Pino Daniele, Nero a metà forever


Trionfo all’Arena di Verona, meglio la superband dei duetti. Si replica a Napoli in dicembre: “E l’anno prossimo un album di inediti”

«I say i’ sto ccà». Il Nero a metà è contento di essere di nuovo qui, «con la stessa voglia di fare musica di allora, con gli stessi amici-compagni di avventura di allora, più tanti nuovi». Pino Daniele infila il concerto-celebrazione del suo terzo, storico, album, tra un’«Aida» e una «Madame Butterfly», ha preso gusto a rimettere mano nel suo canzoniere vintage, a considerare ogni concerto come una session-storia a parte. I diecimila dell’Arena di Verona si godono l’evento con lui: «Me siento ‘a guerra, il resto non lo so».

A 59 anni il Mascalzone latino si sente davvero «’a guerra», si diverte, pazzea con la chitarra classica, vecchio amore ritrovato, mettendo da parte i plettri, parea con l’orchestra (la Roma Sinfonietta diretta da Gianluca Podio), passione messa da poco alla prova del palco. Torna sul luogo del delitto – un album storico, una «cornice di cui spero di essere degno», da cui iniziò la sua carriera grazie al Festivalbar, dove lanciò «Je so pazzo») – con la consapevolezza di un maestro che vuole attraversare con dignità gli anni del suono di plastica. Elisa, Francesco Renga e Emma sono «giovani con cui mi piace mettermi alla prova», Mario Biondi «un fratellone che divide con me la passione per il jazz e l’improvvisazione», Fiorella Mannoia «un’amica antica». Massimo Ranieri non c’è, problemi dell’ultimo minuti l’hanno costretto a dare forfait: «Spero che potremo recuperare quello che avevamo preparato, un’omaggio all’arte di Eduardo, tra teatro e cinema, nel trentennale della scomparsa».

Qualcuno ipotizza che la coppia verace possa spuntare sul palco del Palapartenope il 16 e 17 dicembre: «La risposta di pubblico ci ha convinti a mettere in piedi un minitour, senza orchestra, con un ospite per tappa. Ma è presto per parlarne»: l’11 dicembre a Bari, il 13 a Roma, poi Napoli appunto («per quest’anno facciamo questa cosa qui, nel 2015 riprenderemo la tradizione di “Tutta n’ata storia”»), il 22 a Milano. Al centro dell’operazione la second life di un disco appassionato e appassionante, dove si vedevevano «compagni» che chiedevano poltrone e bambini morire, dove si voleva di più di quegli anni amari (e figurarsi di quelli attuali). «All’epoca eravamo giovani, non capivamo che cosa stavamo facendo, oggi ci siamo resi conto di quale cocktail di poesia e suoni avessimo messo insieme», spiega Agostino Marangolo, batterista originale di «Nero a metà», presente con quasi tutti i compagni di studio dell’epoca: «Il formidabile James Senese al sassofono, che è uno dei motivi per cui credo ancora nella musica, Gigi De Rienzo al basso, Ernesto Vitolo al piano e le tastiere, Rosario Jermano e Tony Cercola alle percussioni», spiega Daniele, che però non ha rinunciato ai suoi attuali colleghi di tour: «Rino Zurzolo, un altro dei miei punti di riferimento sicuri, al contrabbasso, Daniele Bonaviri alla chitarra classica, Elisabetta Serio al piano e Alfredo Golino alla batteria».

L’inizio è orchestrale («Terra mia»), la prima parte dello show è antologica, la seconda si concentra su «Nero a metà», il cuore del concerto più che nei duetti poco centrati sta nel set acustico, nel doppio affondo di «Appocundria» e «Alleria». Elisa si misura subito con «Quando», Renga la segue con «Musica musica», Pino li mette insieme per «Voglio di più». Biondi si scatena in «Sotto ‘o sole» e «A me me piace ‘o blues». Emma esagera come sempre in «’I so pazzo» e «Nun me scuccia’», Fiorella Mannoia è misurata come sempre in «E so’ cuntento ‘e sta» e «Senza ‘e te». Il finale collettivo è riservato a «Napule è» e «Yes I know my way». Le due band si alternano, Senese è il solito, gigantesco, sassofono che ulula alla luna, ma fa sentire anche la sua voce nell’esorcismo di «Puozze passa’ nu guaio».
«I say ‘i sto ccà» come «Voglio di più», come «A testa in giù», come il capolavoro assoluto “Quanno chiove” sono madeleine danieliane che mandano in sollucchero il pubblico: «Questo è un atto d’amore e perseveranza, non di celebrazione e di nostalgia», ricorda Pino, che non si nega, dietro le quinte, a commentare il caso del concerto dei 99 Posse, non graditi a Verona perché «comunisti e napoletani»: «Quando la musica è militante rischia di finire nel mirino. Io non faccio politica, oggi meno che mai, ma da uomo di sinistra mi è capitato di essere stato giudicato da uomini di destra, che sapevano come la pensavo e quindi…». E quindi si gode lo sfizio di far cantare tutta l’Arena nel suo dialetto, anzi nella sua lingua.

Il neapolitan power, intanto, trova nuovi eredi: «Il rap sta a Clementino e Rocco Hunt come il blues e il rock stava a noi. L’hip hop in Italia ha due facce: a Milano fa i conti con il cemento, a Napoli con le radici». Pino conosce la sua strada, anche quando guarda indietro: «L’anno prossimo faccio un disco di inediti, ho cose nuove da dire, ma soprattutto da suonare». Perchè, ancora e sempre, «musica, musica, è tutto quel che ho».

 

di Federico Vacalebre

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Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 02/09/2014, in Collaborazioni, Concerti, Discografia, Interviste, Musica, Napoli, Notizie, Recensione, Spettacoli, Tour con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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