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Pino è: concertone con i suoi «friends» al San Paolo

    (08 giugno 2017)

Sul palco gli artisti che hanno collaborato con lui italiani e internazionali

 

 

Ora è ufficiale, l’annuncio l’ha dato Carlo Conti, in diretta su Raiuno dall’Arena di Verona, durante i «Wind music award»: lo stadio San Paolo ospiterà il concertone-tributo a Pino Daniele nel giugno 2018. Immaginato da Ferdinando Salzano, manager del Nero a Metà all’indomani della sua scomparsa il 4 gennaio 2015, il memorial era stato più volte rimandato per problemi organizzativi, ma anche di asse ereditario, che ora sembrano risolti. Tanto che ieri la notizia è stata ribadita dalle pagine social della Pino Daniele Trust onlus, la fondazione gestita da Alex Daniele, figlio e personal manager del cantautore, che, senza aggiungere altre notizie, ha pubblicato una prima grafica dell’evento, che si intitolerà «Pino è». Tre silhouette disegnate del musicista che, da sinistra verso destra, viene ritratto in un viaggio a ritroso nel tempo, citando celebri scatti fotografici, sempre armato di chitarra: un’immagine recentissima, con i capelli corti, una ben più zazzeruta con la Paradis degli anni Novanta, una del periodo d’oro con il supergruppo verace, con i capelli scuri tenuti da una fascia.

Numerosissimi, condivisioni e commenti sul web testimoniano l’attesa per l’evento, con i più che vorrebbero conoscere data e cast. Salzano, Daniele junior e i loro collaboratori al momento preferiscono non dire di più, e nomi non escono nemmeno dal Comune e dal Calcio Napoli, a cui gli organizzatori si sono rivolti sin dal primo momento, ottenendo disponibilità e collaborazione. De Magistris è pronto a spendersi in prima persona per la riuscita dell’omaggio, in sintonia con le operazioni pinodanieliane messe in campo finora dal Comune.

La filosofia di fondo dello show dovrebbe essere quella di evitare passerelle alla Festivalbar di una volta: sul palco dovrebbero esserci quei colleghi che in vita hanno collaborato con il suonautore, un elenco lunghissimo, che potrebbe essere esteso anche ai suoi «friends» internazionali, da Noa a Pat Metheny e – e qui il sogno si fa davvero mega – Eric Clapton. In primis, Salzano sta sondando la disponibilità degli artisti della sua scuderia, la Friends and Partners: Francesco De Gregori, Zucchero, Renato Zero, Biagio Antonacci, Fiorella Mannoia, Francesco Renga, Mario Biondi. Proprio a Verona, dove Salzano ha dato l’avvio all’operazione, potrebbe aver sondato le disponibilità di altri artisti che sono stati partner di Pino, come Loredana Bertè, Giorgia, Eros Ramazzotti. Jovanotti, Claudio Baglioni, Gino Paoli, Laura Pausini, addirittura Vasco Rossi, oltre alla banda del suo supergruppo orfano di Rino Zurzolo (Senese, De Piscopo, Esposito e Amoruso) e ai nipotini napoletani (Clementino, Raiz, Rocco Hunt, i 99 Posse) potrebbero essere coinvolti. Come anche una grande orchestra e, si era mormorato in passato, un’orchestra di ragazzi dei quartieri a rischio partenopei. L’operazione, infatti, dovrebbe prevedere anche ricadute sociali e benefiche.

Intanto, le sezioni jazz e pop rock del Premio Nazionale delle Arti sono state intitolate al lazzaro felice e la Pino Daniele Trust onlus pagherà le borse di studio ai vincitori: le fasi finali jazzistiche si terranno il 16 e 17 giugno al conservatorio Verdi di Milano, quelle pop rock il 24 giugno al Teatro Romano di Benevento. Perché «Pino è», come dimostra giorno dopo giorno anche il moltiplicarsi di tributi in suo onore, di cover band che rilanciano il suo repertorio, di progetti documentari, teatrali, televisivi, editoriali.

 

di Federico Vacalebre

«Per Pino un docufilm e una festa al San Carlo»

Dopo il libro sul padre Alex Daniele prepara con Giorgio Verdelli un documentario che conterrà le immagini del live con Clapton

 

Eric Clapton  e Pino Daniele

 

Alex Daniele è abituato a lavorare dietro le quinte, chi lo conosce da ragazzino lo ha visto crescere senza mai cercare di mettersi in mostra. La repentina e drammatica scomparsa del padre il 4 gennaio 2015, l’essersi trovato in prima linea nel gestirne la memoria, l’eredità artistica e la fondazione a lui intitolata, non l’hanno cambiato. È davvero eccezionale che abbia accettato l’invito della Rizzoli di un minitour prenatalizio per lanciare Qualcosa arriverà, il bel libro, non solo fotografico, curato con Giorgio Verdelli «per raccontare ai giovani papà chi era, ma anche da dove veniva, da quale città, da quali anni, da quale fermento», spiega lui: «Non potevo dire di no, mi nasconderò dietro gli amici che ho invitato»: domani, a Napoli, alle 18 alla Feltrinelli di piazza dei Martiri, dovrebbero ad esempio esserci Tony Esposito e Rino Zurzolo, «pronti a completare il mio racconto, a ribadire le parole che abbiamo messo dentro al volume insieme agli scatti di grandi fotografi».

Dopo il libro, Alex, dopo l’inaugurazione dello spazio dedicato al Nero a metà al Museo della pace in piazza del Plebiscito a Napoli, sono ormai molte le iniziative messe a punto con la Fondazione Pino Daniele Trust Onlus.
«È vero, sono appena uscito da una riunione al Miur dove abbiamo definito il nostro contributo al Premio Nazionale delle Arti che, nelle sezioni pop-rock e jazz, ora porterà il nome di mio padre. Quello pop rock lo consegneremo al conservatorio Nicola Sala di Benevento, dove insegnano Gianluca Podio e Rino Zurzolo, quello jazz al Verdi di Milano, mettendo a disposizione borse di studio, ma anche chitarre, set di corde, strumentazioni plug-in per il canto… Pino ha sempre scommesso sui giovani, questa credo che sia una strada giusta per usare il suo nome».

Questo accadrà nel 2017, quando nei conservatori italiani dovrebbe farsi notare anche un’altra novità.
«È vero, stiamo lavorando a un libro di metodo, a qualcosa che possa parlare dell’approccio al canto e alla chitarra di un artista che il conservatorio non l’aveva potuto frequentare, che si è fatto da solo, ma senza mai smettere di studiare, fino all’ultimo momento, oserei dire. Negli ultimi anni la passione per la chitarra classica, per lo strumento usato senza plettro, per lo stile flamenco l’aveva anzi fatto applicare persino più del solito».

Poi c’è il fronte «sociale».
«Dove abbiamo ribadito una scelta fatta da Pino in persona, prima in occasione del concerto del 24 giugno 2011 a Cava dei Tirreni con Eric Clapton e poi del tour Sinfonico: essere a fianco dei bambini ammalati di cancro, delle famiglie che li assistono. Così abbiamo rinnovato la collaborazione con la Open Onlus campana, mettendo a disposizione fondi per la ricerca sotto forma di borse di studio per ricercatori e di stage formativi all’estero: qui si tratta doppiamente di scommettere sui giovani e sul futuro: quello dei piccoli pazienti, ma anche dei medici e degli scienziati che verranno».

Hai nominato Eric Clapton. Manolenta ha dato il suo Ok all’utilizzo delle riprese dello storico show con Pino per il documentario a cui stai lavorando con Verdelli, titolo provvisorio lo stesso del libro e della canzone scritta per la colonna sonora di «Le vie del signore sono finite».
«Sì, con la generosità di sempre il dio della chitarra ci ha detto che possiamo usare quello che vogliamo, come anche Pat Metheny. Gli introiti del docufilm, che ha alle spalle il Mibact e Cinecittà Luce, come già quelli del libro, serviranno ad alimentare ulteriormente le iniziative della Fondazione».

Si parla di un’anteprima al San Carlo il 19 marzo, giorno in cui Pino avrebbe compiuto 62 anni.
«Ci stiamo provando, vediamo quando finiremo le riprese e il montaggio, vogliamo consegnare un ritratto sincero, verace, non agiografico di un artista che merita di essere raccontato».

A Napoli avete girato nel centro storico, ma anche in piazza del Plebiscito, intervistando i componenti dello storico supergruppo: James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Rino Zurzolo, Joe Amoruso… Che cos’altro dobbiamo aspettarci?
«Pino Daniele, senza fronzoli, senza gossip, raccontato da chi ha suonato con lui, dalla sua famiglia, da chi gli ha voluto bene».

 

 

di Federico Vacalebre

PINO DANIELE ALIVE, percorso per raccontare “emozionalmente” la vita artistica e la musica di Pino Daniele

PINO DANIELE ALIVE

Un percorso per raccontare “emozionalmente”

la vita artistica e la musica di PINO DANIELE

all’interno del MUSEO DELLA PACE – MAMT di NAPOLI

 

 

Ha da poco aperto al pubblico il MUSEO DELLA PACE – MAMT di Napoli (via Depretis, 130): tra i dodici percorsi emozionali presenti, di grande interesse èPINO DANIELE ALIVE”, omaggio al grande artista e musicista napoletano.

A Pino Daniele è infatti dedicato un intero piano del Museo della Pace – MAMT, dove si rivivono i momenti più significativi ed emozionali della sua vita artistica e della sua musica.

Il percorso di “Pino Daniele Alive”, a cura di “PINO DANIELE TRUST ONLUS”, è frutto di un’intesa tra l’indimenticabile “mascalzone latino” e il Presidente della Fondazione Mediterraneo Michele Capasso.

La musica di Pino Daniele è come un viaggio. Lo è stata per lui e lo è per tutti coloro che, visitando le stanze del museo, ne possono seguire le tracce. È un itinerario, a volte facile a volte meno, lungo il quale si incrociano ampie strade e piccoli sentieri, o piazze dalle quali proseguire nelle direzioni più diverse. Perché Pino Daniele è stato molte cose ed è stato anche molte persone: il ragazzo del blues e la “hit” da classifica, il performer ineguagliabile e a volte scontroso, con l’ironia del napoletano verace e l’orecchio finissimo dell’artista globale. Pino Daniele era soprattutto un musicista, cantante per caso e superstar per incidente di percorso, lui si considerava un “chitarrista che canta”.  Soprattutto negli ultimi anni, il suo è stato un percorso molto interiore, di ricerca e costruzione della “forma canzone”. Forse anche per questo, per questa intimità, la sua musica è più attuale che mai: non è solo la colonna sonora di un’epoca, ma conserva intatta la capacità di raccontare e di regalare emozioni.

La sua musica diede a Napoli la certezza di essere migliore di quel che appariva, e aprì tragitti sino ad allora solo sognati, verso un mondo nuovo fatto di note ma anche di terra: “Terra Mia”, naturalmente, ma anche Africa, e un’America vissuta nei solchi dei vinili come nelle pieghe dei jeans. È il mondo in cui si può accedere attraverso video, foto, reperti, strumenti: tutto ciò che in qualche modo è stato e continua ad essere “il mondo di Pino”.

Un percorso dedicato a lui, quindi. Anzi, un viaggio. Perché questo è stata la sua musica. Così afferma Giorgio Verdelli, che ha curato i testi ed i video di “Pino Daniele Alive”. Verdelli è inoltre altro autore e regista di “Unici”, che con la puntata dedicata a Pino Daniele ha ricevuto un grande riscontro di critica e pubblico. “Unici”, con tutto il suo repertorio sottotitolato anche in inglese, rappresenta uno dei percorsi tematici di Pino Daniele che Rai2, insieme a Rai Teche, hanno voluto rappresentare nel miglior modo possibile per il grande valore culturale dell’iniziativa.

La direzione artistica di “Pino Daniele Alive” è invece affidata a Sergio Pappalettera e allo Studio Prodesign (Luca Belli, Daris Diego Del Ciello, Georgia Finardi, Giulia Miggiano). La struttura del Museo della Pace – MAMT ha reso possibile isolare pezzi della vita del grande musicista, ridisegnando un percorso che a partire dai grandi show live riscopre le contaminazioni e l’immaginario meno noto dell’artista restituendo poi al fruitore una visione completa. Attraverso video (alcuni inediti, altri riscoperti), fotografie, parole (le sue soprattutto), oggetti e, ovviamente, le tantissime chitarre di Pino, gli spazi del MAMT si vestono del colore delle sue anime, dalla luce bianca di Napoli al blu dei diavoli del blues, fino al buio della sala di registrazione in cui la musica si ferma sui nastri.

Il MUSEO DELLA PACE – MAMT (Mediterraneo, Arte, Architettura, Archeologia, Ambiente, Musica, Migrazioni, Tradizioni, Turismo) è uno spazio creato dalla FONDAZIONE MEDITERRANEO, da oltre 25 anni impegnata per il dialogo e la pace nel Mediterraneo e nel Mondo.

Il progetto nasce nel 1997, quando il presidente Michele Capasso fa appello agli oltre 2000 rappresentanti di 36 Paesi riuniti a Napoli dalla Fondazione Mediterraneo sulla necessità di dare alla pace un simbolo: venne scelto allora  il “TOTEM DELLA PACE” dello scultore MARIO MOLINARI e richiesto uno spazio dove raccontare una storia diversa da quella che ci viene proposta quotidianamente dai media (terrorismo, migranti che muoiono, corruzione, povertà, guerre) fatta di ciò che ci unisce nel bello: ambiente, architettura, tradizioni, cultura, artigianato, arte, creatività, musica, tradizioni, ecc.

È possibile vedere un filmato sul museo al seguente link: https://youtu.be/_9VZPkst0mY

È possibile visitare il Museo della Pace – MAMT, previa prenotazione telefonica al numero 340 8062908 o via email info@mamt.it, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 19 – sabato dalle 10 alle 13.

 

 

 

Napoli, 7 luglio 2016

Ufficio Stampa Museo della Pace – MAMT: Parole & Dintorni (Sara Bricchi)

Museo della Pace – Fondazione Mediterraneo: Ester Pedicini (340 8062908 – info@fondazionemediterraneo.org)

MAMT, le civiltà del mediterraneo e il Museo Pino Daniele

 

 

Un luogo per il dialogo tra le civiltà del Mediterraneo attraverso le musiche di Pino Daniele – e non solo: questo è il MAMT – Museo della Pace che apre oggi le porte al pubblico a Napoli in Via Depretis 130. Fu dimora dei soggiorni di Winston Churchill e Enrico Caruso a Napoli, il Grand Hotel de Londres si rinnova e diventa un “Museo delle Emozioni” che sfrutta, sì, le leve del marketing ’00 con l’intento di regalare – in itinere – un’esperienza unica ai visitatori. Il vento delle culture del mediterraneo soffia tra 12 percorsi emozionali. L’ideatore e direttore del Museo Michele Capasso con la Fondazione Mediterraneo e la Pino Daniele Trust Onlus, hanno coadiuvato risorse ed energie per la creazione di questo Museo quale “patrimonio emozionale dell’umanità”.

 

IL MUSEO.

Dall’acronimo MAMT che in lingua napoletana significa “tua madre”, il Museo del Mediterraneo/Arte/Architettura/Archeologia/Ambiente/Musica/Migrazioni/Tradizioni/Turismo è il punto di partenza (e ritorno) per i popoli e le culture del Mediterraneo: entro il 2020 saranno realizzati dei video emozionali sull’ambiente, l’arte, l’archeologia, l’architettura, le religioni e su tutto ciò che accomuna le culture, i popoli e i figli tutti del Mediterraneo. I primi 200 video sono realizzati in 4K e fruibili ai visitatori con l’ausilio di 100 videowall dislocati sui 5 piani dell’edificio. Altri verranno, per un totale di 5000 video che, da Napoli, affondano le radici in altre 130 capitali del mondo.

I 12 percorsi emozionali (tutte le informazioni a questo indirizzo http://www.mamt.it/index.php) sono basati su temi importanti quali migrazioni, dialogo interreligioso, musica, storie di pace, legalità, il loro simbolo il Totem della Pace realizzato dallo scultore torinese Mario Molinari con l’intento di costruire la rete delle “Città della Pace nel Mondo“. Curiosità: il Totem della Pace è stato realizzato in varie città del mondo e in diverse dimensioni; già presente a Napoli, Torino, Rabat, Marsiglia è in corso di realizzazione in altre città tra cui: Barcellona, Amman, Marrakech, Gerusalemme, Gaza, Il Cairo, Algeri, Tunisi, Istanbul, ndR. Il destino comune a tutti i popoli del mondo è diviso in 12 percorsi emozionali: da “Il Mediterraneo delle emozioni” a “Storie di Pace” passando per “Voci dei Migranti” e“Il canto che viene dal Mare” fino alla sezione “Pino Daniele Alive”. “Figli di una Grande Madre.”

 

PINO DANIELE ALIVE.

“Avevo degli appunti scritti di pugno da mio padre. Sono stati il punto di partenza dopo la sua morte. Aveva in mente di dar vita a questo Festival del Mediterraneo, il comune denominatore la musica e le sue contaminazioni. Un evento interamente dedicato ai giovani musicisti provenienti dal Mediterraneo. Il canto che viene dal mare…”. I giovani come motore pulsante per intraprendere un cammino, un dialogo che non avrà mai fine. A Pino Daniele è dedicata un’intera sezione del Museo MAMT, Pino Daniele Alive: all’interno, divise in quattro sezioni, tutte le tappe più importanti della carriera del Mascalzone Latino,memorabilia e e oggetti appartenuti personalmente a Pino Daniele, perfino una riproduzione reale del suo camerino “Il cappello, la giacca, il suo zaino, le scalette..” e del suo studio di registrazione. E le sue chitarre. E la sua moka del caffè perché “Quando era in tour, soprattutto negli anni ’80, era solito portare con sé la moka, le tazzine e il cucchiaino perché non gli piaceva come facevano il caffé. ” La sezione Pino Daniele Alive sarà in continuo movimento, l’installazione sarà permanente e in futuro sarà aggiunto altro materiale. Curiosità: oltre al Diploma conseguito all’Istituto Tecnico Commerciale Armando Diaz di Napoli e alla pergamena della Prima Comunione, tra i memorabilia è presente la lettera pervenuta a Pino Daniele da Alitalia, in risposta alla richiesta di lavoro come assistente di volo; destino volle che il giorno in cui era fissato l’appuntamento presso gli uffici della compagnia aerea a Roma, l’etichetta discografica EMI gli fissò un appuntamento per la firma del suo primo contratto discografico,ndR.

Il materiale presente nella sezione Pino Daniele Alive arriva da ogni parte d’Italia e del mondo: è presente, ad esempio, un amplificatore utilizzato da Pino Daniele durante lo storico concerto del 1981 in Piazza del Plebiscito a Napoli e una chitarra Roland del 1985. Una sezione dedicata interamente all’album “Medina” e all’album “La Grande Madre” ultima produzione discografica di Pino Daniele, interamente autoprodotta. Tutti i video realizzati in 4K dalla Fondazione Mediterraneo avranno come sottofondo le musiche di Pino Daniele musicista in grado di fondere nelle sue melodie tutte le contaminazioni musicali del Mediterraneo..e del mondo.

   

di Angelo Moraca

 

Link articolo originale con fotogallery:

http://www.melodicamente.com/mamt-civilta-mediterraneo-museo-pino-daniele/

I video, le foto e le chitarre: tutto il mondo di Pino Daniele

Nell’ex Hotel de Londres un intero piano è dedicato al musicista. Il figlio: “Borse di studio per i giovani talenti”

 

 

Tra piazza Municipio e via Depretis, nell’ex Grand Hotel de Londres, è nato il Museo della Pace-Mamt. L’acronimo ne sintetizza i contenuti con un esasperato senso materno: “La madre, a Napoli, è colei che accoglie” , racconta l’architetto Michele Capasso, che ne è stato il fondatore 27 anni fa.
“Nei cinque piani in cui si sviluppa l’edificio si raccoglie ciò che unisce i popoli del Mediterraneo: musica, scienza, religione, tradizioni, costumi, arredi, cibo”. Da oggi, l’accesso è gratuito con tre tipologie di visite (prenotazione obbligatoria al 340 8062908 o scrivendo a info@mamt.it). “Stavolta vogliamo parlare non di brutture e violenze bensì di convivenze e bellezza. Fatti esemplari del Mediterraneo in cui viviamo. Offriamo dodici itinerari emozionali che includono 28 mila contributi audio, 8 mila libri, opere di Mario Molinari e 5 mila video. Gran parte è proiettata su schermi con tecnologia a 4K, con la colonna sonora di tante musiche inedite di Pino Daniele “.

È così che si entra nei retroscena dell’avventura artistica/ umana del musicista scomparso nel gennaio 2015. A due livelli dal marciapiede d’ingresso – anche al pian terreno c’è un tesoro inestimabile: la fragile chitarra Louis Panormo che servì a scrivere “Chillo è nu buono guaglione” al ritmo charango – inizia l’apnea nel capitolo “Pino Daniele Alive”.

Ieri c’era il figlio Alex a introdurre il viaggio: “I giovani saranno i protagonisti di questo esperimento museale permanente e in divenire – ha detto – Ai ragazzi papà era attento. Abbiamo intenzione, con il ministero dell’Istruzione e i conservatori, di mettere a bando delle borse di studio per chi ha talento e pochi mezzi. Il talento va difeso. Pino aveva relazioni intense con i musicisti più giovani: da Jovanotti a Clementino. È giusto che l’intero secondo piano sia dedicato a lui perché con Capasso avevano intenzione anche di produrre un concerto in mezzo al mare dedicato al Mediterraneo. Si doveva fare nel porto, lo faremo nel 2017.

Ora abbiamo sette ambienti in cui sono custoditi strumenti, abiti, foto (con Chick Corea, Santana, Gato Barbieri), videoclip, appunti, documenti, la moka elettrica con cui preparava il caffè in camerino”. In questo patrimonio, splendono la pagellina della prima comunione (col grossolano errore nel riportare il suo nome: Danieli Giuseppe, 3 luglio 1966, aveva 11 anni) e il diploma con il voto di 44/60, nel ’75. In una stanza, che da marzo accoglierà un ologramma e il mapping-video, è stato ricostruito il suo vero studio di registrazione: dallo sgabello amato, disposto ad hoc per “sentire il suono in faccia”, ai preziosi microfoni. Quasi santificate, le chitarre: la Paradis; la Gibson ES-335, come quella di BB King; la 10 corde elettrica bianca, un 8 gigante, sul modello della chitarra battente con cui scrisse le canzoni di “Musicante”: “Lazzari felici” e “Keep on Movin'”. La Suhr che non portava mai in tour. Il basso Fender con cui compose “Il mare”.

“Ci tengo a riassumere un concetto – dice Alex – Lui studiava da matti però aveva una teoria: sul palco non voglio fare il fenomeno. Conta solo la nota che suono alla gente” . Presto, il fratello Salvatore donerà pure la foto cercata che manca ancora e che durante la visita inaugurale ha rivelato di possedere: Pino e Bob Marley nei camerini dello stadio San Siro, sommersi dal fumo della marijuana. Quando il principe giamaicano del roots-reggae e il menestrello partenopeo suonarono a Milano. Era giugno del 1980, era appena uscito il suo capolavoro: “Nero a metà”.

 

 

di Gianni Valentino

Museo Pino Daniele, il primato di Napoli

 

Oggi apre i battenti il Mamt, in Italia non ne esiste uno simile: nemmeno per De André, Dalla o Modugno

 

 

Un museo De André, un museo Dalla, un museo Modugno, un museo Battisti, un museo Mia Martini in Italia non c’è. A Napoli non c’è il museo Eduardo, il museo Totò, il museo Caruso, il museo della canzone napoletana. Ma, da stamane, c’è il museo di Pino Daniele ed è un primato per una città spesso matrigna e smemorata ma che il Lazzaro felice non l’ha mai dimenticato, anzi, da quella tragica notte del 4 gennaio 2015, si è ancora più attaccata, sino ad identificarsi in lui, a ritrovarlo simbolo di una comunità altrimenti sperduta.

L’esposizione permanente si chiama Pino Daniele Alive ed è un racconto «vivo», non stoltamente beatificante, quello che Alessandro Daniele, figlio-manager del cantautore, che con la Pino Daniele Trust Onlus ha curato, complice fondamentale, oltre che padrone di casa, l’architetto Michele Capasso e la sua Fondazione Mediterraneo. Siamo al secondo piano dell’ex Grand Hotel de Londres, si entra da via de Pretis, ci sono ben altri quattro piani da visitare all’interno del Museo della pace-Mamt: M come Mediterraneo; A come arte e architettura e archeologia e ambiente; di nuovo M come musica ma anche come migrazioni; T come tradizioni, come turismo. Capasso usa questo spazio come ha fatto con il Totem di Mario Molinari, cui pure è dedicata un’area, quasi fosse una sorta di «antidoto alla dittatura delle notizie di guerra, terrorismo, stragi di migranti. Con Pino condividevamo il sogno di un Mediterraneo dei popoli, questo racconta tutto l’allestimento, migliaia di video, suoni, testimonianze, drammi, speranze».

Ma la curiosità, e le prime prenotazioni lo confermano, è tutta per il Nero a Metà: si entra gratis, su prenotazione, lasciando il telefonino all’entrata: «Questo è il primo museo emozionale e per quanto l’allestimento sia digitale non c’è spazio per i selfie. Qui si arriva con tempo e attenzione da dedicare, per emozionarsi. Ci sono decine di ore di video a disposizione», spiega Daniele junior, che ieri mattina ha accompagnato la stampa in una visita guidata, replicata nel pomeriggio per amici musicisti tra cui James Senese, Gigi De Rienzo, Elisabetta Serio, Tony Esposito, Ernesto Vitolo, Fabrizio Milano, Tony Cercola, più Antonio Bassolino. Prima si erano già visti la famiglia Daniele (i fratelli Nello, Carmine, Salvatore; la prima moglie Dorina; la figlia Cristina) e compagni di palco preziosi come Rosario Jermano, Rino Zurzolo, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Lino Vairetti, Enzo Gragnaniello.

Una curiosità ben riposta: Alex ha fatto le cose più che per bene, con la fondamentale complicità di Sergio Pappalettera, che di Pino curò a lungo la grafica dei dischi, nell’allestimento, e di Giorgio Verdelli nei video, che – tra materiali dell’archivio dell’artista, delle Teche Rai e preziosi inediti – raccontano gli esordi come gli ultimi album, le passioni etniche (una sala intera è dedicata a «Medina», in sintonia con lo spirito del luogo), le collaborazioni illustri, i film, i videclip, la passione per i madrigali di Gesualdo Da Venosa, le canzoni più celebri, lo storico concerto di piazza del Plebiscito il 19 settembre 1981…
Appena entri un colpo al cuore: c’è la chitarra Paradise degli ultimi concerti, le ultime sei corde toccate, e sembra ieri che il Mascalzone Latino era sul palco del Palapartenope per un arrivederci trasformato dalla sorte in addio. E di chitarre ce ne sono tante, ognuna un suono, un disco, una stagione del cantautore che era ancor prima suonautore: una Frame Guitar, la Suhr di «Melodramma», poi Yairi, Fender Zaz, una pesantissima dieci corde elettrica, la Gibson Firebird dei tempi di «Bonne soirée» comprata perché la usava il suo idolo Johnny Winter, l’Ovation con dedica di Al Di Meola, la Panormo che apparteneva al suocero, un mandolino forse usato per registrare «Napule è».

Poi c’è la ricostruzione del suo camerino, del suo studio di registrazione (presto sarà completato con un ologramma per vedere ancor più «alive» l’Uomo in Blues): tutto, dai registratori a bobine alla macchinetta del caffè, dai plettri agli amplificatori, dal santino della prima comunione alla licenza da ragionere per dire dell’uomo che si fece Voce di Napoli. E quando l’emozione si fa troppo forte, l’assenza troppo feroce, un sorriso lo strappa il telegramma che lo invitava ad un colloquio come assistente di volo Alitalia nello stesso giorno in cui lo aspettavano per proporgli il primo contratto discografico. Pino fu molto travagliato, in famiglia tutti tifavano per il posto fisso, ma lui…

«Io continuo a sbagliare i tempi quando parlo di papà, non riesco ad usare il passato», confessa Alex, che a Pino assomiglia sempre di più ed è persino più schivo: «Mi manca, ma mi sembra ci sia ancora, qui ancor più. Abbiamo provato a ricordarlo con coerenza con la sua storia, continuando un’opera che lui aveva già iniziato con l’architetto Capasso. Ho persino i suoi appunti per un progetto di festival del Mediterraneo che voleva organizzare nel porto di Napoli. Ci stiamo lavorando, come stiamo lavorando alle borse di studio per le eccellenze dei conservatori italiani, ma anche per chi non ha i soldi per iscriversi in un conservatorio ma eccellenza potrebbe esserlo lo stesso. Tutto per dire che questo non è un museo, ma la casa di Pino Daniele, che è vivo soprattutto in mezzo al suo popolo, nella sua Napoli». E Napule è, almeno oggi, una città fiera, grande madre di un grande figlio, e non matrigna.

 

di Federico Vacalebre

Pino Daniele Alive, il figlio racconta il museo

“Vietati telefonini per immergersi nel suo mondo con emozione”

 

 

“Pino Daniele amava suonare più di qualunque altra cosa e trovava nel live la sua dimensione ideale, con l’inseparabile chitarra sempre addosso. Per questo, con un gioco di parole, si chiamerà Pino Daniele Alive il museo digitale a lui dedicato a Napoli, la sua città”. Lo racconta, in anteprima a Trani in occasione della maratona delle idee digitali DigithON, il figlio del cantautore, Alessandro, che con il papà ha diviso vita e lavoro più di chiunque altro. Niente selfie nel museo.

I telefonini resteranno fuori “per potersi completamente immergere nel mondo e nelle note di mio padre e per potersi emozionare”, spiega Alex. Sarà interessante conoscere come era Pino Daniele anche “prima di diventare Pino Daniele”, attraverso i provini dei suoi primi tre dischi con chicche inedite come il primo spunto da cui nacque Napul’è’ (e una lettura in versione madrigale dello stesso capolavoro) .

“Una parte del tantissimo materiale selezionato per il museo sarà subito visibile, altre cose saranno aggiunte successivamente”, racconta Alex, che ha potuto realizzare con la Fondazione questo sogno, ad un anno e mezzo dalla scomparsa del papà, anche grazie ai discografici e con il contributo delle emittenti televisive che hanno reso disponibili molti filmati d’archivio. Il museo sarà pieno di schermi che raccontano il percorso personale e artistico di Pino Daniele, con una stanza in cui si illustrano anche le origini e la vita dell’artista prima dell’esordio discografico. Nella sezione ‘Il codice di Pino’, con una bella intervista inedita, vediamo il cantautore passeggiare tra le sue prime due chitarre e quelle di tanti altri artisti, da Bryan Adams a Maurizio Solieri. Centrali nel racconto per suoni e immagini sono “le contaminazioni etniche, jazz, blues, l’anima latina e le melodie” che hanno reso unica e irripetibile la multiforme arte di Pino Daniele che, ricorda il figlio, “amava definirsi un musicista che canta”. Per la ricerca di un suono, racconta Alex, “mio padre studiava anche 4 o 5 ore al giorno”, poi magari andava sul palco e lavorava per sottrazione. “Usava la tecnologia anche se aveva un problema agli occhi e lo infastidiva chi scaricava la musica illegalmente da internet”.

Ha sempre cercato “il confronto con le nuove generazioni”, aggiunge, anticipando che la Fondazione Pino Daniele Trust onlus (che ha realizzato il museo insieme alla Fondazione Mediterraneo) aiuterà anche i giovani talenti con borse di studio, in collaborazione con i conservatori. L’esposizione, non solo digitale, non potrà fare a meno delle amatissime chitarre di Pino. Situata nel cuore di Napoli, la mostra permanente si trova all’interno del Museo della pace – MAMT (spazio dedicato ad arte, musica e tradizioni del Mediterraneo) in un luogo caro all’artista, che il figlio definisce “un ragazzo di strada, semplice e riservato, che non metteva in piazza la sua vita privata”. Anche ora che non c’è più, Alex,, schivo come il padre, lo avverte sempre al suo fianco. E oggi, a poche ore dall’inaugurazione del museo, vince la timidezza e rivela qualche aneddoto che il pubblico apprezza.

Racconta, ad esempio, che se Pino Daniele non fosse diventato quello che abbiamo conosciuto e amato, avrebbe continuato a fare tanti lavori, come il fioraio, e sarebbe forse diventato uno steward di Alitalia. Difficile immaginarlo in divisa, ma, se questo non è successo, – conclude accennando un sorriso – “dobbiamo dire grazie alla casa discografica che lo contattò nello stesso momento in cui stava valutando di cedere alle lusinghe del posto fisso”.

 

 

di Giorgiana Cristalli

Pino Daniele, il primo cofanetto è realizzato dal figlio Alessandro: "Fedele a se stesso"

   (26 Dicembre 2015)

Si intitola “Tracce di libertà” la raccolta con i tre album cardine di Daniele e tre cd di rarità. A realizzarlo, a un anno dalla morte, il figlio Alessandro: “Era giusto lasciare tutto così com’era stato registrato, con i rumori della casa, i clacson delle auto in strada, il respiro della città”

 

 

Alessandro Daniele, figlio di Pino Daniele, ha una difficile eredità da gestire. E’ lui che ha realizzato il primo cofanetto, a un anno dalla morte del padre, con il quale iniziare un lungo percorso di valorizzazione del catalogo del grande musicista napoletano. Il cofanetto, intitolato Tracce di libertà, contiene Terra mia, Pino Daniele e Nero a metà ma soprattutto 3 cd con demo, provini, versioni alternative e 6 brani inediti e un libro di 60 pagine con foto inedite, aneddoti, curiosità e testi biografici. Un album live era già uscito, ma per Alessandro questo è un nuovo inizio “Il disco live era nato da una necessità contrattuale, questo è invece il primo progetto nato davvero dopo la morte di mio padre. Volevo ripartire dall’inizio, riproporre i primi tre album di Pino ma anche, soprattutto, cose registrate prima, provini, nastri che aveva conservato Rosario Iermano, bobine a due o quattro tracce. Abbiamo pensato che queste registrazioni avrebbero dato davvero senso al progetto”.

 

Molte sono registrazioni quasi amatoriali…
“Secondo me era giusto lasciare tutto così com’era stato registrato, non mettere le mani su niente, mi piaceva l’idea di lasciare tutto nella versione originale, sia le registrazioni casalinghe, con i rumori della casa, i clacson delle auto in strada, il respiro della città. Ascoltandoli sembra di essere lì insieme a Pino. E poi quelli fatti con la casa discografica. L’idea era quella di mettere nel cofanetto delle tracce di vita, una finestra su questo ragazzo che amava la musica e che viveva di musica, le sue prove prima di arrivare alla realizzazione dei primi dischi. Credo che si capisca molto di lui ascoltando queste registrazioni”.

Sembra di avere tra le mani delle foto scattate all’epoca.
“Si, credo che ci sia molto altro oltre la musica in quelle registrazioni, ci sono le amicizie, la tribù dei musicisti con cui viveva, le cose che amava, e soprattutto i suoi sogni di ragazzo. Spero che chi ascolta queste cose, soprattutto i più giovani, possa trovare una fonte d’ispirazione per un proprio linguaggio musicale. Come faceva lui, che ascoltava Coltrane, la Nccp, i Blind Faith, per trovare la sua voce, la sua musica. C’è tutto quello che viveva all’epoca, poi qualche curiosità, come Donna Cuncetta registrata con un giocattolo comprato all’autogrill, e tanti brani conosciuti registrati in maniera diversa. Brani che raccontano la sua ricerca, il modo in cui è arrivato a realizzare i suoi primi dischi”.

Riscoprire il passato di suo padre è anche un modo per guardare avanti?
“Ovviamente è così, sperando che il meglio debba ancora venire. Guardando indietro puoi trovare la strada giusta per andare avanti, ascoltare le cose del passato per trovare cose giuste per oggi. La cosa bella di tutto questo lavoro è che alla fine mio padre è sempre stato fedele a se stesso, anche rischiando di sbagliare, provando costantemente cose diverse. E credo che questa sia la cosa che si scopre ascoltando queste registrazioni”.

 

 

di Ernesto Assante

«Un brano inedito e il museo: rivive mio padre Pino Daniele »

ANTICIPAZIONE “CORRIERE DELLA SERA”: LA CANZONE, COMPOSTA NEL ‘75, FARÀ PARTE DI UN ALBUM LIVE

 

Il figlio Alessandro: esposizione a Napoli, sarà patrimonio dell’Unesco

 

Chissà se parlando con il suo amico Troisi avrebbe scherzato più o meno così: «Sai che c’è Massimo? Tu hai ricominciato da tre, io invece ricomincio da zero». Sì, da quell’anno zero che segnò l’inizio dell’avventura artistica di Pino Daniele. Perché adesso, dopo 40 anni, un brano inedito registrato alla meno peggio su una musicassetta arancione, torna in vita insieme con il suo autore, il cui cuore ha smesso di tenere il tempo la sera del 4 gennaio.

Riprende a suonare per il suo pubblico, il Mascalzone latino, e lo fa con il doppio cd «Nero a metà live» (in uscita il 9 giugno e dal 12 maggio in pre-order su tutti i digital store) che è la registrazione integrale dell’ultimo concerto che tenne il 22 dicembre del 2014 al Forum di Assago-Milano. E nell’album i suoi fan troveranno anche un pezzo che il musicista incise nel salotto di casa del suo amico percussionista Rosario Jermano.

Era il 1975: Pino fece ascoltare quattro provini a un discografico, il quale intuì le potenzialità di quel sound e decise che tre di quelle canzoni sarebbero finite nel disco d’esordio del bluesman napoletano. Una, «’O pusteggiatore», rimase fuori dall’album «Terra mia»: si ascolterà per la prima volta in «Nero a metà live» con un titolo diverso, «Abusivo», e con un arrangiamento nuovo di zecca curato da Tullio De Piscopo, Ernesto Vitolo e Gigi De Rienzo.

«Oggi vede tutto con occhi diversi e sono sicuro che approva il lavoro che abbiamo fatto», racconta Alessandro Daniele, il figlio trentacinquenne di Pino, che proprio fa fatica a declinare i verbi al passato parlando di quel musicista di cui è stato anche un collaboratore speciale per quindici anni. «Con lui mi sentivo dieci volte al giorno e ancora oggi, quando devo fare delle scelte, istintivamente mi viene di chiamarlo». E probabilmente lo avrà chiamato di «nascosto» per chiedergli se potevano cambiare il titolo al brano: «È nato per caso, forse perché ci è sembrata una cosa abusiva modificare la struttura originale del brano», sorride sereno.

Una serenità che gli viene dalla consapevolezza che quella tempesta seguita alla morte del padre è ormai una leggera brezza lontana: «Ora la famiglia è più unita. E nella “Fondazione Pino Daniele” che stiamo per varare lavoreremo tutti noi figli». D’altronde dovrà esserci molta serenità nel gestire la Onlus che in agenda ha diversi progetti, tra i quali ce n’è uno di cui Alessandro sente una certa responsabilità: «Mio padre studiava musica almeno tre ore al giorno. Ecco, vorrei portare nei conservatori il suo metodo, la sua filosofia. Assegneremo borse di studio ai ragazzi di talento che non possono permettersi di pagare una retta; organizzeremo un concorso internazionale; lavoreremo con gli ospedali pediatrici per finanziare la ricerca e per garantire ai bambini malati terminali le apparecchiature necessarie per restare a casa con i familiari».

«Yes I know my way», cantava Pino, e anche suo figlio Alessandro conosce la strada che vuole imboccare per far rivivere la figura artistica (e non solo) di suo padre: «L’anno prossimo nascerà all’interno del Mamt di Napoli, il museo mediterraneo dell’arte, della musica e delle tradizioni, un’esposizione permanente dedicata a papà. Ci saranno i suoi strumenti musicali, i nastri originali delle incisioni, i video dei concerti, materiali inediti, visite guidate. E tutto diventerà patrimonio dell’Unesco. Vorremmo realizzare un piccolo teatro in cui proiettare degli ologrammi per rivedere mio padre in forma tridimensionale nei primi Anni 90 mentre suona la chitarra».

Alessandro ha condiviso tante cose con Pino, anche le sue scelte d’amore: «Con lui c’era un rapporto d’amicizia. Ed è chiaro che, dopo due separazioni, se ne parlava tanto. Io gli dicevo: “Guarda, che se tu sei convinto di quello che stai facendo, e lo fai con il cuore, io sono con te”». Tra i due un legame stretto, che Alessandro desidera ricordare quotidianamente. Il 15 maggio riaprirà il Tuscany bay, il complesso balneare realizzato dall’autore di «Napule è» a pochi minuti da Orbetello: «Lì c’è anche il jazz bar dove faremo musica dal vivo. Tutti i giorni, al calar del sole, papà faceva sentire in spiaggia “Nessun dorma”, quella suonata da Jeff Beck. Io farò mettere quella eseguita da papà. Così il tramonto sarà sempre dedicato a lui». E Pino non dovrà mai chiedere al figlio: «Alessandro, dimmi cosa succede sulla Terra».

 

 

 

di Pasquale Elia

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