Museo Pino Daniele, il primato di Napoli


 

Oggi apre i battenti il Mamt, in Italia non ne esiste uno simile: nemmeno per De André, Dalla o Modugno

 

 

Un museo De André, un museo Dalla, un museo Modugno, un museo Battisti, un museo Mia Martini in Italia non c’è. A Napoli non c’è il museo Eduardo, il museo Totò, il museo Caruso, il museo della canzone napoletana. Ma, da stamane, c’è il museo di Pino Daniele ed è un primato per una città spesso matrigna e smemorata ma che il Lazzaro felice non l’ha mai dimenticato, anzi, da quella tragica notte del 4 gennaio 2015, si è ancora più attaccata, sino ad identificarsi in lui, a ritrovarlo simbolo di una comunità altrimenti sperduta.

L’esposizione permanente si chiama Pino Daniele Alive ed è un racconto «vivo», non stoltamente beatificante, quello che Alessandro Daniele, figlio-manager del cantautore, che con la Pino Daniele Trust Onlus ha curato, complice fondamentale, oltre che padrone di casa, l’architetto Michele Capasso e la sua Fondazione Mediterraneo. Siamo al secondo piano dell’ex Grand Hotel de Londres, si entra da via de Pretis, ci sono ben altri quattro piani da visitare all’interno del Museo della pace-Mamt: M come Mediterraneo; A come arte e architettura e archeologia e ambiente; di nuovo M come musica ma anche come migrazioni; T come tradizioni, come turismo. Capasso usa questo spazio come ha fatto con il Totem di Mario Molinari, cui pure è dedicata un’area, quasi fosse una sorta di «antidoto alla dittatura delle notizie di guerra, terrorismo, stragi di migranti. Con Pino condividevamo il sogno di un Mediterraneo dei popoli, questo racconta tutto l’allestimento, migliaia di video, suoni, testimonianze, drammi, speranze».

Ma la curiosità, e le prime prenotazioni lo confermano, è tutta per il Nero a Metà: si entra gratis, su prenotazione, lasciando il telefonino all’entrata: «Questo è il primo museo emozionale e per quanto l’allestimento sia digitale non c’è spazio per i selfie. Qui si arriva con tempo e attenzione da dedicare, per emozionarsi. Ci sono decine di ore di video a disposizione», spiega Daniele junior, che ieri mattina ha accompagnato la stampa in una visita guidata, replicata nel pomeriggio per amici musicisti tra cui James Senese, Gigi De Rienzo, Elisabetta Serio, Tony Esposito, Ernesto Vitolo, Fabrizio Milano, Tony Cercola, più Antonio Bassolino. Prima si erano già visti la famiglia Daniele (i fratelli Nello, Carmine, Salvatore; la prima moglie Dorina; la figlia Cristina) e compagni di palco preziosi come Rosario Jermano, Rino Zurzolo, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Lino Vairetti, Enzo Gragnaniello.

Una curiosità ben riposta: Alex ha fatto le cose più che per bene, con la fondamentale complicità di Sergio Pappalettera, che di Pino curò a lungo la grafica dei dischi, nell’allestimento, e di Giorgio Verdelli nei video, che – tra materiali dell’archivio dell’artista, delle Teche Rai e preziosi inediti – raccontano gli esordi come gli ultimi album, le passioni etniche (una sala intera è dedicata a «Medina», in sintonia con lo spirito del luogo), le collaborazioni illustri, i film, i videclip, la passione per i madrigali di Gesualdo Da Venosa, le canzoni più celebri, lo storico concerto di piazza del Plebiscito il 19 settembre 1981…
Appena entri un colpo al cuore: c’è la chitarra Paradise degli ultimi concerti, le ultime sei corde toccate, e sembra ieri che il Mascalzone Latino era sul palco del Palapartenope per un arrivederci trasformato dalla sorte in addio. E di chitarre ce ne sono tante, ognuna un suono, un disco, una stagione del cantautore che era ancor prima suonautore: una Frame Guitar, la Suhr di «Melodramma», poi Yairi, Fender Zaz, una pesantissima dieci corde elettrica, la Gibson Firebird dei tempi di «Bonne soirée» comprata perché la usava il suo idolo Johnny Winter, l’Ovation con dedica di Al Di Meola, la Panormo che apparteneva al suocero, un mandolino forse usato per registrare «Napule è».

Poi c’è la ricostruzione del suo camerino, del suo studio di registrazione (presto sarà completato con un ologramma per vedere ancor più «alive» l’Uomo in Blues): tutto, dai registratori a bobine alla macchinetta del caffè, dai plettri agli amplificatori, dal santino della prima comunione alla licenza da ragionere per dire dell’uomo che si fece Voce di Napoli. E quando l’emozione si fa troppo forte, l’assenza troppo feroce, un sorriso lo strappa il telegramma che lo invitava ad un colloquio come assistente di volo Alitalia nello stesso giorno in cui lo aspettavano per proporgli il primo contratto discografico. Pino fu molto travagliato, in famiglia tutti tifavano per il posto fisso, ma lui…

«Io continuo a sbagliare i tempi quando parlo di papà, non riesco ad usare il passato», confessa Alex, che a Pino assomiglia sempre di più ed è persino più schivo: «Mi manca, ma mi sembra ci sia ancora, qui ancor più. Abbiamo provato a ricordarlo con coerenza con la sua storia, continuando un’opera che lui aveva già iniziato con l’architetto Capasso. Ho persino i suoi appunti per un progetto di festival del Mediterraneo che voleva organizzare nel porto di Napoli. Ci stiamo lavorando, come stiamo lavorando alle borse di studio per le eccellenze dei conservatori italiani, ma anche per chi non ha i soldi per iscriversi in un conservatorio ma eccellenza potrebbe esserlo lo stesso. Tutto per dire che questo non è un museo, ma la casa di Pino Daniele, che è vivo soprattutto in mezzo al suo popolo, nella sua Napoli». E Napule è, almeno oggi, una città fiera, grande madre di un grande figlio, e non matrigna.

 

di Federico Vacalebre

Informazioni su GiO

Studente di Informatica presso Università degli Studi di Napoli Federico II, PinoDanielomane e appassionato di Musica, grafica e di fotografia.

Pubblicato il 29/06/2016, in Fondazione, Museo, Musica, Napoli, Notizie, Pino Daniele alive con tag , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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