Anima nomade con l’orecchio a SUD


Il suo jazz, “quel linguaggio internazionale usato per comunicare, come il blues o come il rock”: dopo le tappe americane, Pino Daniele lo porta a luglio anche all’Umbria Jazz e al Foro Italico di Roma, dove l’incasso sarà interamente devoluto in beneficenza. Nessun nuovo disco in programma: «All’oggetto disco non bisogna pensare più, meglio i live, i concerti. Io voglio continuare a suonare la chitarra». Ai giovani che vogliono fare musica dice: «Attenzione al contenuto, il contenuto paga. Alcune canzoni di Dalla, Baglioni, Morandi o De Gregori fanno parte della cultura del nostro Paese». Infine Napoli: «Racchiude pregi e difetti di una grande metropoli»

 

 

Di ritorno da un tour nordamericano che l’ha visto esibirsi a New York, San Francisco e Toronto,
Pino Daniele è di nuovo in Italia. Il prossimo 9 luglio sarà all’Umbria Jazz e il 10 a Roma, al Centrale del Foro Italico, per un inedito concerto sinfonico.
Che serata sarà quella romana? Tanti amici e un’orchestra di cinquanta elementi…
Sarà una serata molto particolare, una serata persino magica. Ci saranno i miei amici, a partire da Tullio De Piscopo, James, Tony. E ci saranno Rino Zurzolo, Awa Ly, che canterà con me, e il maestro Podio che ha fatto gli arrangiamenti. Poi ospiti che non mi sento ancora di annunciare e l’orchestra Roma Sinfonietta.
Con una scaletta ad hoc…
Per forza, una tappa con l’orchestra! Quindi brani scelti anche in base all’organico, perché avere una band e un’orchestra a disposizione darà spazio a parecchi brani che non vengono fatti in concerto quando giriamo da soli col gruppo.
Una tappa che sarà anche benefica…
Vero, l’incasso sarà infatti interamente devoluto in beneficenza: un cinquanta per cento andrà alla
formazione dei giovani allievi del Dipartimento Didattica del Teatro dell’Opera di Roma e l’altro
cinquanta alla Onlus Open (Associazione Oncologica Pediatrica e Neuroblastoma).                                      Il giorno prima all’Umbria Jazz e prima ancora ad altri due Jazz Festival a San Francisco e Toronto.
Lei che cantava “a me me piace o blues”, che rapporto ha col jazz?

Il jazz è un linguaggio internazionale usato per comunicare, come il blues o come il rock. Io tratto le
mie canzoni come degli standard, cioè si parte dalla canzone come è fatta, con la melodia e gli accordi, e poi tutte le sere improvviso questa canzone che diventa una specie di dialogo con le persone che mi
vengono ad ascoltare e che quindi si “beccano” anche il momento particolare, l’emozione che uno
sta improvvisando. A me piace proprio questo tipo di metodo che viene usato sia nel jazz che nel blues, cioè l’improvvisazione sulle canzoni. Alla fine è questo, un metodo, un linguaggio, un modo.
Qualcuno dei concerti americani o la tappa romana, così particolare, diventeranno un live?
Onestamente sul fare dischi in questo momento non sono molto convinto. Ho bisogno di una pausa di riflessione perché, se devo fare qualcosa, è un disco nuovo. Ho fatto tanti live, troppi. Preferisco in questo momento concentrarmi e fare poi qualcosa di diverso, sempre qualcosa di mediterraneo, sempre rivolto all’Africa, con l’orecchio a Sud.
E, al di là del tour, sta lavorando a qualcosa? Nuovo album, singoli in arrivo?
Niente di nuovo. Ho scritto delle cose, ma non ci penso proprio al panorama discografico. Le cose stanno un po’ cambiando e bisogna ragionare in un altro modo, secondo me.
In che senso?
Bisogna vivere il disco in maniera totalmente diversa.
Nel senso del mercato della musica o da un punto di vista autoriale?
Non bisogna pensare alla distribuzione o all’oggetto disco a cui non bisogna pensare proprio più. Bisogna pensare ad altre cose: ai live, ai concerti e a quello che un artista vuole dire e anche
dimostrare al pubblico il suo impegno per quello che fa. Per quanto mi riguarda io voglio suonare la chitarra. Ho sempre fatto quello e farò quello finché me lo permetteranno, senza andare a cercare cose che funzionino o eventi. Bisogna stare attenti a non cadere nell’errore di fare a tutti i costi degli eventi o inventarsi qualcosa. Bisogna anche suonare per il piacere di suonare e basta.
Veniamo al mondo del cinema e della tv a cui lei è inevitabilmente legato, non fosse che per le molte colonne sonore di cui è autore. Altre collaborazioni nel campo, progetti?
Ho scritto soprattutto per Massimo (Troisi ndr). Sono legato a quel periodo, a quell’autore… Ho fatto anche altro, ma non è il mio lavoro.
Sul piccolo schermo vanno per la maggiore i talent. Che ne pensa e che rapporto ha con i giovani che vogliono avvicinarsi alla musica e cominciare a suonare “sul serio”?
In tv non ci sono solo i talent. Ho visto che la televisione sta facendo anche altre cose, grande promozione alla musica. Forse, da quando sono cambiati i dirigenti, sono più attenti alla musica in
generale e hanno capito che questa fa parte della cultura di questo Paese e quindi bisogna aiutare l’arte, la musica, chi scrive i libri. Il nostro è un Paese d’arte.
Anche la radio, specie Radio2, è molto attenta e attiva sulla musica.
Meno male, significa sensibilità. La tv deve fare delle scelte, ma mi sembra che in questo momento abbia occhio sia per quella nazional-popolare che per la musica di qualità. Devo dire che questo è un periodo abbastanza positivo per la musica in tv.
E ai giovani che vogliono cominciare a far musica “davvero”, che consiglio vuole dare?
Forse presentandosi a queste selezioni per i talent hanno una buona possibilità. E’ chiaro che si lavora sulla competizione e non sul contenuto, cioè non si lavora su quello che uno scrive, ma su quello che uno fa sentire. Una competizione un po’ troppo tecnica. Attenzione al contenuto non c’è, tranne quando capita che l’uno e l’altra si trovino insieme, e allora sei di fronte all’artista bravo bravo, vedi Mengoni o quelli che scrivono anche delle cose, i Modà, Emma… è un po’ più dura di una volta, ma il contenuto paga.
Fioccano gli album riarrangiati di molti cantautori. C’è secondo lei una crisi di creatività di questi o invece sono i brani storici, quelli che ad esempio il pubblico chiede ai concerti, ad essere in qualche modo troppo “appiccicati” ai loro autori?
Bisogna stare attenti a non dare al pubblico quello che il pubblico vuole. Ma credo che i cantautori abbiano fatto la storia di questo Paese, spero me compreso. Solo che io sono più musicista, quindi continuo a suonare perché non riesco a stare a case a scrivere canzoni. Io sono musicista, devo suonare, la mia anima nomade mi porta in giro a suonare per il mondo. Detto questo, le canzoni “storiche” come alcune scritte da Dalla, Baglioni, Morandi, De Gregori fanno parte della cultura di questo Paese ed è quindi giusto che rimangano e che vengano divulgate nei concerti. Ed è giusto che ci sia rispetto nei confronti di queste persone che hanno scritto, che hanno fatto delle cose importanti. Penso a canzoni come “Questo piccolo grande amore”, “Alice”, “Com’è profondo il mare” o “La Locomotiva”, “La mia banda suona il rock”…
Scorrendo la sua biografia un paragrafo mi ha fatto particolare “invidia”: ha fatto da “apripista” al concerto di Milano di Bob Marley. Che ricordo ha?
Tutti mi chiedono di quella sera…
Lo so, ho peccato d’originalità, ma la tentazione era forte…
Non mi stancherò mai di dire che è stata un’esperienza unica aver avuto la fortuna di conoscere Bob Marley. Un’esperienza magica per me, conoscere una persona come Marley non capiterà mai più. Io ho il mio modo di vivere e di pensare, quindi conoscere Marley è stato un momento di grande energia, di grande magia soprattutto. Abbiamo parlato un’oretta, di tante cose, voleva sapere della mia napoletanità, da dove venivo, che facevo. Restano queste cose che ti fanno scoprire come quello che fai magari interessa a qualcun altro, e se interessa ad uno come Marley può interessare a tanta gente.
Alcuni anni fa una sua canzone ripeteva: “Napul’è na’ carta sporca”. Oggi Napoli che città è, come ci si vive?
I problemi sono aumentati in tutto il mondo e Napoli, come tutte le grandi metropoli, perché Napoli è una grande metropoli, ha di queste tutti i pregi e i difetti. Non è che non mi voglia sbilanciare, non posso dire qui “è sporca qui, è pulita là, c’è la camorra qui…” non si può dire tutto. E’ una città che ha i suoi grandi problemi ed ha anche un grandissimo fascino, una grandissima storia. Sarà difficile che quella storia venga oscurata da tutti i mali che ci sono, finché ci sarà la storia la città avrà vita.

 

 

di Emilio Fuccillo

Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 06/07/2013, in Collaborazioni, Concerti, Discografia, Interviste, Musica, Napoli, Notizie, Spettacoli, Tour con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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