Pino Daniele: "A Torino suonai con Bob Marley"


 

«Oltre ai miei brani improvviserò»

È appena tornato dal concerto di beneficienza organizzato da Eric Clapton a Chicago: com’è andata?
«È stata un’esperienza magnifica, Eric mi ha fatto un grande onore a invitarmi e ha organizzato la serata in modo esemplare. C’era un clima magico tra noi musicisti, così come nel rapporto con la gente. Per uno che fa la mia musica il “Crossroads Guitar Festival" è il massimo».
Emozioni paragonabili alla sera DEL 1980 in cui aprì al Comunale di Torino il concerto di Bob Marley?
«Sì, e ci ho pensato. Per la grandezza dei personaggi, e per quel senso dello stare insieme che ti lasciano dentro certe serate. Oggi poi il live ha un valore in più, sostituisce di fatto il mercato discografico».
In che senso?
«Per noi l’uscita del disco era un momento importante, un’opportunità di divulgazione della nostra musica, ma anche di verifica delle reazioni del pubblico. Adesso non esiste quasi più quello strumento, per avere un feedback bisogna salire sul palco. Ciò non toglie che il mio prossimo cd uscirà al più tardi a novembre, si va avanti».
Ha seguito i Mondiali di Calcio?
«Li ho subiti direi, come tutte le persone che non amano particolarmente il calcio e comunque un po’ di partite le vedono. Mi sarebbe piaciuto che vincesse l’Italia, ma in linea di massima mi appassionano di più la pallanuoto, il rugby e la scherma».
L’anno prossimo Torino sarà epicentro delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia: sente minacciata questa unione?
«Spero che non verrà mai messa realmente in discussione, sarebbe assurdo. Io vedo l’Italia come una famiglia, con all’interno le sue differenze e le liti del caso. È giusto che si amministrino territori differenti in base alle rispettive esigenze, però la famiglia alla fine si parla, si ritrova, si muove nella logica dell’aiuto reciproco. Guai se subentrassero tra le diverse aree antipatie sociali».
Che concerto sarà, questo secondo della sua lunga tournée estiva?
«Blues, e di sicuro non uguale né al precedente né a quello della sera dopo. È il motivo per cui non prendo mai professionisti asettici, ma amici con cui condividere le canzoni e improvvisare ogni volta qualcosa di nuovo. La scaletta è in sostanza la storia della mia vita attraverso i pezzi, sempre arrangiati in chiave blues».
Ha dunque limitato la sua propensione mediterranea?
«Ci sono periodi in cui sento il bisogno di indagare, di capire da dove vengono certe componenti della mia musica. Fu alla ricerca di quelle radici che andai nel 2000 in Africa per lavorare con i colleghi locali al disco "Medina", tutt’ora tra quelli che amo di più. Ora l’istinto mi dirige verso il blues, ma credo che se Clapton mi ha invitato a Chicago sia anche per l’originalità del mio sound, in cui quel marchio mediterraneo diventa parte di un linguaggio universale».
Cosa pensa del rapporto tra arte e politica?
«In questo paese la politica in passato ha fatto tanto per incentivare e salvaguardare l’arte e gli artisti; vorrei che rinascesse quella speranza, l’idea trasversale, non di uno o dell’altro schieramento, che la musica, la letteratura, il cinema, la pittura sono un patrimonio del nostro paese da coltivare per favorire anche il ricambio generazionale».

 

 

di Paolo Ferrari

Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 17/07/2010 su Concerti, Interviste, Musica, Spettacoli, Tour. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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