quasi, alla scelta del governo di bloccare gli abbattimenti degli abusivismi edilizi spuntati ovunque nell’ex Campania Felix. Noi, forse poveri illusi, ma non così pochi a guardarci intorno, andiamo nella direzione contraria, scegliendo di stare con chi pianta gli alberi e abbatte, e magari non fa proprio costruire, i mostri che deturpano il Belpaese». Sotto la pioggia, con il pubblico di coraggiosi assiepato sotto gli ombrelli, il Pino verde della nuova Napoli che fu, sale sul palco del Circo Massimo senza toni da gladiatore o da popstar, ma con una consapevolezza antica, riscoperta senza troppa fatica in questo Earth Day, che collega mezzo mondo, come testimonia la diretta di Nat Geo Music, canale di National Geographic che ha abituato i suoi telespettatori al terzomondismo musicale. Ecco così che, alla terza edizione romana del concertone, dopo Vinicio Capossela e Cesaria Evora in piazza del Campidoglio, e dopo Ben Harper e i Subsonica in piazza del Popolo, arrivano sotto un mezzo diluvio Daniele, il sound di un’Africa contaminata ma non normalizzata della maliana Rokia Traorè, il soul-pop chiccoso dei ritrovati Morcheeba, che si tolgono lo sfizio di cantare in piena urbe eterna «Rome wasn’t built in a day»: «Se Roma non è stata costruita in un giorno, il pianeta non sarà distrutto in 24 ore, ma ci stiamo impegnando molto per riuscirsi nel minor tempo possibile», commenta Skye Edwards, voce ritrovata dei Morcheeba, dopo sette anni pronti a giugno con il nuovo album «Blood like lemonade». Sul palco la band, vinta la pioggia che inizia a scemare, suona per diverse migliaia di spettatori superstiti regalando brani come «The sea», «Friction» e «Be yourself». Ma è Pino Daniele il protagonista della serata: lui che aveva visto la monnezza galleggiare nel mare di Napoli decenni prima che la crisi dei rifiuti riscrivesse l’oleografia partenopea, ha messo in piedi un set fedele alle sue ultime esibizioni, con un supergruppo internazionale di nuovi e vecchi amici: Rachel Z e Gianluca Podio alle tastiere, Omar Hakim alla batteria, Matthew Garrison al basso. Il loro passato jazz-rock, sospeso tra Miles Davis e i Weather Report, Herbie Hancock e i King Crimson, si fa sentire sin dall’inizio esplosivo di «Yes I know my way», e tinge della migliore America fusion l’appeal mediterraneo di «Io per lei» e «Je so pazzo», «Il sole dentro di me» e «’O scarrafone», «Napule è» e «A me me piace ‘o blues». Tra un set e l’altro – sul palco sale anche Ddg con Cora Coleman e Josh Durham, rispettivamente batterista e bassista di Prince – dal palco si moltiplicano gli inviti alle «azioni verdi», «piccole e semplici, ma in grado di salvare il pianeta, e quindi noi», arringa dall’altra parte dell’oceano Al Gore. In Italia governo e opposizione sono distratti o pensano di avere cose più importanti da fare, che vuoi che sia un ragazzo del Wisconsin che oggi è andato a lavorare in bus piuttosto che in macchina, un agricoltore del Salento che ha deciso di far montare sul tetto della sua masseria i pannelli per l’energia solare, una cinesina che mostra on line come ha ripulito le strade del suo quartiere: sono 31 milioni le «green actions» finora annunciate, piccole e grandi, se anche solo la metà fosse vera «domani respireremmo meglio e potremmo guardare negli occhi senza vergognarci troppo i nostri figli», riflette il mascalzone latino: «Ma siamo davvero così scemi e/o scellerati da non vedere e capire dove stiamo correndo? Mi ha fatto piacere essere stato invitato qui: per la band che ho potuto mettere in piedi, per la cornice da mille e una notte, per la causa sacrosanta, per l’entusiasmo del pubblico. Le canzoni non fanno rivoluzioni e non salvano il mondo, non bloccano dittatori e tecnocrati, ma possono servire a dare ai ragazzi un sogno per un domani migliore, o almeno non peggiore». La chitarra del nero a metà barrisce le note del suo blues latino, Cielo trasmette in diretta sul digitale terrestre, gli uffici stampa garantiscono che tutto è a impatto zero, ovvero che le emissioni di anidride carbonica provocate dall’evento saranno compensate con la creazione (e tutela) di oltre 202mila metri quadrati di nuove foreste in Madagascar. Certamente più facile che piantare 90mila alberi a Milano, ma «chi fa musica è un sognatore, e uno come Abbado sogna, e lotta, anche per quanti lo ascoltano», conclude con un sorriso amaro l’uomo in blues che un giorno cantò «Non calpestare i fiori nel deserto».

 

di Federico Vacalebre

Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 23/04/2010 su Collaborazioni, Concerti, Interviste, Musica, Spettacoli, TV. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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