Sei canzoni a sorpresa dagli archivi di Daniele


      (4 novembre 2015)

I primi tre album ristampati in un prezioso box

 

È il lavoro che tutti i danieliani duri e puri hanno sognato per decenni, ma anche quello di cui avrebbero fatto volentieri a meno, visto che vede la luce solo perché Pinotto non c’è più. «Tracce di libertà», nei negozi il 4 dicembre, è un viaggio al termine del primo Pino Daniele: raccoglie i suoi primi tre album, li smonta mostrandone il dietro le quinte in una sequenza di provini casalinghi e versioni alternative, li completa con sei inediti di cui mai prima si era parlato, rimasti nei cassetti del cantautore, e tirati fuori dal figlio Alessandro, che è stato suo road manager ed ora ne cura le memoria con la Fondazione Pino Daniele il cui primo atto è proprio questo «percorso emozionale che racconta un ragazzo a cui piaceva il blues, ma anche la sua città, i suoi anni Settanta, insieme formidabili e controversi, i suoi compagni di viaggio».

Alex ha lavorato al progetto nello studio che fu del padre, cercando di fare i conti con la sua scomparsa improvvisa: «Prima mi sono chiuso nel dolore», spiega con il pudore di chi preferirebbe sempre restare dietro le quinte, «e nel silenzio, in me stesso, insomma. Poi ho sentito l’enorme onda dell’affetto che circonda papà come artista e come uomo». Non riesce a parlarne al passato, Alessandro: «Non è passato, io lo sento presente, è qui». E, di sicuro, è dentro «Tracce di libertà», che arriverà nei negozi, fisici e virtuali, in triplice versione: super deluxe, con sei cd e un libretto di 60 pagine con testi, foto, curiosità e i sei inediti; deluxe, con tre cd, booklet e un inedito; digitale con gli stessi contenuti audio di quella deluxe.

«Terra mia» (1977), «Pino Daniele» (1979) e «Nero a metà» (1980) sono dischi epocali, continuano la tradizione della canzone napoletana rivoluzionandola, portano la rabbia e la voglia di rivoluzione in testi fino a quel momento condannati a parlare d’amore melenso, ritrovano un dialetto antico che sa farsi modernissimo, tengono insieme le radici e le ali, la veracità e il sogno blues rock americano, la tradizione e la contemporaneità. Il cofanetto ce li consegna com’erano, poi li «raddoppia»: come già era successo con la versione extended di «Nero a metà», ultimo progetto discografico pubblicato in vita dall’Uomo in blues.

«Terra mia», l’lp d’esordio, diventa così un work in progress, una macchina del tempo che ci porta a casa di Rosario Jermano, percussionista, primo complice e poi amico di una vita, dove le canzoni venivano fermate su un nastro, spesso una normalissima cassetta. Alex ha trattato quei materiali con amore e rispetto, lasciando gli errori, le battute, i fruscii. Il demo di «Chi po’ dicere» apre il tutto con versi che oggi hanno un altro senso: «Chi po’ dicere / ca sto’ mrenno/ Chi po’ dicere ca so’ cuntento/ Chi po’ dicere/ ca sto’ sbaglianno». «Terra mia», il brano, è la prima di tante tracce di libertà: è nuda, scabrosa, emozionante. «Saglie, saglie» conosce più vestiti, anche uno che prova a tradurla in italiano, «Ma che puzza dint’‘a stu vico» è l’abbozzo da cui nascerà «Ce sta chi ce penza».

Poi arrivano le sorprese, i primissimi brani scritti dal 1973 in poi. «Napule se scet’ sotto ‘o sole» registrata in un deposito a corso Malta, probabilmente è antecedente a «Napule è», potrebbe essere un primo tentativo di raccontare una città insieme immobile e in movimento, di grande bellezza e di grande bruttezza, catata dai poeti e stuprata dai politici: «A vecchia ca venne ‘e castagne/ se more ‘e friddo e nun dice niente/ con poche sorde nun c’a fa». A Napoli si vive sotto il sole, si muore sotto il sole: la ballata è cantautorale e folk, ingenua, solo una chitarra, un flauto, dei tamburi. «Mannaggia ‘a morte» è appena uno stralcio, desimoniano, non a caso arriva da una registrazione di una messinscena all’ormai mitico Teatro Instabile, con Gianni Battelli al violino.

Il libretto correda tutto con pagine delle agende personali che il musicista teneva in quegli anni, di testimonianze spesso minime, tenere. Dorina Giangrande, futura prima moglie del cantautore, compare sulla scena per caso: accompagna una corista in studio, è l’unica ad avere la macchina a disposizione.

Con «Pino Daniele» il lavoro di lima delle composizioni si rivela persino più nettamente. Non ci sono solo arrangiamenti diversi, non ci sono solo vestiti provati ma non usati su una melodia all’inizio spoglia: «Je so’ pazzo», ad esempio, la conosciamo a memoria, ma nella prima versione, invece di dire «ed oggi voglio parlare», cantava «ed oggi voglio sparare», dando un contesto alla canzone più aderente agli anni di piombo, amplificando la rabbia del nuovo Masaniello che scandalizzava i  benpensanti con una parolaccia censurata da radio e classifiche. «Basta ‘na jurnata ‘e sole», invece, era di partenza «Basta ‘na giurnata ‘e sole» ed aveva un intarsio chitarristico in stile flamenco scomparso nella session definitiva. «Donna Cuncetta» nelle note autografe di Pino si intitolava «’Onna Cunce’» e all’ascolto sorprende  con un diverso intermezzo strumentale, come un contrappunto. «Il mare» inizia con un’osservazione: «Vabbè, suona come i Cream». Alla fine di «Je sto vicino a te» l’autore commenta: «Vabbè ci stanno le felle, ma che ce ne fotte». «Stappi-stopotà», il terzo inedito, è un divertissement ritmico che ricorda all’inizio la celeberrima «Can’t find my home» dei Blindth Faith. «Figliemo è nu buono guaglione» è il quarto: jazz mediterraneo tra Nccp e Weather Report, un duetto tra una voce femminile, una chitarra lisergica, la chicca più inattesa.

A «Tira ‘a carretta» e «Hotel Regina» che arricchivano la versione extended di «Nero a metà», Alessandro Daniele ha aggiunto, per l’occasione, altri due brani mai ascoltati prima: uno strumentale senza titolo, delicato, insinuante, e «Voglia ‘e bestemmia’», che ha movenze brasiliane e sa – come si diceva in quegli anni – che il personale è politico: «Tu dicive nun da’ retta/ nun ce penza’/ da ‘na mano a tutte cose/ e circa e campa’/ E si me guardo attuorno/ je nun vache niente/ so’ na pezza ‘mmane ‘a gente/ che me gira e avota comme vo’/ E ‘na voglia e jastemma’/ ca chianu chianu se ne va/ e cchiù ‘ncazzato me fa». Nel take in studio diventa più rock, c’è un sassofono (più probabilmente di Avitabile che di Senese), ma non finisce lo stesso nell’album, destinata ad essere scoperta solo ora.

Come queste «Tracce di libertà» che sarà doce e ammaro e inevitabile seguire con amore e rimpianto. «Le ho raccolte proprio per questo», conclude il figlio del Mascalzone latino, «mi piacerebbe che presentassero mio padre alle nuove generazioni, che parlassero del musicista oltre che del cantautore. Le sue canzoni viaggiano da sole, ai suoi dischi non posso aggiungere niente, se non, come in questo caso, delle occasioni per entrarci dentro meglio, più in profondità» 

 

di Federico Vacalebre

 


L’IDEA

Ogni disco in versione extended

«Mio padre per ogni disco lasciava da parte uno o due pezzi, e non sempre perché erano scarti: spesso succedeva che non lo ritenesse adatto a quel disco, che lo immaginasse estraneo per sonorità in quel dato progetto»: Alex Daniele racconta che, dopo «Tracce di libertà», tutta la discografia del cantautore scomparso il 4 gennaio scorso potrebbe tornare in circolazione in versione extended, con provini, outtakes e gli inediti tanto invocati dai collezionisti e dai fans più accaniti. Si parla anche di un’edizione integrale di tutta la sua opera, «ma bisogna mettere d’accordo diverse case discografiche». Vedremo».

 

di Federico Vacalebre

Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 19/11/2015, in Interviste, Musica, Napoli, Notizie, Recensione con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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