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"Qualcosa arriverà", libro e film su Pino Daniele

Giorgio Verdelli firma entrambi i progetti: il primo, insieme al figlio del musicista, Alessandro. Il documentario prodotto da Raicinema sarà pronto in primavera

 

«Voglio ‘o mare / ‘e quatto ‘a notte miezzo ‘o pane» … I più innamorati del canzoniere di Pino Daniele avranno subito riconosciuto questi versi appassionati. L’incipit di “Qualcosa arriverà”, già nella colonna sonora del film “Le vie del Signore sono finite” di Massimo Troisi . Così s’intitola pure il libro in gran parte fotografico edito da Rizzoli e firmato da Giorgio Verdelli e dal figlio e personal manager Alessandro Daniele (cui tocca la prefazione), in collaborazione con la Pino Daniele Trust onlus.

Si ricompone la coppia che ha lavorato alla realizzazione di “Pino Daniele Alive”, l’esposizione museale al secondo piano del “Mamt” in piazza Municipio. Questa volta, anziché raccogliere le chitarre del musicista, i documenti privati, gli oggetti di camerino e le strumentazioni dello studio di registrazione, Verdelli e Alex hanno cooperato per completare questo primo viaggio visivo nell’emisfero di Pino. “Qualcosa arriverà” è strutturato in quattro capitoli – “Vogl’essere chi vogl’io”, alludendo a “Je so’ pazz’”; “Il feeling è sicuro”, evocando “A testa in giù”, dall’album/epifania “Nero a metà”; “Da Nord a Sud del mondo” e “Io ci sarò ad alzare il vento” – e una “Cronologia musicale” per epilogo, con l’art direction di Sergio Pappalettera, supervisore anche dello spazio “Alive”.

Cuore del volume è un concetto che l’autore di “A me me piace ‘o blues” e “Alleria” ha costantemente avuto quale faro: «L’emozione è l’unica cosa che vale la pena di comunicare agli altri: qualunque sia il prezzo. Quel momento che succede tra noi che suoniamo e il pubblico che ascolta è un momento magico». Proposito che va riverberandosi pagina dopo pagina anche nei testi emozionali di alcuni amici di lusso: Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo e Tony Esposito; Peppe Lanzetta e Jovanotti, Al Di Meola e Chick Corea. Ancora, Gianni Minà, Enzo Gragnaniello ed Enzo Decaro, Dorina Giangrande (prima moglie di Pino) e Clementino, Renzo Arbore e Roberto Saviano; Peppe e Toni Servillo, Ferdinando Salzano e Stefano Di Battista, Pasquale Scialò, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, Fabio Massimo Colasanti.

Tanti di questi musicisti saranno ritratti nel documentario “Qualcosa arriverà” (il titolo è provvisorio: alla direzione della fotografia Francesca Amitrano, al montaggio Giogiò Franchini) che Verdelli stesso – coproduce RaiCinema con il riconoscimento d’interesse culturale del Mibact – sta girando in città. Parecchi gli istanti goliardici, come accaduto giorni fa al Bar dell’Epoca (per tutti, da “Peppe Spritz”) in piazza Bellini, quando ai tavolini si sono accomodati Senese e Decaro.

«Si tratta di un film che nasce dal libro – anticipa Verdelli – e che sarà pronto prima della primavera. Al massimo entro il 19 marzo 2017, giorno del compleanno di Pino. Giriamo in città ancora alcuni giorni poi andremo a Londra, Roma, Milano, Venezia, Torino, New York intervistando via via Phil Manzanera dei Roxy Music, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Stefano Bollani, Peppe Lanzetta, Maurizio de Giovanni e altri. Né il libro né il film sono progetti biografici. L’idea, in entrambi i casi, è di raccontare una storia speciale».

 

 

di Gianni Valentino

"PINO DANIELE. QUALCOSA ARRIVERÀ" (Rizzoli), a cura di Giorgio Verdelli e Alessandro Daniele, da oggi disponibile in libreria.

 

 

Marcotulli, l’omaggio a Pino è jazz

      (8 aprile 2016)

La pianista ha registrato un album rileggendo il canzoniere di Daniele: con lei la De Vito

 

Foto di Paolo Soriani

 

Com’era inevitabile, gli omaggi a Pino Daniele si moltiplicano non solo sul fronte cantautorale, anzi è – inevitabilmente – il mondo del jazz ad osare di più. Come dimostra «A Pino», cd appena registrato, e presentato dal vivo in anteprima lunedì scorso alla Casa del Jazz (in platea anche Alessandro Daniele, figlio del musicista e responsabile della fondazione di famiglia) da Rita Marcotulli, che fu a lungo collaboratrice del Nero a Metà: «Lo conobbi nel 1990, con Maria Pia De Vito andammo a casa sua e gli facemmo ascoltare le cose che stavamo facendo, lui era curiosissimo in fatto di musica, voleva sempre capire, vedere che cosa si stava movendo, immaginare il futuro. Poi iniziammo a lavorare insieme, per me fu una delle esperienze più importanti che abbia mai fatto».

Maria Pia, signora napoletana del jazz italiano, naturalmente è parte dell’operazione: «È forte in me il rimpianto di non aver mai davvero lavorato con Pino. Ci siamo conosciuti e sfiorati professionalmente, ho messo la voce in un suo disco, avevamo pensato di fare cose insieme, ma… Il giorno che è scomparso mi è caduto il mondo in testa, mi sono sentita afona, c’è voluto tempo perché accettassi che l’unico modo per cantarlo ormai era farlo senza di lui», racconta lei, orgogliosa di essere stata chiamata all’Opéra di Lione dal 27 al 30 aprile per un progetto «Carta Bianca»: «È un grande apprezzamento e riconoscimento della mia visione e ricerca musicale, nei suoi aspetti variegati e nelle sfumature più lontane, mi hanno dato, appunto, carta bianca per presentare me e i miei progetti: “The circle”, “Re:song”, “Fun!” “Traces” e “Sarau sul Vesuvio” con sei grandi artisti che rispecchiano una parte del mio attuale percorso creativo: Jim Black, Benoit Delbecq, Michele Rabbia, Huw Warren, Gabriele Mirabassi e Roberto Taufic».

In «A Pino» la De Vito si è misurata, come fece l’estate scorsa sul Vesuvio con Rava e lo stesso Taufic, con «Lazzari felici». «Il resto del repertorio è , tranne una breve introduzione, strumentale. Daniele ha scritto versi strepitosi, ma non bisogna mai sottovalutare il musicista, innamorato della nostra tradizione come del rock, del jazz, del blues, del funky, dei suoni arabi o brasiliani. Quando cantava “Napule è” diceva di una Napoli città aperta».
La Marcotulli ha riunito per tre giorni in sala di registrazione un manipolo di musicisti come Tore Brunborg al sax, il beneventano Luca Aquino alla tromba (che subito dopo il concerto romano è scappato all’Olympia dove lo attendevano Sting e Manu Katche), il vietmamita Nguyên Lê alla chitarra, Matthew Garrison al basso, Alessandro Paternesi alla batteria e Michele Rabbia: «Lavorare con Pino è stata una lezione di vita e di musica: era un uomo schivo, dotato di humour e intuito, oltre che un artista capace di inventare un suono e uno stile, di sperimentare senza perdere il contatto con il grande pubblico, di fare canzone d’autore senza che i testi uccidessero le melodie. Non si è mai fermato, ha cercato per tutta la sua vita, a volte trovando e a volte perdendosi, ma sempre convinto di non doversi ripetere, di non doversi fermare. Ha scritto cose meravigliose, e non solo nei suoi primi album, in perle come “Nero a metà” a cui siamo tutti così affezionati».

E chissà che un altro omaggio live non arrivi stasera da Alphonso Johnson, mitico bassista dei Weather Report pre-Pastorius e storico collaboratore del Mascalzone Latino, che accompagnò dal vivo, ma soprattutto in un album capolavoro come «Bella ‘mbriana», impreziosito, tra l’altro, dal suo assolo in «I got the blues»: virtuoso dello stick, si esibirà al Sea Legend di Pozzuoli con Adriano Molinari alla batteria e Frank Ricci alla chitarra.

Diffida di tributi e dediche, invece, l’antico amico James Senese, che annuncia per il 29 aprile l’uscita del suo nuovo album, «’O sanghe»: «Siamo cresciuti insieme, ma ricordarlo non vuol dire sfruttare la sua immagine. Dovrebbero vergognarsi tutti quei musicisti che lo fanno».

 

 

di Federico Vacalebre

Pino Daniele, ecco il museo virtuale

Quasi finiti i lavori all’Hotel de Londres, manca solo l’ologramma del Nero a metà

 

 

L’inaugurazione potrebbe slittare dopo il 19 marzo, giorno in cui il Nero a metà avrebbe festeggiato il suo sessantunesimo compleanno-onomastico, magari sognando la presenza del presidente della Repubblica. Ma al Grand Hotel de Londres i lavori sono a buon punto: gli ampi locali fronte piazza Municipio sembrano Ok, come anche quelli su via de Pretis, ingresso ufficiale del Museo della Pace, creatura dell’architetto Michele Capasso, che ospiterà anche, se non soprattutto, Pino Daniele Alive, mostra stabile curata e voluta dalla Fondazione Pino Daniele. Un intero piano del palazzo progettato dall’architetto Giovan Battista Comencini e finito nel 1899, primo esempio cittadino importante di art nouveau, sarà dedicato al racconto dell’arte del bluesman partenopeo: «Nulla di museale, anche se di un museo si tratta, e stabile, visto che abbiamo la prenotazione delle sale per i prossimi 99 anni», racconta Alessandro Daniele, che nei giorni scorsi ha rotto l’abituale riserbo mostrandosi su Facebook mentre selezionava, con Giorgio Verdelli, i materiali video da passare al montaggio. Con il figlio-manager del Mascalzone latino sta lavorando anche Sergio Pappalettera, grafico dietro tante copertine del cantautore, che firmerà l’allestimento. «Le stanze diventano luoghi vivi in cui immergersi, in cui nuove tecnologie creano ambienti sinestetici ed emozionali Elementi acustici, visivi ed emotivi», spiegano: «Figure, forme e colori che rimandano alle contaminazioni musicali e culturali che hanno segnato l’itinerario artistico di Pino Daniele».

È pronta, la si vede parzialmente anche in fotografia, insieme a parte della piantina dell’esposizione, la ricostruzione – persino la tappezzeria è quella originale – dello studio del Lazzaro felice, manca solo l’ologramma che ce lo mostrerà suonare di nuovo una delle sue amatissime chitarre.Ogni stanza un tema o un momento della carriera dell’Uomo in blues, dai suoi concerti alla sua Africa e comunque alla sua apertura alle musiche del mondo, alla passione madrigalista per Gesualdo da Venosa. Memorabilia, oggetti storici, foto d’autore e tanti video touch screen per immergersi nell’arte, la vita, i suoni dell’artista di «Napule è».Nel resto del palazzo si estenderà il vero e proprio Museo della pace, anch’esso largamente centrato sulla multimedialità e l’interattività, con percorsi diversi vicini agli interessi della Fondazione Mediterraneo di cui è diretta emanazione: si va dal Mediterraneo delle emozioni, con particolare attenzione alle grandi bellezze della Campania, al Mediterraneo della luce, zoom sull’architettura. E, ancora: il Mediterraneo della creatività, con diverse esposizioni artistiche, e il Mediterraneo dei mestieri, che tiene insieme i presepi partenopei con l’artigianato di Algeria, Egitto, Marocco, Tunisia, Turchia. L’abbraccio di terre così vicine e a volte purtroppo drammaticamente così lontane riguarda anche la musica con una sala in cui potranno risuonare, con la canzone napoletana, echi di fado, flamenco, sirtaki, suoni maluf. Negli itinerari voluti da Capasso ci saranno anche quelli dedicati alle «Voci dei migranti», a «Un mare tre fedi», alle storie esemplari di uomini di pace come Winston Churchill, don Giuseppe Diana e Angelo Vassallo.Intanto, spunta una nuova registrazione inedita di Daniele, divisa con l’amico Ron sulle note di «Non abbiam bisogno di parole» che sarà contenuta in «La forza di dire sì», doppio cd di duetti del cantautore in uscita l’11 marzo per raccogliere fondi per l’ Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica. Tra gli altri artisti coinvolti nel progetto: Lucio Dalla, Loredana Berté, Jovanotti, Malika Ayane, Elio e le Storie Tese, Marco Mengoni, Francesco De Gregori, Gigi D’Alessio, Giuliano Sangiorgi.

 

 

di Federico Vacalebre

Pino Daniele, il primo cofanetto è realizzato dal figlio Alessandro: "Fedele a se stesso"

   (26 Dicembre 2015)

Si intitola “Tracce di libertà” la raccolta con i tre album cardine di Daniele e tre cd di rarità. A realizzarlo, a un anno dalla morte, il figlio Alessandro: “Era giusto lasciare tutto così com’era stato registrato, con i rumori della casa, i clacson delle auto in strada, il respiro della città”

 

 

Alessandro Daniele, figlio di Pino Daniele, ha una difficile eredità da gestire. E’ lui che ha realizzato il primo cofanetto, a un anno dalla morte del padre, con il quale iniziare un lungo percorso di valorizzazione del catalogo del grande musicista napoletano. Il cofanetto, intitolato Tracce di libertà, contiene Terra mia, Pino Daniele e Nero a metà ma soprattutto 3 cd con demo, provini, versioni alternative e 6 brani inediti e un libro di 60 pagine con foto inedite, aneddoti, curiosità e testi biografici. Un album live era già uscito, ma per Alessandro questo è un nuovo inizio “Il disco live era nato da una necessità contrattuale, questo è invece il primo progetto nato davvero dopo la morte di mio padre. Volevo ripartire dall’inizio, riproporre i primi tre album di Pino ma anche, soprattutto, cose registrate prima, provini, nastri che aveva conservato Rosario Iermano, bobine a due o quattro tracce. Abbiamo pensato che queste registrazioni avrebbero dato davvero senso al progetto”.

 

Molte sono registrazioni quasi amatoriali…
“Secondo me era giusto lasciare tutto così com’era stato registrato, non mettere le mani su niente, mi piaceva l’idea di lasciare tutto nella versione originale, sia le registrazioni casalinghe, con i rumori della casa, i clacson delle auto in strada, il respiro della città. Ascoltandoli sembra di essere lì insieme a Pino. E poi quelli fatti con la casa discografica. L’idea era quella di mettere nel cofanetto delle tracce di vita, una finestra su questo ragazzo che amava la musica e che viveva di musica, le sue prove prima di arrivare alla realizzazione dei primi dischi. Credo che si capisca molto di lui ascoltando queste registrazioni”.

Sembra di avere tra le mani delle foto scattate all’epoca.
“Si, credo che ci sia molto altro oltre la musica in quelle registrazioni, ci sono le amicizie, la tribù dei musicisti con cui viveva, le cose che amava, e soprattutto i suoi sogni di ragazzo. Spero che chi ascolta queste cose, soprattutto i più giovani, possa trovare una fonte d’ispirazione per un proprio linguaggio musicale. Come faceva lui, che ascoltava Coltrane, la Nccp, i Blind Faith, per trovare la sua voce, la sua musica. C’è tutto quello che viveva all’epoca, poi qualche curiosità, come Donna Cuncetta registrata con un giocattolo comprato all’autogrill, e tanti brani conosciuti registrati in maniera diversa. Brani che raccontano la sua ricerca, il modo in cui è arrivato a realizzare i suoi primi dischi”.

Riscoprire il passato di suo padre è anche un modo per guardare avanti?
“Ovviamente è così, sperando che il meglio debba ancora venire. Guardando indietro puoi trovare la strada giusta per andare avanti, ascoltare le cose del passato per trovare cose giuste per oggi. La cosa bella di tutto questo lavoro è che alla fine mio padre è sempre stato fedele a se stesso, anche rischiando di sbagliare, provando costantemente cose diverse. E credo che questa sia la cosa che si scopre ascoltando queste registrazioni”.

 

 

di Ernesto Assante

«Le canzoni secondo mio padre Pino»

LA LETTERA | Alessandro Daniele e il cofanetto con i vecchi provini

 

È una grande responsabilità mettere le mani sul patrimonio musicale lasciato da mio padre, soprattutto su quello inedito. Quando la Universal Music mi ha proposto di realizzare il cofanetto appena arrivato nei negozi «Tracce di libertà» che raccoglie i suoi primi tre album scavando tra provini, rarità e versioni alternative a quelle ufficiali, il buon senso mi ha spinto fin da subito a non voler toccare le tracce audio, se non per il semplice lavoro di missaggio… ma in seguito mi è venuta l’idea di non toccarle proprio!

Infatti ho lasciato completamente integre le registrazioni ed i provini, dall’inizio alla fine di ogni brano… così facendo si svelano i rumori della sala di registrazione… dagli annunci vocali dell’inizio dei brani al nastro che si riavvolge alla fine della registrazione, fino alle battute tra Pino ed i musicisti. Personalmente trovo magici i provini fatti in casa. In sottofondo si sente il respiro della città, dal traffico alle voci dei passanti in mezzo alla strada, è tutto molto vero, caldo, ed è un vero e proprio documento audio. Papà mi disse «ogni album è lo specchio di me steso, un insieme di tutte le esperienze vissute fino a quel momento»… ma anche l’occasione ed il veicolo per parlare di te e dei tuoi stati d’animo. Ricordo che Pasolini diceva che il primo modo di  comunicare con gli altri è essere se stessi, ed ho sempre ritrovato questa verità in tutti gli album di mio padre… anche se principalmente per lui il suo codice per comunicare è sempre stata la musica.

«Tracce di libertà» è un vero percorso emozionale reso possibile grazie ai ricordi delle persone che hanno partecipato alla creazione di quello che è stato: uno è l’amico di sempre Rosario Jermano (che fin dall’inizio credette in Pino spingendolo a realizzare i primi provini) e dall’altra parte mia madre Dorina (all’epoca fidanzata di mio padre ed anche corista nel primo album); hanno conservato con cura i nastri, le foto ed i ricordi…senza i quali questo progetto non sarebbe stato possibile.

«Tracce di libertà» è tracce di vita, ma senza entrare troppo nella vita privata… perchè quella è «tutta n’ata storia!». Il mio sogno è che le attività in nome della memoria artistica di mio padre trovino la stessa continuità anche nel cambio generazione tramite i miei fratelli più piccoli e la Fondazione Pino Daniele Trust Onlus.

 

di Alessandro Daniele

«La Fondazione c’è, il museo è pronto»

       (4 novembre 2015)

Il figlio Alessandro annuncia: all’ex Hotel Londra un’installazione permanente sulla sua storia

 

 

E venne il momento della Fondazione Pino Daniele. Suo figlio Alessandro, che ha lavorato per lui e con lui fino all’ultimo, ha deciso che «l’opera di mio padre andasse difesa e promossa, studiata e tutelata ma, soprattutto, che quello che lui ha avuto dalla vita, e dalla musica, potesse essere dato ad altri ragazzi». E «ragazzi» gestiranno la Fondazione: «Il logo è nato da un’idea condivisa con i miei quattro fratelli, preso entreranno ufficialmente Cristina e Sara, per Sofia e Francesco dobbiamo aspettare che diventino maggiorenni. Mi piace immaginare che generazioni di Daniele possano mettere il loro lavoro in questa scommessa».

La scommessa parte con l’imminente pubblicazione di «Tracce perdute», ma non si ferma alla cura del catalogo discografico ed editoriale, anzi. Qualcuno parla di un megaevento in luglio al San Paolo, ma Alessandro resta abbottonato: «Posso ammettere solo che il mio sogno è di ricordare papà con un concerto grosso», ma dove, quando e con chi resta per adesso top secret. Certa, invece, è l’apertura nel 2016 di un’installazione permanente dedicata all’artista nel Museo della Pace che la Fondazione Mediterraneo sta preparando nell’ex Hotel Londra, in piazza del Municipio: «L’architetto Capasso ci ha messo a disposizione un piano intero, sette stanze, il progetto è nato con Pino, era entusiasta della possibilità di raccontarsi e di raccontare la sua musica, purtroppo il racconto è affidato a noi, ma raccogliendo le sue idee e raccomandazioni: ci teneva, ad esempio, alla sua passione per i madrigali e Gesualdo Da Venosa, sarebbe soddisfatto di come abbiamo affrontato l’argomento».

«Pino Daniele alive» il titolo: «Nulla di museale, anche se di museo si tratta visto che abbiamo la prenotazione delle sale per 99 anni. Scommettiamo sulla tecnologia interattiva, su megaschermi touch screen, sul video mapping. Grazie a un ologramma vedremo Pino suonare nel suo studio: lo stiamo ricostruendo in maniera accurata, con la stessa tappezzeria. Dentro ci metterò le sue chitarre, i suoi amplificatori». Ci sarà spazio per i suoi musicisti, le sue collaborazioni eccellenti, i suoi tour, le sue contaminazione etniche, tanti filmati, tutto «pensato per un pubblico italiano, ma anche straniero».

L’allestimento è a cura di Sergio Pappalettera, grafico dietro tante copertine del Nero a metà. Inaugurazione in marzo, «magari il 19 che era il giorno del suo compleanno ed onomastico». Oppure prima, se dovesse essere confermata la presenza del presidente Mattarella il 16 febbraio richiamato dalla complessità del progetto del Museo della Pace, caro anche in Vaticano. Nello shop si potrebbero vendere prodotti non rintracciabili altrove, prodotti appositamente, come un dvd sul Daniele madrigalista, o il live del concertone napoletano «Tutta n’ata storia».

Poi c’è l’idea di provvedere a borse di studio, cinque probabilmente per il primo anno, destinate ai migliori studenti dei conservatori italiani, «ma magari anche a chi al conservatorio non ci arriva, nonostante il talento, per motivi economici». Ma in pentola bollono tante cose: un libro illustrato, un docufilm, la ripresa della collaborazione con la onlus che si occupa di bambini ammalati di tumore a cui andarono i proventi dell’evento con Clapton.

Il senso della Fondazione? «Molti descrivono papà come un orso, un uomo difficile. Per me era un padre che amava la famiglia, che non sopportava di non averci tutti la domenica a tavola, che cucinava per noi e lavava anche i piatti. Che, appena finiva uno show, doveva telefonare a Franceschino o a Sofia, non voleva sentissero la sua mancanza. Spero che la Fondazione sia la sua famiglia: non penso solo a noi cinque fratelli, a tutti i suoi cari, ma anche a tutti quelli avvicinati dalle sue canzoni, alla comunità definita dalla sua musica».

 

 

di Federico Vacalebre

Tuscany Bay, il top creato da Pino Daniele

Il viaggio lungo i bagni della costa: ora al timone della struttura c’è il figlio Alessandro

 

Il top in Maremma. Tuscany Bay, sul tombolo della Giannella, a metà strada tra Argentario e Orbetello, ha appena compiuto due anni. È l’ultimo arrivato tra gli stabilimenti balneari maremmani. Una struttura esclusiva in un luogo incantevole, magico. La sua storia è nota: due amici che si incontrano: uno ristoratore, l’altro musicista. Si assomigliano, si annusano e alla fine iniziano un’avventura insieme. Stiamo parlando di Paolo Fantoni, già titolare del Cartello ad Ansedonia e del compianto Pino Daniele. Un progetto di successo, in crescita, in grado di rappresentare un traino per il turismo di tutta la zona sud della Maremma. Oggi, dopo la scomparsa di Pino, a portare avanti il progetto imprenditoriale è il figlio primogenito Alessandro Daniele. C’era una vecchia colonia marina, alla Giannella, un edificio degli anni Trenta, dove sono passati tanti bimbi di Orbetello, di Grosseto (ora anziani, molti defunti). Nel 2010 Paolo Fantoni e Pino Daniele presero in concessione la colonia dal Comune di Orbetello (18 anni), ristrutturandola e realizzando il Tuscany Bay.

Il nome l’aveva proposto Pino per dare all’operazione un tocco di internazionalità. I locali su cui si è lavorato – investendo cifre a cinque zeri – sono tre: un fabbricato principale di circa 160 mq, una ex tettoia di 140 mq e un ulteriore manufatto (le ex cabine) di 50 mq, più una pedana in cemento armato di 90 mq. Allo stabilimento è asservito un arenile di 1.500 mq, pulitissimo e con gli arredi perfettamente integrati, davvero irriconoscibile rispetto a cinque anni fa. All’interno del Tuscany Bay c’è il ristorante “Le Colonie” (chef Matteo Gradi) dove si fa cucina di alta qualità, con uno staff molto giovane: pesce in estate e una carta dei vini di prima qualità. A fianco c’è il “T- Bay Jazz bar”, dove si può gustare l’aperitivo in riva al mare, spesso con musica dal vivo. E poi la spiaggia con ombrelloni distanti, tende con servizio di ristorazione, pedane sulle dune e wi-fi libero. E ancora scuola di vela e di “paddle surf” (la pagaia in piedi).

Passare un paio d’ore qui, seppure con il taccuino in mano, rimette in pace col mondo. Si gode di una vista eccezionale. La cura dei dettagli non imbarazza, ma anzi rende piacevole e confortevole ogni momento: a partire dall’aperitivo, con cocktail di frutta sotto i gazebo- privacy. Va detto che il Tuscany Bay non è proprio per tutte le tasche. Qui si pagano 50 euro al giorno in media per un ombrellone con due lettini in tek, una sedia regista, cassapanca porta oggetti, parcheggio, doccia e servizio spiaggia. A metà giugno c’è stato il primo appuntamento del T-Bay Summer Live 2015, la prima serata senza l’artista partenopeo. Ad animarla è stato Nick The Nightfly, storico conduttore radiofonico di Radio Monte Carlo, con il suo programma “Monte Carlo Nights” e direttore artistico del tempio milanese del jazz Blue Note Milano.

«A prendere in mano la situazione – spiega il direttore del locale Pierluigi Civita – è stato il primogenito del cantante, Alessandro Daniele, quindi tutto continua con la famiglia del musicista». Lo spirito con cui è iniziata la nuova stagione è di grande entusiasmo proprio per rendere omaggio a chi nel locale ha investito e creduto molto”. «Andiamo avanti con il sogno di Pino Daniele – prosegue Civita – cercando di portare avanti con tutte le nostre forze quella che era l’idea del fondatore». E al cantante napoletano, ogni sera, al tramonto, viene riservato un tributo musicale. Al calar del sole il dj di turno mette il “Nessun dorma” di Pino. «Siamo partiti un po’ in ritardo – sono parole di Alessandro Daniele – ma stiamo facendo alcune correzioni di rotta e contiamo da ora alla fine dell’estate di recuperare terreno. Abbiamo un ricchissimo programma in spiaggia: il 24 luglio sarà la volta di una star internazionale come Sara Jane Morris. In programma per il 28 agosto una serata con radio Virgin che vedrà ospiti, fra gli altri, Marco Biondi».

Impossibile fare il conto dei vip passati da qui, in alcuni casi, come per Irene Grandi o altri ospiti del mondo della musica – dopo una giornata trascorsa in riva al mare – poteva capitare di vederli seduti al pianoforte o dietro a un microfono. E succederà ancora. Ci scommette Alessandro.

 

di Gabriele Baldanzi

NERO A METÀ LIVE – la recensione di Sony Music Legacy Italy

      

Sony Music Legacy Italy

 

“ …vecchie canzoni, che sono entrate nella vita di tutti….

Vecchie canzoni, però noi siamo quelli di oggi “

Pino Daniele

 

L’atmosfera è quella calda e confortante di una riunione tra vecchi amici, legati da esperienze, risate e tanta, tanta buona musica. Quei legami che si fanno fratellanza eterna. Amici che decidono di ritrovarsi ancora per suonare insieme, per ripercorrere canzoni che sono diventate oramai patrimonio comune a tutti noi. Nasce così una jam session di grandissima qualità, musicisti affiatati, rodati ed entusiasti che suonano canzoni bellissime, rileggendole con nuova energia, talvolta nuovi arrangiamenti.

Questa esperienza unica è diventata un doppio cd: “Pino Daniele – Nero a metà live”, tratto dal concerto che l’artista partenopeo ha tenuto con la sua band a Milano il 22 dicembre 2014.

Protagoniste le canzoni dell’album omonimo del 1980 e altri grandi successi, più un inedito, “Abusivo” del 1975.

Sul palco, insieme a Pino, ritroviamo quindi James Senese al sax, Tullio De Piscopo e Agostino Marangolo alla batteria, Ernesto Vitolo al piano e alle tastiere, coadiuvato dalla bravissima Elisabetta Serio, Rosario Jermano alle percussioni, Gigi De Rienzo al basso.

Apre il disco “A testa in giù”, e subito si scivola nelle piacevoli suggestioni della canzone, che si rifà quasi in toto all’originale del 1980. Il genio compositivo, lo stile unico, la grande classe, la capacità indiscussa di musicisti di grande caratura – Agostino Marangolo alla batteria, Vitolo al Rhodes, –‐ , sono messi in bella copia in questa canzone dall’andamento funky e dall’aria solare, rilassata, soffusa di leggerezza e di gioia. Un’autostrada di felicità, canta Pino Daniele, alternando l’italiano alla lingua napoletana, percorrendola tutta, e lasciando spazio anche ai nostri pensieri di spaziare, liberi, contagiati dalla sua luce.

Brano d’apertura scelto non a caso, perchè è di strada da percorrere e ripercorrere che parla il musicista, salutando il pubblico con quella sua voce gentile e personalissima. “I say I’ sto ‘cca” è coinvolgente, rilassata e divertita. Al piano Elisabetta Serio, le percussioni caratteristiche del pezzo sono affidate alle sapienti mani di Rosario Jermano.
Il funky soul più nero sposa la tradizione partenopea ,e suoni, ritmiche , parole si mescolano dando vita ad un bellissimo momento, la fisarmonica originale del pezzo di BrunoDe Filippi è ben rimpiazzata dalle tastiere Ernesto Vitolo.

L’atmosfera si fa più tirata con la grintosa “A me me piace ‘o blues”. Tastiere, basso e percussioni sostengono e incalzano la voce sicura e “nera a metà” del cantautore, fino all’inciso, aperto,solare, di questo brano che trasuda sangue passione sudore e musica allo stato puro.
Voglio di più” ha un testo bellissimo, importante. La band ricalca l’arrangiamento originale quasi alla lettera, mentre la voce di Pino Daniele a volte si affatica sulle note più alte mentre canta“voglio di più di quello che vedi, voglio di più di questi anni amari”, e chiude il brano con un bel solo alla chitarra elettrica.

L’atmosfera si fa più raccolta con” Resta, resta cu mme”. E’ uno stretto abbraccio col pubblico, un momento intimo, riscaldato dall’arpeggio della chitarra acustica. Il pubblico canta e unisce la sua voce a quella di Daniele, l’emozione è palpabile.

E questa sensazione di comunione ravvicinata continua con la splendida “Alleria”. Al basso acustico Gigi De Rienzo si muove con eleganza e calda discrezione, al piano Ernesto Vitolo in una grande performance. Jazz rarefatto, smussato e morbido. Il tappeto alle tastiere rende ancora più sognante questa splendida canzone.

Percussioni, tastiere e la maestria della chitarra acustica di Pino Daniele in “Apucundria”. Napoli e l’America sono più che mai fuse ed intrecciate in questa canzone, mentre con “Sulo pe’parlà” tutto è sospeso come in una preghiera al cielo.

Tullio De Piscopo entra in scena con “Na tazzulella ‘e cafè”, e si recupera quell’aria beffarda e sorniona tipica del popolo napoletano. E’ un blues classico, che continua con venature jazz in “I got the blues”, che ci regala anche un gioco di rimando tra chitarra e batteria davvero godibile. La voce di Pino Daniele riveste tutto e tutto permea di verace passione, di quieta eleganza, di musica con la M maiuscola.

Fin dalle prime note “Quando” è un’emozione che trascina e travolge il pubblico. Chitarra in primo piano, tastiere e la batteria discreta sostengono la bellissima canzone, che fu colonna sonora del film “Pensavo fosse amore…invece era un calesse” . Ed è una stretta con l’amico Massimo Troisi quella che il pubblico percepisce, che tocca nel profondo.

Chiude il primo cd “Chi tene ‘o mare”, introdotta dal sax dell’amico e fratello James Senese. La canzone strappa il cuore grazie alla sua forza evocativa, alla malinconia insita in ogni singola nota . La canzone sembra finire in un istante, portata via dal vento, forse a ricordare che “Chi tene ‘o mare, ‘o sai, nun tene niente…”

Il cd 2 riapre con l’indedito “Abusivo”. Il brano –‐ racconta Rosario Jermano –‐ era nato nel 1975, e venne inciso su una musicassetta “arancione”, che, insieme ad altri pezzi venne poi presentata ai discografici. L’incontrò generò un contratto discografico, ma “Abusivo” non venne inserito in alcun disco. Detto provino è presente nella versione originale del 75 su Itunes e Spotify come bonus track, una vera chicca. Ma per la versione presente sul cd e sul vinile è stata proprio la band dei fedelissimi di Pino che si sono ritrovati in uno studio per risuonare il brano utilizzando le parti vocali originali rielaborando ed arricchendo questa storia che parla di povertà e precarietà, di dolcezza e rassegnazione, della mancanza di speranza di chi non ha altra scelta se non tirare a campà.

Sotto ‘o sole” si apre con un lungo solo di batteria di Marangolo, , poi il pubblico viene sommerso dal soffuso soul blues , in una declinazione di sofisticata “fusion”, dove Pino Daniele fraseggia con Senese in un affiatato duello. La band procede trasformando la canzone in una jam session, dove il cantante usa la voce come strumento al pari degli altri, fondendosi in un unico suono.

L’atmosfera torna a farsi rarefatta e delicata con “E so cuntento ‘e sta”, mentre “Quanno chiove”, tra le predilette del musicista, infonde sentimenti di malinconia e introspezione. L’esecuzione è fedele all’originale, e chiude col bel solo al sax di Senese.

Si torna ad un andamento più brioso con “Musica musica”, in “Nun me scuccià” risuona ancora il blues tanto caro all’autore, ed il pezzo si arricchisce di solo di tastiere e di chitarra, mentre per “Puozz passa’ nu guaio” ci si diverte a provare ritmiche reggae , che ben si adattano al testo agrodolce della canzone.

Funky blues per “Tutta n’ata storia”, impreziosito dal bellissimo riff di Senese nel ritornello. E’ la chitarra di Pino Daniele che apre “’O scarrafone”. Ritmiche caraibiche fuse ad atmosfere più soul fanno da tappeto a storie di ordinaria emarginazione, raccontate con beffarda ironia.

Il solo di Tullio De Piscopo diverte e coinvolge. Chiude l’opera “Yes I know my way”, Pino Daniele si congeda dal pubblico con questa bellissima canzone. Ancora ritmiche sposate a melodie in una fusione ritmica, sonora che cattura e rende assolutamente partecipe e felice l’ascoltatore.

Così ci saluta Pino Daniele, e le note di queste canzoni continuano a risuonare in un eco infinito e caro al nostro cuore.

Un musicista che ha saputo fondere come nessuno tradizione partenopea a sonorità d’oltremare, e che ha mescolato ironia e malinconia nei suoi testi, procurando sorrisi, commozione, aprendo la via a nuove forme della musica, che in pochi sanno seguire.

 

 

di Sony Music Legacy Italy (www.legacyrecordings.it)

Pino Daniele e la melodia di "chi tene ‘o mare" nel postumo "Nero a metà live"

 

Sono passati sei mesi e una manciata di giorni dalla morte di Pino Daniele, da quell’incredibile notizia rimbalzata a velocità pazzesca, tanto da sembrare irreale. “Nero a metà live“, uscito da poche ore, è la registrazione dell’ultimo concerto, suonato il 22 dicembre a Milano con la stessa formazione dello straordinario album del 1980; trentacinque anni trascorsi a diventare uno dei più importanti musicisti su scala internazionale.

“È la solita operazione sciacalla e necrofila”, è stato scritto in rete. Un album inutile e un’operazione commerciale opportunistica, dunque? Nulla di più lontano dalla realtà, almeno per chi abbia la voglia di ascoltarlo. Per la semplice ragione che questo live da l’opportunità ai tanti che non hanno potuto seguire quella tournée di conoscere l’ennesimo sorprendente lato di Pino Daniele; non una raccolta sciatta di successi, ma un percorso ragionato del tempo trascorso e delle relative ricerche di senso.

In apertura, è lo stesso chitarrista scomparso a dire che la serata di musica sarebbe stato un modo per stare con gli amici di ieri nella pelle di oggi, con l’obiettivo di “stare bene” col pubblico “e basta”, aggiunge. E, infatti, in quello svolgersi musicale, ed è questa la forza dell’album, scorre una “tranquilla grandezza”, un evolversi mai sdrucciolo del discorso musicale; abbandonata ogni volontà di stupire con fuochi d’artificio o sperimentazioni di latitudini altre, il gruppo si muove con una sola anima e con la voglia di stare bene insieme, che per chi fa musica è una specie di Graal.

L’incredibile alchimia è tutta là e la fortuna è che ne sia rimasta traccia in questo live, che insegna tanto al pubblico, ma anche a chi fa musica (sempre che sia abbia l’umiltà per imparare). C’è “appocundria” in ognuna delle canzoni dell’album, quella sensazione di intraducibile insofferenza, tanto vicina allo “spleen” o alla “saudade”, che si traduce nell’esser sazi e dire d’esser digiuni. E però, è un’appocundria sopra la quale sono passati gli anni e le esperienze, trasformandola in qualcosa di nuovo e più maturo, forse più dolente, perché ancora irrisolta. Una resilienza, insomma, intima e piena di malinconia.

Pino Daniele, con Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo, Gigi de Rienzo e gli altri amici (straordinari musicisti), raccontano coralmente l’impossibilità di cercare per trovare, perché dietro ogni ricerca c’è un nuovo inappagamento, che obbliga a una nuova ricerca. È la condizione di “chi tene ‘o mare” e che ha trasfigurato la lingua napoletana in linguaggio universale e la melodia contaminata in musica internazionale.

Certo, è terribile e triste ascoltare questo Nero a metà live sapendo che è stata l’ultima volta che Pino Daniele ha potuto “star bene” col suo pubblico, coi suoi amici “e basta”. Ma è la prova più forte che la sua musica c’è e resterà, dietro ogni retorica o timore di sfruttamento commerciale.

 

 

di Paolo Romano

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