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Sei canzoni a sorpresa dagli archivi di Daniele

      (4 novembre 2015)

I primi tre album ristampati in un prezioso box

 

È il lavoro che tutti i danieliani duri e puri hanno sognato per decenni, ma anche quello di cui avrebbero fatto volentieri a meno, visto che vede la luce solo perché Pinotto non c’è più. «Tracce di libertà», nei negozi il 4 dicembre, è un viaggio al termine del primo Pino Daniele: raccoglie i suoi primi tre album, li smonta mostrandone il dietro le quinte in una sequenza di provini casalinghi e versioni alternative, li completa con sei inediti di cui mai prima si era parlato, rimasti nei cassetti del cantautore, e tirati fuori dal figlio Alessandro, che è stato suo road manager ed ora ne cura le memoria con la Fondazione Pino Daniele il cui primo atto è proprio questo «percorso emozionale che racconta un ragazzo a cui piaceva il blues, ma anche la sua città, i suoi anni Settanta, insieme formidabili e controversi, i suoi compagni di viaggio».

Alex ha lavorato al progetto nello studio che fu del padre, cercando di fare i conti con la sua scomparsa improvvisa: «Prima mi sono chiuso nel dolore», spiega con il pudore di chi preferirebbe sempre restare dietro le quinte, «e nel silenzio, in me stesso, insomma. Poi ho sentito l’enorme onda dell’affetto che circonda papà come artista e come uomo». Non riesce a parlarne al passato, Alessandro: «Non è passato, io lo sento presente, è qui». E, di sicuro, è dentro «Tracce di libertà», che arriverà nei negozi, fisici e virtuali, in triplice versione: super deluxe, con sei cd e un libretto di 60 pagine con testi, foto, curiosità e i sei inediti; deluxe, con tre cd, booklet e un inedito; digitale con gli stessi contenuti audio di quella deluxe.

«Terra mia» (1977), «Pino Daniele» (1979) e «Nero a metà» (1980) sono dischi epocali, continuano la tradizione della canzone napoletana rivoluzionandola, portano la rabbia e la voglia di rivoluzione in testi fino a quel momento condannati a parlare d’amore melenso, ritrovano un dialetto antico che sa farsi modernissimo, tengono insieme le radici e le ali, la veracità e il sogno blues rock americano, la tradizione e la contemporaneità. Il cofanetto ce li consegna com’erano, poi li «raddoppia»: come già era successo con la versione extended di «Nero a metà», ultimo progetto discografico pubblicato in vita dall’Uomo in blues.

«Terra mia», l’lp d’esordio, diventa così un work in progress, una macchina del tempo che ci porta a casa di Rosario Jermano, percussionista, primo complice e poi amico di una vita, dove le canzoni venivano fermate su un nastro, spesso una normalissima cassetta. Alex ha trattato quei materiali con amore e rispetto, lasciando gli errori, le battute, i fruscii. Il demo di «Chi po’ dicere» apre il tutto con versi che oggi hanno un altro senso: «Chi po’ dicere / ca sto’ mrenno/ Chi po’ dicere ca so’ cuntento/ Chi po’ dicere/ ca sto’ sbaglianno». «Terra mia», il brano, è la prima di tante tracce di libertà: è nuda, scabrosa, emozionante. «Saglie, saglie» conosce più vestiti, anche uno che prova a tradurla in italiano, «Ma che puzza dint’‘a stu vico» è l’abbozzo da cui nascerà «Ce sta chi ce penza».

Poi arrivano le sorprese, i primissimi brani scritti dal 1973 in poi. «Napule se scet’ sotto ‘o sole» registrata in un deposito a corso Malta, probabilmente è antecedente a «Napule è», potrebbe essere un primo tentativo di raccontare una città insieme immobile e in movimento, di grande bellezza e di grande bruttezza, catata dai poeti e stuprata dai politici: «A vecchia ca venne ‘e castagne/ se more ‘e friddo e nun dice niente/ con poche sorde nun c’a fa». A Napoli si vive sotto il sole, si muore sotto il sole: la ballata è cantautorale e folk, ingenua, solo una chitarra, un flauto, dei tamburi. «Mannaggia ‘a morte» è appena uno stralcio, desimoniano, non a caso arriva da una registrazione di una messinscena all’ormai mitico Teatro Instabile, con Gianni Battelli al violino.

Il libretto correda tutto con pagine delle agende personali che il musicista teneva in quegli anni, di testimonianze spesso minime, tenere. Dorina Giangrande, futura prima moglie del cantautore, compare sulla scena per caso: accompagna una corista in studio, è l’unica ad avere la macchina a disposizione.

Con «Pino Daniele» il lavoro di lima delle composizioni si rivela persino più nettamente. Non ci sono solo arrangiamenti diversi, non ci sono solo vestiti provati ma non usati su una melodia all’inizio spoglia: «Je so’ pazzo», ad esempio, la conosciamo a memoria, ma nella prima versione, invece di dire «ed oggi voglio parlare», cantava «ed oggi voglio sparare», dando un contesto alla canzone più aderente agli anni di piombo, amplificando la rabbia del nuovo Masaniello che scandalizzava i  benpensanti con una parolaccia censurata da radio e classifiche. «Basta ‘na jurnata ‘e sole», invece, era di partenza «Basta ‘na giurnata ‘e sole» ed aveva un intarsio chitarristico in stile flamenco scomparso nella session definitiva. «Donna Cuncetta» nelle note autografe di Pino si intitolava «’Onna Cunce’» e all’ascolto sorprende  con un diverso intermezzo strumentale, come un contrappunto. «Il mare» inizia con un’osservazione: «Vabbè, suona come i Cream». Alla fine di «Je sto vicino a te» l’autore commenta: «Vabbè ci stanno le felle, ma che ce ne fotte». «Stappi-stopotà», il terzo inedito, è un divertissement ritmico che ricorda all’inizio la celeberrima «Can’t find my home» dei Blindth Faith. «Figliemo è nu buono guaglione» è il quarto: jazz mediterraneo tra Nccp e Weather Report, un duetto tra una voce femminile, una chitarra lisergica, la chicca più inattesa.

A «Tira ‘a carretta» e «Hotel Regina» che arricchivano la versione extended di «Nero a metà», Alessandro Daniele ha aggiunto, per l’occasione, altri due brani mai ascoltati prima: uno strumentale senza titolo, delicato, insinuante, e «Voglia ‘e bestemmia’», che ha movenze brasiliane e sa – come si diceva in quegli anni – che il personale è politico: «Tu dicive nun da’ retta/ nun ce penza’/ da ‘na mano a tutte cose/ e circa e campa’/ E si me guardo attuorno/ je nun vache niente/ so’ na pezza ‘mmane ‘a gente/ che me gira e avota comme vo’/ E ‘na voglia e jastemma’/ ca chianu chianu se ne va/ e cchiù ‘ncazzato me fa». Nel take in studio diventa più rock, c’è un sassofono (più probabilmente di Avitabile che di Senese), ma non finisce lo stesso nell’album, destinata ad essere scoperta solo ora.

Come queste «Tracce di libertà» che sarà doce e ammaro e inevitabile seguire con amore e rimpianto. «Le ho raccolte proprio per questo», conclude il figlio del Mascalzone latino, «mi piacerebbe che presentassero mio padre alle nuove generazioni, che parlassero del musicista oltre che del cantautore. Le sue canzoni viaggiano da sole, ai suoi dischi non posso aggiungere niente, se non, come in questo caso, delle occasioni per entrarci dentro meglio, più in profondità» 

 

di Federico Vacalebre

 


L’IDEA

Ogni disco in versione extended

«Mio padre per ogni disco lasciava da parte uno o due pezzi, e non sempre perché erano scarti: spesso succedeva che non lo ritenesse adatto a quel disco, che lo immaginasse estraneo per sonorità in quel dato progetto»: Alex Daniele racconta che, dopo «Tracce di libertà», tutta la discografia del cantautore scomparso il 4 gennaio scorso potrebbe tornare in circolazione in versione extended, con provini, outtakes e gli inediti tanto invocati dai collezionisti e dai fans più accaniti. Si parla anche di un’edizione integrale di tutta la sua opera, «ma bisogna mettere d’accordo diverse case discografiche». Vedremo».

 

di Federico Vacalebre

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Su RAI 1 (in seconda serata) il sesto appuntamento con "CANZONE" (lo speciale dedicato alla grande musica italiana), protagonista PINO DANIELE

Dopo il successo delle precedenti puntate, è PINO DANIELE il protagonista del sesto appuntamento di “CANZONE”, speciale dedicato alla grande musica italiana. La puntata, intitolata PINO DANIELE “Nero a Metà”, andrà in onda martedì 30 dicembre in seconda serata su Rai 1 (dalle ore 23.25).

Un’ora di racconto tra musica e parole con cui il cantautore e musicista svela come è nato “NERO A METÀ” (1980), l’album della consacrazione per Pino Daniele, simbolo di quel sound inconfondibile, tra sonorità blues, rock, jazz e l’immancabile tradizione napoletana, che è diventato il suo marchio di fabbrica in Italia e all’estero. Protagoniste le canzoni più belle di Pino, da “Quanno chiove”, al brano che dichiara la sua passione di sempre, “A me me piace ‘o blues”, da “I Say I’ Sto Ccà” a “Nun me scuccià”: grandi classici che all’epoca definirono un nuovo stile musicale e che ancora oggi risultano di sorprendente freschezza.

Ad aneddoti e racconti inediti dell’artista sulle sue tante collaborazioni con i grandi della musica italiana e internazionale, si alterneranno le immagini della data di “NERO A METÀ” tenuta il 13 dicembre scorso a Roma. Una serie di concerti che ha visto Pino Daniele salire sul palco delle principali città italiane con uno spettacolo che racchiude tutta la sua storia musicale e l’identità di suono che ha caratterizzato il suo percorso artistico. Insieme a Pino la band composta dai musicisti che parteciparono alle registrazioni dello storico album “NERO A METÀ”: Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano, tastiere ed organo) e Rosario Jermano (percussioni), gli amici Rino Zurzolo (contrabbasso) ed Elisabetta Serio (piano) e con la partecipazione straordinaria di due musicisti che hanno arricchito e stimolato il percorso artistico di Pino: Tullio De Piscopo alla batteria e James Senese al sax.

PINO DANIELE “Nero a Metà” è un programma di Gianluigi Attorre e Paolo Biamonte, con la regia di Cristian Biondani e la consulenza artistica di Giampiero Solari. Una produzione di BALLANDI Multimedia e F&P Group.

 

Milano, 28 dicembre 2014

Ufficio stampa: Parole & Dintorni

“Alla soglia dei sessant’anni ricomincio da capo. E sempre da Napoli”

   (Settimanale N.48 del 22 novembre 2014)

 

Vi ricordate Nero a metà? Era il 1980 e con quel disco Pino Daniele divenne famoso. Oggi lo ripubblica e parte per un tour con la vecchia band. In attesa di festeggiare. In cucina

Uno arriva a 60 anni e deve decidere. O scopre una nuova vita col burraco e il modellismo o riscopre se stesso. Pino Daniele ha scelto la seconda strada. Ha da poco ripubblicato Nero a metà, il suo album del 1980 in cui trovò una sintesi perfetta fra la tradizione napoletana, l’America del jazz e del blues e la canzone italiana. E dopo la serata speciale del 1° settembre all’Arena di Verona, dedica a quell’album altri sei concerti. il 6 dicembre a Conegliano il debutto: un set acustico in apertura (con Rino Zurzolo, Elisabetta Serio e la presenza di Tullio De Piscopo) e poi sul palco assieme alla band dell’epoca (James Senese, Gigi De Rienzo, Agostino Marangolo, Ernesto Vitolo, Rosario Jermano) che a Verona ha dimostrato di aver attraversato gli anni senza perdere smalto.

 

L’effetto nostalgia è dietro l’angolo.

Non ci interessava riproporre, come ho visto fare ad altri, gli show del passato, magari con la stessa scenografa e gli stessi costumi. la nostalgia è un sentimento che guarda solo al passato mentre in questi concerti c’è tutta la mia storia musicale.

Lo scopo del progetto è un altro?

Le nuove tecnologie offrono a chiunque i mezzi per fare un disco, ma il rischio è che alla fine tutto suoni allo stesso modo. la differenza fra una canzone e un’altra non può essere limitata alla voce di chi la interpreta. Allora siamo andati alla ricerca della nostra identità di suono. Una cosa che tutti in passato, da De André a Battiato, hanno avuto.

E dove l’ha trovata?

A Napoli: il nostro era un modo nuovo di fare la canzone napoletana. Anche se non ci vivo più da tempo mi sento ancora parte della città. Ne sento ancora i problemi.E artisticamente sto tornando lì: ho già scritto 2-3 canzoni in napoletano e chissà che il prossimo disco non sia tutto così…

Sessanta candeline in arrivo e capelli bianchi(ma il pizzetto è nerissimo)…

Cerco di non pensarci. A 30 anni se vedevo uno di 60 mi dicevo: “Ma guarda quel vecchio…”. Adesso vedo i Rolling Stones e il mio amico Clapton ancora in forma più o meno a 70 anni e mi sento molto meglio.

Potrebbe essere l’occasione per un Pino Daniele and friends…

Non so ancora come festeggerò, ma non farò eventi particolari. Vorrei fare qualcosa a casa con la mia famiglia e cucinare per loro.

Gli chef sono le nuove rockstar: sta per caso facendo il salto del fosso?

Nooo. Però in tv mi diverte quel cattivissimo di Cannavacciuolo (ride).

Passiamo ai suoi gusti.

Amo il sushi, ma quando passo ai fornelli sono per la cucina semplice: paccheri con il sugo pomodoro, mozzarella e basilico. Un classico. E poi, senza esagerare, un buon calice di vino che non riesco proprio a eliminare.

Un’altra cosa che non può mancare dalla sua vita è la chitarra.

Ne ha sempre avuta una in braccio. Avrò cominciato a 13-14 anni con chitarra e metodo Eko. Da subito divenne il tramite per comunicare le mie emozioni. Non mi affeziono alle chitarre, ne ho comprate e vendute molte, ma ce n’è una, una classica, che conservo da 40 anni. Più in generale mi piace tenere gli strumenti musicali in giro per casa, toccarli, prenderli in mano, suonarli.

L’amore è il tema ricorrente delle sue canzoni.

Non è mai cambiato il modo di pormi nei confronti di quel sentimento. È qualcosa che sento, che è parte di me. Scrivere d’amore è diffcile, e il momento che attraversi ti influenza, ma nei testi ho sempre cercato un linguaggio universale, simile alla poesia.

A ogni appuntamento del Nero a metà Tour ci sarà un ospite diverso?

Sì. Di sicuro ci saranno anche dei rapper. In carriera ho collaborato con J-Ax e Clementino, adesso mi piace molto Fedez. Sono i nuovi poeti. La forza del rap però non è solo nei testi, c’è anche il ritmo da tenere in considerazione.

Nelle rime dell’hip hop c’è la fotografa dell’Italia di oggi, con i suoi tanti vizi e le poche virtù. Si riconosce in questo Paese?

Più che riconoscermi ci vivo (e parte un sorriso). E vedo che i tempi della giustizia sono lunghissimi, che la burocrazia è allucinante e quando va in coppia con l’incompetenza mi fa paura. Se poi ci aggiungiamo un pizzico incoscienza siamo al disastro.  •

 

di Andrea Laffranchi

Pino Daniele al Palapartenope, emozioni senza tempo

 

Masaniello è cresciuto, è vero, ma ogni anno torna e sono emozioni, sensazioni, ricordi, orizzonti che si aprono davanti a un passato che brilla come l’oro. O come loro, musicisti napoletani rari da trovare nel panorama nazionale e internazionale: tutti alle dipendenze del Masto, del Nero a metà che ama tessere nuove relazioni e nuove melodie, anche se le canzoni hanno trenta e passa anni. Il Palapartenope è pieno in ogni ordine di posto, la gente ha voglia di godere della musica dei suoi mascalzoni: Pino Daniele è in gran forma, James Senese e Tullio De Piscopo sono i soliti concentrati di groove, Rino Zurzolo è una sola cosa con il suo basso, Elisabetta Serio, Ernesto Vitolo, Agostino Marangolo, Gigi De Rienzo e Rosario Jermano completano alla grande un quadro variopinto che trasmette sentimenti senza tempo.

La serata si apre con A testa in giù e I say je sto ccà, poi l’intro di ‘A me me piace ‘o blues scatena i cuori e le mani del Palapartenope prima di lasciare spazio ad una fantastica Voglio di più: “sai che non striscerò per farmi valere”, canta Pinuccio, che ha ricevuto e continua a ricevere critiche per alcune scelte ma che quando sale sul palco con la sua chitarra lascia pochissimo spazio ai mugugni. Resta cu’ mme canta un amore di cui non si può fare a meno, Alleria sembra riprendere il discorso lasciato sospeso con Voglio di più: “passa ‘o tiempo e che fa se la mia voce cambierà”. Non fa niente, se poi ogni volta ci regali il paradiso con le tue note.
“Adesso suoneremo un pezzo che non faccio spesso”, annuncia Pino: è Sulo pe’ parlà, una perla di rara bellezza concentrata in un minuto o poco più nel quale il pubblico resta con il fiato sospeso prima di sciogliersi in un applauso scrosciante. Appocundria fa l’occhiolino al flamenco con la chitarra di Gianni Guarracino, poi arrivano Mareluna, Vento di passione, ‘Na tazzulella ‘e cafè e I got the blues, un’altra pietra miliare del repertorio dell’artista napoletano. Al pubblico bastano le prime quattro parole, “Tu dimmi quando quando”, per sentire il brivido di un’amicizia che non finisce di emozionare in una delle più belle canzoni della storia della musica italiana, mentre in Je so’ pazzo non vede l’ora di urlare insieme al suo beniamino “Nun ce scassate ‘o cazzo!”.
Pino chiama sul palco suo fratello Nello Daniele e il compagno di scuola Enzo Gragnaniello, che incrociano le voci in Donna Cuncetta e Chi tene ‘o mare: “Chi tene ‘o mare cammina cu ‘a vocca salata…”, non si potrebbe descrivere meglio l’amarezza di una città che non sa sfruttare le sue potenzialità. I musicisti giocano su Sotto ‘o sole, E so’ cuntento ‘e sta precede la storica Quanno chiove, che accoglie il rap di Rocco Hunt, visibilmente emozionato e forse per questo apparso non al meglio. Dettagli, la musica continua insieme al sogno di un repertorio indimenticabile: Musica musica, Nun me scuccià, Puozze passà nu guaio, Io per lei, Tutta n’ata storia; ogni canzone ha il suo perché, ogni vecchia melodia è resa nuova da stupendi arrangiamenti. ‘O scarrafone è un grido contro la Lega che continua a essere una vergogna, con Clementino che rappa alla grande e chiama in causa Matteo Salvini.
La festa si chiude con Yes I know my way e il consueto bis con Napule è e E sona mo’, sulla quale i due “artisti del futuro” (come li ha definiti lo stesso Daniele) si danno alla pazza gioia inserendo anche i ritornelli dei pezzi che li hanno portati all’attenzione generale, ‘O viento e Nu’ juorno buono, e ringraziano Zio Pino per un’occasione speciale.
Domani si replica, sempre al Palapartenope. Ma saranno emozioni nuove, questo è certo.

 

 

di Pierpaolo Orefice

Pino Daniele protagonista della sesta puntata di “Canzone”

In onda il 30 dicembre in seconda serata su Rai 1

 

Dopo il successo delle precedenti puntate, è PINO DANIELE il protagonista del sesto appuntamento di “CANZONE”, speciale dedicato alla grande musica italiana. La puntata, intitolata PINO DANIELE “Nero a Metà”, andrà in onda martedì 30 dicembre in seconda serata su Rai 1 (dalle ore 22.40).

Un’ora di racconto tra musica e parole con cui il cantautore e musicista svela come è nato “NERO A METÀ” (1980), l’album della consacrazione per Pino Daniele, simbolo di quel sound inconfondibile, tra sonorità blues, rock, jazz e l’immancabile tradizione napoletana, che è diventato il suo marchio di fabbrica in Italia e all’estero. Protagoniste le canzoni più belle di Pino, da “Quanno chiove”, al brano che dichiara la sua passione di sempre, “A me me piace ‘o blues”, da “I Say I’ Sto Ccà” a “Nun me scuccià”: grandi classici che all’epoca definirono un nuovo stile musicale e che ancora oggi risultano di sorprendente freschezza.

Ad aneddoti e racconti inediti dell’artista sulle sue tante collaborazioni con i grandi della musica italiana e internazionale, si alterneranno le immagini della data di “NERO A METÀ” tenuta il 13 dicembre scorso a Roma. Una serie di concerti che ha visto Pino Daniele salire sul palco delle principali città italiane con uno spettacolo che racchiude tutta la sua storia musicale e l’identità di suono che ha caratterizzato il suo percorso artistico. Insieme a Pino la band composta dai musicisti che parteciparono alle registrazioni dello storico album “NERO A METÀ”: Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano, tastiere ed organo) e Rosario Jermano(percussioni), gli amici Rino Zurzolo (contrabbasso) ed Elisabetta Serio (piano) e con la partecipazione straordinaria di due musicisti che hanno arricchito e stimolato il percorso artistico di Pino: Tullio De Piscopo alla batteria e James Senese al sax.

 

 

di Antonio Galluzzo

Pino Daniele, l’apologia live di “Nero a metà”

 

L’apologia live di “Nero a Metà” non è solo un evento bensì una vera e propria costatazione tangibile di come Pino Daniele rappresenta per il suo popolo – e per la musica italiana – un vero e proprio pioniere e mentore. Sogna ancora di dar vita ad un festival tutto suo, un festival del mediterraneo, ma nel frattempo fa registrare il tutto esaurito in ogni location in cui porta il suo neapolitan sound…quello nato nei vicoli dell’undergroundpartenopeo in compagnia degli amici storici. Ora come prima. “Nero a Metà” è l’album della consacrazione, prodotto da Willy David nel 1980 (etichetta EMI Italiana) e ancora oggi suona bene. Ci ha pensato anche Rolling Stone Italia ad inserirlo al 17° posto tra i 100 migliori dischi italiani di tutti i tempi.

Gioca in casa il mascalzone latino e con lui gli amici di un tempo che si ritrovano sul palco del Palapartenope di Napoli la sera del 16 Dicembre (si replica questa sera) per dar spazio ad unsound che è il marchio di fabbrica di Pino Daniele. Ad attenderlo più di 3000 persone impazienti fino all’ultimo di vedere sul palco i protagonista della colonna sonora della loro vita. Si parte con “A testa in giù”, tono scherzoso ma consapevole dice al pubblico “Abbiamo trovato questo suono per caso e lo abbiamo portato avanti”. Ad accompagnarlo James Senese al sax, Ernesto Vitolo alle tastiere, Rosario Jermano alle percussioni, Rino Zurzolo al contrabbasso, Gigi De Rienzo alla chitarra che accompagna Pino Daniele sulle note di“Alleria”, “I got the Blues” e “Puozze passà nu guaio”, Agostino Marangolo alla batteria, Elisabetta Serio al piano e alle tastiere e la partecipazione di Tullio De Piscopo.

“Voglio di più”, “Musica Musica”, “I say i’ sto’ ccà”, “A me me piace ‘o blues”,“Appocundria”, “E’ so cuntento ‘e stà”, “Sott ‘o sole” quasi tutte in sequenza perché questo è il tour “Nero a Metà” e tutto l’album è intriso di grandi capolavori oramai entrati di diritto nella storia della musica italiana. Nel mezzo ci troviamo “Nà tazzulella ‘e cafè”, “O’ scarrafone”, “Quando” e “Quanno chiove” momento in cui sul palco piomba il giovanissimoRocco Hunt che dice divertito “ma dove stava scritto che a 20 anni mi trovo sul palco insieme a Pino Daniele!?”

E poi ancora “Resta resta cu mmè”, “Je so pazzo” perché Pino Daniele dice “Nun sò bbuono a parlare, so soltanto suonare”. E sul palco arriva l’altro giovanissimo Clementino, che si diverte sulle note di “Yes I Know my Way” prima di cimentarsi in un esilarante duetto con Rocco Hunt sulle note di “E’ sona mò” mescolata con le strofe dei loro successi più conosciuti “Nu juorno buono” e “O’ vient”. Prima dei saluti ufficiali c’è anche tempo per l’intramontabile“Napul è” mentre la gioia e il divertimento traspare dai volti dei protagonisti, degli ospiti e del pubblico partecipante.

Quello che risalta maggiormente all’occhio è che per davvero la musica in ogni suo forma è un collante perfetto per dimenticare, anche solo per un istante, tutti gli affanni. E i musicisti, quelli veri, non smettono mai di divertirsi per questo. Né di divertire.

 

 

di Angelo Moraca

Daniele & Friends, la magia continua: show con Clementino e Rocco Hunt

 

Il mucchio selvaggio del neapolitan power (ri)annoda fili mai spezzati, mette in mostra le radici nobili e i frutti più recenti e succosi. Sono teneri, emozionati, fieri, Clementino e Rocco Hunt mentre aspettano il proprio turno dietro il palco di «zio Pino». Sono giganti James Senese e Tullio De Piscopo, l’uomo chiamato sassofono e l’uomo chiamato tamburo, mentre regalano schegge veraci di America napoletana, di Napoli americana.

È un lazzaro più che mai felice Daniele, che intorno a «Nero a metà», lp-capolavoro del 1980, ha cucito questa nuova avventura che va oltre l’amarcord e non solo perché i rapper newpolitani sparano rime che vestono di nuovo groove e melodie che sono carne viva della città porosa, della nuova Napoli sognata e mai costruita, della grande bellezza verace immersa nella nuttata che non passa mai. Il Palapartenope è gremito, la giornata di pioggia non ha tenuto a casa nessuno, tanto stanotte diluvia with love, altro che schizzicheare. L’uomo in blues guida una doppia superband che nessun altro può permettersi in Italia, anche perché nessun altro è «suonautore» come lui. C’è la formazione originale di quello storico terzo lp (Gigi De Rienzo al basso, Agostino Marangolo alla batteria, Ernesto Vitolo alle tastiere, Rosario Jermano alle percussioni), ma anche Senese e De Piscopo, e poi Rino Zurzolo al contrabbasso, ed Elisabetta Serio alle tastiere.

I cambi di set sono cambi di atmosfera, il momento acustico cucito intorno ad «Appucundria» spezza il fiato, il flamenco sa di tufo con la chitarra ospite di Gianni Guarracino. In fondo, il rito recente di «Tutta n’ata storia» continua così, con musicisti che si ritrovano, con note che si confondono. «A testa in giù» e «I say ’i sto cca’» aprono la serata, quando arriva «A me me piace ’o blues» non ce n’è più per nessuno e più della nostalgia canaglia può il beat dei mascalzoni latini, la solidità contemporaneissima di un repertorio che non mostra una ruga. «Voglio di più», «Quanno chiove» con le strofe melodiche di Rocchino da Salerno, «Nun me scuccià», «Puozze passa nu’ guaje» con il suo ritmo blues-reggae che racconta un’intera epoca sonora sotto forma di esorcismo, «’O scarrafone» rappato da Clemente che Sanremo non va voluto ma non ha bisogno di santi in Paradiso per un flow travolgente che Moreno e Nesli non si potranno mai permettere.

«Je so’ pazzo» cerca masanielli prossimi venturi, sul palco si divertono almeno quanto sotto il palco, e si vede, e si sente ascoltando «Alleria», «’Na tazzulella ’e cafè», «I got the blues», «Quando», «Sotto ’o sole», «Musica musica». Ai microfoni arrivano anche Enzo Gragnaniello e Nello Daniele, alla prima esibizione dopo un’operazione di by-pass. Pino li chiama in campo per dividere «Donna Cuncetta», lamento dell’armonia perduta e anzi mai esistita, elegia del tuppo nero, canzone della consapevolezza che «’o tiempo d’’e cerase è già fernuto». Per ricordare con loro che «chi tene ’o mare, o’ssaje, nun tene niente». Daniele è in forma, si sente a casa e si gode il calore di chi lo segue da sempre come dei fans più giovani.

La voce si scalda brano dopo brano, le sue chitarre – acustiche ed elettriche – anche di più, tra assoli latini, echi di flamenco, citazioni malandrine. I finali corali spesso sono caciaroni, magari anche questo non sfugge alla regola, ma la foto di gruppo e la carica dei neri a metà è un’emozione da ricordare. «Yes I know my way» cantano, rappano e suonano quelli che quel pezzo l’hanno visto nascere e quelli che non erano ancora nati. «Napule è», ricordano, sorridenti ma pensosi, mentre a «voce d’’e criature saglie chiano chiano e tu saje che non si sulo», nonostante la città irriconoscibile che ti circonda. «E sona mo’, sona mo’, sona mo’», allora, che non ci sono parole per dire la Partenope perduta eppure ritrovata in un pugno di note a cui si aggiungono, nel tripudio generale, quelle di «’O viento» e di «Nu juorno buono». E stasera si replica.

 

 

di Federico Vacalebre

Pino Daniele, concerto a Roma 2014 di "Nero a metà" tour: la Neapolitan Power torna a vivere

 

I Grandi non hanno bisogno di presentazioni.
I Grandi non hanno bisogno di fare rumore, di praticare arti circensi sul palco durante un concerto per attirare l’attenzione.
Basta che i Grandi accennino un solo passo sul palco e la festa è pronta a cominciare.

Questo è quello che succede a Pino Daniele quando varca la soglia del proscenio e ringrazia per applausi, urla e sorrisi.
Ieri sera al Palalottomatica di Roma, il cantautore napoletano ha riportato i suoi fan indietro di trent’anni proponendo i brani della sua carriera degli anni ’80.

Stessa formazione del tempo (James Senese al sax, Agostino Marangolo alla batteria, Gigi De Rienzo al basso, Rosario Jermano alle percussioni, Ernesto Vitolo al piano. Ospiti speciali Tullio De Piscopo alla batteria, Rino Zurzolo al contrabbasso, Tony Esposito alle percussioni. Elisabetta Serio ha domato le tastiere e il piano), stesso sound e stessa consapevolezza di donare musica buona come sempre.
“Nero a metà” è il tour nostalgico – ma non in senso negativo – di Daniele che, a quasi 60 anni, rimane un’icona della musica italiana. Ne hanno avuta la certezza i fan che lo hanno accolto a braccia aperte, dai giovani ai diversamente giovani.

Quello che abbiamo ascoltato ieri sera non sono state solo le parole di un poeta (anche se dir questo non è poco), ma musica, quella che fanno i veri Musicisti che conoscono come le loro tasche metrica, ritmo, attacchi e stacchi. Basta un battito di bacchette, un riff di chitarra, un soffio accennato al sax che i brividi non stentano affatto ad arrivare.

“Nero a metà” è la storia del blues napoletano, la vivace essenza del rock, la melodia acustica, il funky perseverante, una commistione di generi che in Pino Daniele convivono come anime gemelle fatte l’uno per l’altra.
“Quanno chiove”, “O’ scarrafone”, “ Na tazzulella e cafè”, sino a “Napule è”, “Resta cù mmè”, “Io per lei”, “Nun me scuccià”, “A me me piace o blues”, “Je so pazz”, ogni canzone è un’emozione. “Nero a metà” resta uno di quei concerti che bisogna vedere almeno una volta nella vita per ricordarsi cos’è la musica, cos’è l’arte. Ed ogni tanto non fa male.

Come ama ribadire “non so buon” a parlare, Daniele parla con la musica, ha un rispetto ancestrale dei ruoli che la spocchia di certi musicisti di oggi hanno scordato.

Tony Esposito, Tullio De Piscopo, James Senese, poi, sono animali da palcoscenico e in questi casi l’età non conta, il talento rimane fulgidamente attaccato alla pelle di cotanti artisti come un veleno che nemmeno l’antidoto più potente riesce a debellare via.

 

 

di Antonella Dilorenzo

Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese mix esplosivo e scoppia la festa della musica

 

© Egidio Magnani

Sono passati 34 anni, dall’uscita del suo album ‘Nero a metà’ ma le sue canzoni ci appaiano evergreen perché la sua musica e i suoi testi sono ancora oggi attuali.

Stiamo parlando di Pino Daniele che dopo il concerto evento all’arena di Verona, è salito sul palco al Pala Florio di Bari, portando con sé la sua musica. Un concerto dove si traspira e si mescolano con armonia canti e usanze popolari napoletani, ma anche il sound mediterraneo, che si sposa e spazia con equilibrio tra i generi musicali del rock, del blues del funky e del jazz.

Propendetemene l’anima nera del cantautore napoletano emerge in questo concerto che ha preferito dare un’impronta più jazzistica ai suoi brani.

E’ proprio Pino Daniele prima di iniziare il concerto spiega che questo percorso per lui non è altro che un viaggio con un gruppo di amici iniziato tanti anni fa. Musicisti che per il loro piacere hanno sperimentato nuovi suoni e canzoni e che oggi vogliono condividerli e riviverli anche a noi.

Quindi con la sua immancabile chitarra inizia a intonare “A testa in giù” per poi “I say ‘i sto ccà” “ a me me piace ‘o blues”, “voglio di più”, brani del suo terzo album d’esordio ‘Nero a metà’ album che descrive la sua maturazione artistica e affermazione in campo nazionale.

Ad accompagnarlo sul palco una band di tutto rispetto, molti dei quali i suoi amici/musicisti/viaggiatori da Gigi De Rienzo al basso, Ernesto Vitolo alle tastiere e rhodes, Agostino Marangolo alla batteria, Rosario Jermano alle percussioni. Al piano Elisabetta Serio.

L’acoustic music è stata affidata a Rino Zurzolo al contrabasso per avvicendarsi con altri due amici da Tullio De Piscopo che con le sue bacchette è riuscito a far scuotere il Pala Florio come la musica appassionata del suono del sax di James Senese.

Fa l’ingresso sul palco la salentina Alessandra Amoroso che insieme a Pino in unplugged cantano “Quando” e “Vento di passione”.

E’ un crescendo il concerto di Pino Daniele dove gli spettatori gridavano i brani che volevano ascoltare e che non sono stati disattesi.

Infatti non poteva mancare “na tazzulella ‘e caffè”, “I got the blues”, “Je so pazzo”, “Che Dio ti benedica”, “e so cuntento’e sta”, “quanno chiove”, “nun me scuccia”, “o scaraffone”, “Yes I kown my way”, per terminare con “Napule è”.

27 brani che ci parlano di Napoli e delle sue incoerenze, ma che ci parlano dell’amore di Pino Daniele per la sua città e per la sua musica senza tempo.

 

 

di Anna deMarzo

Pino Daniele dopo 34 anni è ancora Nero a Metà

 
Il concerto barese di Pino Daniele ha regalato due ore di vera musica. Di vera classe e genio artistico. Una dote rarissima in un mondo musicale dominato da giovani cantanti promossi dai talent show che poco donano alla musica vera. Il 34esimo anniversario di Nero a Metà non poteva essere festeggiato che con i suoi grandi protagonisti.

 

Pino Daniele, l’album Nero a Metà. Uno degli artisti più geniali della musica italiana con un album che è una pietra miliare della musica internazionale sul palco del Palaflorio di Bari. Cosa si può dire su un artista che di cui si è già detto tutto? Di un artista che ha suonato con gente del calibro di Pat Metheny, Chick Corea, Eric Clapton, Bob Berg, Yellow Jacket, Vinnie Colaiuta e chi più ne ha più ne metta? Solo un aggettivo per lui: immenso. Sicuramente la nostalgia della composizione di un album di così rara bellezza è una componente di non poco conto. Ma come si fa a non amare un album che, tutt’ora geniale, è un mix tra blues, jazz, soul e melodico napolitano? Aggiungiamoci una band composta da Gigi De Rienzo e Rino Zurzolo al basso e contrabbasso, Agostino Marangolo e Tullio De Piscopo alla batteria, Ernesto Vitolo ed Elisabetta Serio alle tastiere, Rosario Jermano alle percussioni e James Senese al sax e la magia è completa.

Pino Daniele, nella serata barese, non ha semplicemente suonato. Ha incredibilmente dipinto la musica. Ha vestito la musica del suo abito più bello. Suonando ha detto: “La musica italiana è viva e non si trova certo nei talent show!” E come dargli torto! La serata passa da Appocundria a Vento di Passione, da Yes I Know My Way a Voglio di Più, da Alleria a Nun me Scuccià, con un’agevolezza senza tempo. Non sono note quelle che escono dalle casse del palco. Sono veri e propri brividi di piacere. Potrebbe essere facile tacciare questa recensione di esasperazione delle definizioni. Ma farlo significherebbe non comprendere fino in fondo la rivoluzione musicale che l’artista partenopeo ha portato in Italia dalla fine degli anni ’70. Pino Daniele ha preso il difficile sound del jazz e del nostalgico blues, il ballabile groove del funk e l’ha legato alla musica popolare napoletana. Dire che Pino Daniele non sia un genio assoluto significherebbe negare anche il solo titolo dell’album che festeggia i 34 anni di vita. Nero a Metà è, infatti, un chiaro richiamo al padre del Neapolitan Power: Mario Musella.

Il concerto barese è stato tutto questo turbinio di emozioni conclusesi con il bis di Napul’è (non poteva essere altrimenti) e con la ripresa di A me me piace o blues e l’improvvisazione di tutti gli artisti presenti. Luci accese a giorno, spettatori in piedi, sorriso stampato sul volto di Pino e un grande, ideale, abbraccio che la super band partenopea ha regalato al pubblico barese. Un pubblico in visibilio che, almeno per due ore, si è trovato in un mondo fuori dal tempo fatto di classe, arte, genio, amore e…magia.

 

di Andrea Dammacco

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