Pino Daniele: «A sessant’anni posso ancora sperimentare, o no?»


 

Alla Reggia di Caserta tra archi e suoni acustici. “Quest’anno salto l’appuntamento di Natale al Palapartenope. O riprendo “Nero a metà”, vediamo come va all’Arena di Verona”

 

«È la mia prima volta davanti alla Reggia di Caserta, ed arriva subito dopo la mia prima volta al belvedere di Villa Rufolo, a Ravello. A pensarci bene, è anche la mia prima volta con un’orchestra in Campania, se si esclude qualche cosa televisiva all’auditorium Rai di Napoli ai tempi di ”Senza rete”, insomma quando Berta filava ed io muovevo i primi passi». È in forma il Pino Daniele dell’estate 2014, concentrato più che mai sul suo mestiere e desideroso di restare lontano dal gossip: «Parliamo di musiche, dai, che è meglio».

Iniziamo dal concerto casertano di questa sera, «Sinfonico a metà».
«L’orchestra, il suono degli archi, la lezione della musica classica mi attrae ormai da qualche tempo. Qui la Roma Sinfonietta diretta da Gianluca Podio si interfaccia con il mio gruppo acustico: dopo tanti anni si ritrovano il contrabbasso di Rino Zurzolo e la batteria di Alfredo Golino, più il pianoforte di Elisabetta Serio e la chitarra classica di Daniele Bonaviri».
Un’altra chitarra, classica: partiamo da questa novità?
«La sto studiando anche io, sto usando le dita sulle corde, senza plettro, sto sperimentandomi con la chitarra flamenco. Mi piace l’idea dello strumento unplugged, del microfono che restituisce il suono del legno. Band e orchestra si integrano bene e sanno tacere quando devono, mi permettono di fare cose che non ho mai fatto, privilegiando il mio repertorio più melodico e latino, ma senza rinunciare al blues, al groove, al ritmo».
Repertorio?
«Brani come ”Lazzari felici” o ”Terra mia” sono, inevitabilmente, al centro di tutto, insieme antichi e rinnovati. Ma ci sono anche episodi come ”Viento ’e terra” o ”Toledo”».
E i pezzi di «Nero a metà», capolavoro del 1980 appena tornato in una nuova versione discografica che contiene un paio di inediti, ma soprattutto versioni alternative e provini che permettono di curiosare dietro le quinte di una straordinaria stagione creativa.
«Questo non tocca a me dirlo, ma è stato divertente concedersi un amarcord di quel tipo e condividerlo con chi mi segue da sempre e con i nuovi fans, anche se oggi suoniamo quei pezzi in maniera diversa, non solo perché c’è l’orchestra».
L’1 settembre, all’Arena di Verona, «Nero a metà» meriterà di nuovo il titolo in cartellone, ma questa volta, appunto, in chiave orchestrale.
«L’Arena è quasi esaurita e questa è una bella notizia: la musica vera, senza lustrini nè mode da seguire, ha ancora apprezzatori. Rileggeremo quell’lp integralmente, e il resto del mio repertorio, con la band di allora, Senese in testa, la band di oggi, la Roma Sinfonietta, e amici come Massimo Ranieri, Fiorella Mannoia, Emma, Elisa, Mario Biondi. Piuttosto che inventare progetti senza senso, e fare musiche nuove che arriveranno a pochi vista la crisi del settore, mi concentro sul mio repertorio, provo a metterlo a fuoco: alla vigilia dei sessant’anni posso pure sperimentare ancora, o no?».
Per quella festa bisognerà aspettare il 19 marzo 2015. Prima, a proposito di feste, non dovrebbe esserci la terza edizione di «Tutta n’ata storia» al Palapartenope, tra Natale e Capodanno?
«No, mi sa che saltiamo un giro e ci vediamo direttamente alla fine del prossimo anno. Oppure, chissà, facciamo un’edizione partenopea di ”Nero a metà sinfonico”, non so ancora. Il pubblico napoletano ha risposto straordinariamente all’iniziativa, merita che tutto venga fatto con cura, che ci sia sempre qualcosa di nuovo da offrire, che in scena vada la grande cultura napoletana di ieri e di oggi».
Da napoletano della diaspora che però torna a casa ogni volta che può, che effetto fa la città raccontata sui media in questi giorni?
«Siamo passati da Gomorra e dalla Terra dei fuochi agli eroi per caso. La tragedia del tifoso ucciso a Roma da un presunto altro tifoso, la tragedia del ragazzo ucciso da una pietra caduta nella Galleria Umberto in cui pure io ho passato tanto tempo… chiamarli eroi mi sembra una maniera per dimenticare, per nascondere il loro status di vittime innocenti, per rimuovere le colpe e far finta di correre ai ripari. I vecchi proverbi popolari sono straordinari: ropp’ arrubato a Santa Chiara mettettero le porte ‘e fierro. Napoli sembra l’epicentro dei mali del mondo, ma è solo una città di frontiera, dove i tempi che stanno cambiando, come cantava Dylan, si rivelano prima che altrove».

 

di Federico Vacalebre

Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 11/07/2014, in Collaborazioni, Concerti, Discografia, Interviste, Musica, Napoli, Notizie, Spettacoli, Tour con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: