La notte dei Lazzari felici, il trionfo di Daniele & Co


  (29 dicembre 2013)

Un concerto grosso che segue il filo rosso della nuova canzone napoletana, dagli anni ’70 alla generazione rap

 

Lazzari felici, musicanti senza permesso, uomini in blues, in folk, in (prog) rock, in jazz, in soul. Combattenti e reduci che non hanno mai messo via le armi, pardon gli strumenti, e suonano ancora come dio comanda. Musica marìola che «s’arrobba ‘a vita e sona sapenno ca è fernuta». Nostalgia canaglia: come non confessarla quando, dopo l’entrata in scena del pazzariello e dopo che la Nccp arringa la folla del Palapartenope con la sua «Tammurriata nera», Pino Daniele, padre padrone della cinque serate di «Napul’è – Tutta n’ata storia», divide con Fausta Vetere il canto di «Terra mia»: «Comm’è triste, comm’è amaro/ assettarse pe’ guardà tutt’e ccose/ tutt’è parole ca niente pònno fa’/ Si m’accido ie agg’jettato chellu ppoco ’e libertà/ ca sta’ terra, chesta gente ’nu juorno m’adda da’». Questa terra e questa gente sanno di essere stati traditi non una, ma mille volte: la Campania Felix è diventata prima Gomorra e oggi Terra dei Fuochi. «Terra mia, terra mia/ tu si’ chiena ’e libbertà/ terra mia, terra mia/ i mo’ sento ’a libbertà». Pasquale Ruocco ci ricordato quante bugie che dicono le canzoni, ma a volte è bello consegnarsi a quelle bugie, a volte ricarica l’anima e il cuore e le pile. E la libertà, se è davvero partecipazione gaberiana, è qui, con gli artisti sotto la tenda del circo: perplessi, confusi e felici. Non sembra vero nemmeno a loro, di essere tutti qui, insieme: al mucchio selvaggio della prima edizione, dicembre 2012, se ne sono aggiunti ancora degli altri, qualcuno non era mai salito su di un palco con l’altro, qualcuno ha messo da parte antichi rancori, qualcuno non nasconde i lucciconi agli occhi.
L’elenco è infinito ci sono i compagni del supergruppo ritrovato (James Senese, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tony Esposito e Tullio De Piscopo), Teresa De Sio, Lina Sastri, Clementino, Eugenio Bennato, gli Almamegretta con Raiz, Enzo Gragnaniello, Jenny Sorrenti, gli Osanna, gli ’A67. E strumentisti del calibro di Tony Cercola, Antonio Onorato, Ernesto Vitolo, Agostino Marangolo, il coordinatore Gigi De Rienzo, Rosario Jermano, Elisabetta Serio. C’è persino un abbraccio in famiglia, con Pino e Nello Daniele uniti dalle note di «Je sto vicino a te»: un’altra prima volta in assoluto.
Il canzoniere (trentasette-trentotto pezzi in scaletta) è da mille e una notte, insieme a quello del Nero a metà («I so pazzo», «A me me piace ’o blues», una deliziosa «Appocundria» cesellata anche dalle chitarre di Corrado e Marco Sfogli, «’O scarrafone») ci sono i successi personali dei suoi amici/ospiti, e poi i duetti, gli incroci, le sorprese, le session, i cambi di formazione, i momenti acustici, le esplosioni elettriche, in finale torrido e funkyssimo. L’album di famiglia scorre inesorabile, mettendo da parte quanto già regalato l’anno scorso: si trattava di un esperimento che piacerebbe considerare ora come nuova tradizione, magari solo per il piacere di vedere la De Sio e Daniele insieme tra «Quanno chiove» e «Voglia è turnà». i commoventi duetti di “Cu”mme” con Gragnaniello e “‘O vient'” con Clementino.
Il Pino della nuova Napoli sa farsi comprimario, gioca a entrare ed uscire dai brani dei colleghi, si gode le loro riletture del suo repertorio, riduce ed allarga la sua band, scatena la sua chitarra tra toni latini, gipsy, arabi, blues, rock, jazz, delicati, potenti, veraci, internazionali. Con Lina Sastri ricorda i tempi di «Assaje» e Massimo Troisi («’O ssaje comme fa’ ’o core»), a Eugenio Bennato chiede «Ritmo di contrabbando» ed una chitarra battente per il cammino dolente di tutti i «Lazzari felici».
E fa male, ma è anche balsamo sulle ferite, pensare alle promesse tradite, agli ideali perduti con i capelli, agli amori andati, accompagnati negli anni da queste canzoni, da questi artisti, dal loro prendersi e perdersi, dal loro unirsi e dividersi, farsi movimento, ma non riuscire mai, come tale, a imporre davvero una superiorità artistica altrimenti ineludibile. «Chi tene ’o mare, ossaje, nun tene niente», soffia James nel suo sassofono. «Il mare», lo ricordano gli Osanna, «sta sempe lla’/ tutto spuorco chino ’e munnezza/ e nisciuno ’o vo’ guarda». Gli uomini che, come diceva quel brano, hanno avuto «la tessera del partito» si guardano intorno, hanno portato con sé figli che «quel» partito non sanno nemmeno che cosa sia. È anche per loro, forse, che ripetono, come in un coro verdiano a bocca chiusa: «Lasciatelo parlare, ha tante cose da dire/ ha capito che la lotta non deve finire/ sta alzando le mani verso il sole/ in cerca di calore». Ma il passato è futuro che cambia tempo e ritmo, come «Andamento lento» che De Piscopo consegna al crossover degli ’A67; come «Yes I know (my way)» e «Rosso napoletano» di Tony Esposito che si vestono del rap di Clementino; come «Na bella vita», il reggae messo in piedi dagli Almamegretta e Enzo Gragnaniello. La lunga notte dei lazzari felici è un assalto al cielo del suono newpolitano: anarchico, irrisolto, clamorosamente emozionante. Il calore è ghiaccio bollente, qui, stanotte: «Napule è – Tutta n’ata storia». Sarà anche retorica, ma certe storie non si possono raccontare diversamente, come nel bis finale corale che riprende “Napule è”.
Dopo i primi due tutto esaurito, si replica stasera, poi il 4 e il 5 gennaio.

 

di Federico Vacalebre

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Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 30/12/2013, in Collaborazioni, Concerti, Musica, Napoli, Notizie, Recensione, Spettacoli, Tour con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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