Pino Daniele, con La Grande Madre suona la riscossa del Naples power


Pubblica “La Grande Madre”, il primo cd senza major e canterà in tutto il mondo: “Le mode non mi piacciono, rimango un pesce fuor d’acqua”

 

C’è, in effetti, un entusiasmo nuovo nel disco di Pino Daniele. E forse nella musica che ora gira intorno a Napoli. Dopo la ribellione, il successo, le liti, ecco la capitalizzazione: i grandi nomi napoletani, da lui fino a James Senese ed Enzo Avitabile passando per Raiz e i rampanti A67, hanno più voglia di confrontarsi e soprattutto più voglia di far correre le idee, magari scambiandosele senza rivalità o addirittura esportandole.

Uè, guagliò, qui tira aria nuova, direbbero al Porto di Napoli dov’è nato Pino Daniele e dove ha pure imparato a suonare la chitarra. È stato per decenni un cantante chitarrista. Adesso, si capisce, è un chitarrista che canta (con limiti di estensione e colore vocale ma fa lo stesso). Comunque differenza non da poco. Lui ieri ha festeggiato i 57 anni presentando La grande madre, undici canzoni nuove e una nuova solo a metà perché Wonderful tonight è un brano di Eric Clapton cui Pino Daniele ha tradotto il testo in italiano: «Eravamo insieme a Cava dei Tirreni, volevo suonare questo suo brano e allora gli ho chiesto: senti, e se scrivessi nel testo due righette in italiano? Si è messo a ridere e così è nata questa canzone».

Insomma, c’è aria nuova perché erano anni che questo pazzariello non impacchettava tanta varietà viva in un solo disco. Molti signori ospiti, da Mel Collins al sax fino a Omar Hakim alla batteria. E uno slancio onnivoro che nel ricamo chitarristico di Niente è come prima oppure nel calore vesuviano di ’O Fra trova due punti di snodo. «Per me la Grande Madre è il sangue misto della musica, il cordone ombelicale che ci lega ai quattro elementi del pianeta» scrive lui un po’ aulicamente sul libretto del disco. E, se questo è il miglior disco di Pino Daniele da un bel po’, forse dipende dalla libertà, visto che arriva da indipendente per la Blue Drag, etichetta che prende il nome da un brano di Django Reinhardt degli anni Quaranta.

E comunque «nel mondo di oggi io mi sento sempre un pesce fuor d’acqua», spiega lui. E allora il merito di questa scossa vitale sarà anche, certo, di quella maledetta, o benedetta, insoddisfazione che impedisce di cadere nel letargo creativo. O che almeno prova ad evitarlo. «Non mi piacciono i cambiamenti nel mondo della musica, non voglio scriver canzoni solo per cellulari» ha detto ieri in mezzo a una gragnuola di dichiarazioni, dall’elogio di Monti alle critiche alla Sony («Dopo Electric Jam ho inciso Acoustic jam ma non me l’hanno neanche pubblicato»), dall’importanza di ridare valore sociale alla musica fino all’istinto competitivo che sempre più giovani («come mia figlia di 15 anni») collegano alla musica.

Compiendo gli anni, ieri Pino Daniele si è tolto fuori dal tempo: e continuerà a suonare come gli va e chissenefrega delle nuove dinamiche discografiche. Perciò stavolta si esibirà in tutto il mondo, Stati Uniti compresi, perché «dell’Italia si conosce soltanto il bel canto, in realtà qui facciamo grande blues rock o jazz, insomma musica moderna». E, attenzione, non vuol dire nulla se nella scaletta degli show ci saranno più canzoni in napoletano perché «non è detto che io scriva ancora in napoletano. La nostalgia ti frega, e io non voglio perdere il confronto con le cose belle che ho fatto in passato». Sganciarsi dal passato (o celebrarlo, come fa la Frontiers Records, che pubblica giganti hard rock). In fondo, è la nuova fase del Naples power, ossia di quella corrispondenza di amorosi sensi tra artisti napoletani che da metà Settanta ai Novanta ha fatto gridare al miracolo. La new wave del Naples Power. Con tanta voglia di esportazione (e nessun cromosoma in comune con i neomelodici).

Enzo Avitabile pubblica Black tarantella nel quale accompagna con il sax anche David Crosby o Bob Geldof. James Senese ha appena dato la scossa spiegando (nel titolo del disco) che «È fernut ’o tiempo», è finito il tempo. Dell’isolamento. Orgoglioso. Ma assai snob. E da anni Raiz, l’anima vagabonda degli Almamegretta, mescola, contamina, prova a incontrarsi extra moenia, lontano dal Vesuvio.Forse, anche se sul mercato il rilievo non è quel granché, a dettare il tempo è stato anche il disco di quei rockettari di Scampia, gli A67 trasversali e senza confini, che guardacaso si intitola Naples Power. Raccoglie il fior fiore della napoletanità, da Tony Esposito a Teresa De Sio, dai 99 Posse a De Piscopo e Nuova Compagnia di Canto Popolare. Ed è il segno che, guagliò, si respira finalmente aria nuova.

 

di Paolo Giordano

Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 22/03/2012, in Collaborazioni, Concerti, Discografia, Interviste, Musica, Napoli, Notizie, Recensione, Spettacoli, Tour con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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