Pino Daniele, "così timido e riservato, vi racconto il genio in bianco e nero"


    (13 gennaio 2015)

Intervista a Cesare Monti, l’artista che firmò le copertine dei dischi storici di Pino Daniele: “Passavamo ore a parlare di musica”

 

Il mitico gruppo è tutto lì, in una foto in bianco e nero che a Napoli è famosa almeno quanto quella dei Beatles sulle strisce di Abbey Road. Non manca nessuno. Pino Daniele, James Senese, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Tony Esposito e Rino Zurzolo. La scattò Cesare Monti, fotografo, artista visivo, regista, ma soprattutto l’autore delle copertine di album che hanno fatto la storia della musica italiana. Nel suo studio di Milano, negli anni Settanta, sono nate le cover di dischi per i Dik Dik (gruppo in cui milita il fratello Petruccio Montalbetti), Lucio Battisti, Fabrizio De André, Pfm, Edoardo Bennato, Ivano Fossati. E Pino Daniele, appunto, di cui ha firmato le copertine degli album “Pino Daniele”, “Nero a metà”, “Vai mo’” e “Bella ‘mbriana”. Nacque subito un’amicizia. «Avevamo un feeling speciale — racconta Monti — ho lavorato con molti musicisti importanti ma lui è uno dei pochi di cui sono andato a sentire un concerto. Battisti è stato il più grande musicista che ho incontrato, ma Pino è quello che ho amato di più».

Ricorda il vostro primo incontro?
«Fine anni Settanta, il periodo in cui cominciavo a staccarmi dalla discografia. Però Pino mi piaceva e volevo lavorarci. Venne a Milano, io e mia moglie lo portammo in un negozio a comprare dei vestiti nuovi, perché lui vestiva un po’ così… da scugnizzo diciamo. Era un ragazzo timido, un gigante buono».

Lei è l’autore della foto che ritrae Pino Daniele con il suo gruppo storico.

«Mi hanno detto che è diventata un simbolo a Napoli. La scattai allo Stone Castle di Carimate, dove Pino stava registrando “Vai mo’”. La nostra collaborazione però era cominciata qualche anno prima, con la copertina del disco “Pino Daniele” con le quattro foto in ordine di tempo».

Che è anche una sorta di rompicapo.

«Sì, perché solo la prima e l’ultima hanno lo stesso orario anche se non sono uguali. La scattai nel bagno del suo albergo sotto la Galleria del Corso a Milano. Il concetto alla base è la ciclicità della vita. Riprende la teoria dei corsi e ricorsi storici di Francesco Guicciardini: le cose si ripetono continuamente, ma ripetendosi cambiano anche se di poco».

È la sua foto più bella?
«Io preferisco quella in bianco e nero, sempre di quell’album. Pino seduto su un panca con la chitarra, con la testa rivolta di lato. Sembra un Donatello».

 

Scatti inediti di Cesare Monti (tratti da repubblica.it)

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Poi ci sono “Nero a metà” e “Bella ‘mbriana”.
«La copertina di “Nero a metà” è nata all’improvviso. Ci incontrammo sulla strada tra Roma e Siena e mi venne l’idea di fare questa foto di Pino con chitarra in spalla e un fiumiciattolo alle spalle. Per “Bella ‘mbriana” invece siamo sulle scale della mia casastudio di viale Monte Nero a Milano. Ho voluto scattarla lì perché ci vedevo un’ambientazione napoletana, le scale di un palazzo un po’ fatiscente del centro storico».

Pino frequentava la sua casastudio?

«Sì, veniva sempre a trovarmi. Ma non era il solo, anche De André si fermava spesso, sembrava un club, un ritrovo di artisti. Ricordo che appena arrivava Pino, tante volte in compagnia di James Senese, mi diceva: “Cesare, fà nu cafè, jà”. E si restava lì per ore a parlare di musica».

Qualche episodio particolare?
«Una volta mi raccontò che il riferimento a Masaniello in “Je so’ pazzo” è legato a un’esperienza diretta, a una presenza che “abitava” nella casa in cui viveva da piccolo e che lui pensava essere lo spirito di Masaniello. Da lì quindi «Masaniello è turnato». Un’altra volta mi raccontò della sua sorpresa per piazza Plebiscito strapiena in occasione del suo concerto del 1981. Appena intonò “‘Na tazzulella ‘e cafè”, la gente cominciò a cantare così forte che Pino non riusciva nemmeno a sentire la sua voce. Mi disse: “Capisci, Cesare? Cantavano a squarciagola una canzone che io avevo scritto così, un giorno, al cesso. Incredibile”».

Un affetto travolgente.

«Ma i napoletani sono così. Autentici, di cuore e dotati di un’ironia impareggiabile. Ne ho conosciuti tanti: Edoardo Bennato, Enzo Avitabile, Lino Cannavacciuolo. Io, milanese doc, ho sempre lavorato benissimo con loro, mi sono sempre divertito. Hanno la forza di una cultura unica e una passione straordinaria. De Piscopo, per esempio. Ha una vitalità eccezionale, ci mette il cuore in quello che fa. E poi l’amore dei napoletani per Pino credo rappresenti la voglia di rivalsa di una città che vuole liberarsi dall’oleografia e tributare il giusto riconoscimento a un musicista di altissimo livello».

Il successo cambiò Pino?

«Divenne più sicuro di sé, ma mai presuntuoso. Battisti invece era uno sempre molto convinto delle sue possibilità. Pino, in questo, somigliava più a De André».

Dicono fosse burbero.

«Non è vero. Era timido e riservato, sì. I burberi spesso sono timidi, basta trovare la chiave per farli entrare dentro di te. Poteva dare quest’impressione, ma in realtà era un uomo molto dolce, affettuoso, profondo. Come il suo amico Troisi. Un uomo burbero e antipatico non scrive quei capolavori».

Ai funerali in piazza Plebiscito c’erano centomila persone. A Pino, così schivo, avrebbe fatto piacere?
«Penso proprio di sì. Non credo che possa non far piacere così tanto amore, no?».

 

di Mario Basile

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Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 28/01/2015, in Collaborazioni, Discografia, Interviste, Musica con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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