Pino, quel sorriso blues che befferà pure la morte


     (19 gennaio 2015)

Lanzetta: conosceva l’allegria, non scappava dal dolore

 

La mia cagnetta Sofia non sa. Mi ha visto immalinconito in questi giorni ma lei non capisce il blues, non sa di chitarre, Clapton, Peter Frampton, Richie Havens & C. Lei è l’antidoto al dolore che la vita ci propina. E noi vassalli di un padrone despota ci lasciamo trafiggere. E il padrone stavolta s’è portato un ragazzone timido, comico e malinconico, che non sapeva di Mississippi quando per Santa Chiara col suo registratore Geloso (di marca) provava a dire: no, perché io suono…

Erano anni azzurri e più innocenti, erano anni che poi sarebbero diventati anni meravigliosi, in giro per l’Italia e urlare: Vaimo’… Vaimo’…

L’amore che il popolo di tutta Italia ha tributato a Pino Daniele, è l’amore che si ha per chi, pur conoscendo l’allegria non è mai scappato dal dolore.

I suoi occhi sono stati il blues come le sue vene e le sue arterie, il suo sorriso, il suo corpo da gigante buono un po’ burbero ma solo per difesa. Ho visto gente venire da Udine e Catania, Venezia e Reggio Calabria. E addossarsi ai suoi fratelli, di sangue e non, quella tribù napoletana unica al mondo che con compostezza sa piangere i propri figli e li consegna al mito.

Pino già era mito perché le sue canzoni erano sempre tre metri sopra il cielo, sopra le fogne, sopra i viadotti di Pianura, sopra le discariche abusive, sopra la corruzione dei politici, sopra il malaffare, sopra la meschinità, ma soprattutto dentro agli anfratti che solo chi è nato nei Decumani può sapere intuire, leggere, vedere, raccontare, cantare.

Pino sono le polpette fritte della domenica, il fritto di pesce di Porta Nolana, i panzarotti di via Tribunali, la speranza mista alle sopravvivenze del lunedì mattina di chi teneva il mare ma lo doveva solo guardare. Perché quel mare era di altri. Con Pino Daniele il mare di Napoli è diventato il mare della gente, della plebe, dei Tonino e Ciruzzo, di AnnaMaria e Rosetta. Un mare di emozioni che come uno tsunami li ha poi travolti, facendoli sentire almeno una volta nella vita protagonisti.

E ora con le teste abbassate quelli che sono cresciuti con le sue canzoni rimangono smarriti e aprono le loro finestre da cui alto si leva il suo canto, la tristezza di Caetano Veloso che sposa l’allegria di George Benson, la maglia di Gato Barbieri che abbraccia l’ancestrale lamento di Mercedes Sosa. Sarà difficile far finta di niente, far finta che tutto ritorni normale.

Ma in una notte di Secondigliano magari lo vedrò scendere da una macchina coi suoi capelli bianchi e il pizzetto nero e attorno a lui con le mani alzate tanti ragazzi persi e blues, amari e forti, campioni e condannati, chiedergli di cantare ancora. E lui col suo sorriso che beffa pure lamorte intona: I say… je sto cca’!!!

 

di Peppe Lanzetta

Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 26/01/2015, in Musica, Napoli con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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