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PREMIO NAZIONALE DELLE ARTI: proclamati i vincitori delle sezioni JAZZ e POP ROCK, dedicate per la prima volta a PINO DANIELE

PROCLAMATI I VINCITORI DELLE SEZIONI JAZZ E POP ROCK

DEDICATE PER LA PRIMA VOLTA A PINO DANIELE

 

 

Sono stati proclamati i vincitori del concorso per le sezioni JAZZ e POP ROCK della dodicesima edizione del “PREMIO NAZIONALE DELLE ARTI”, quest’anno dedicate al musicista PINO DANIELE. Il concorso è promosso, ogni anno, dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca “Direzione Generale per lo studente, lo sviluppo e l’internazionalizzazione della formazione superiore”.

Lo scorso 17 giugno, presso la prestigiosa Sala Verdi della sede del Conservatorio di Musica “Giuseppe Verdi” di MILANO, è stato proclamato il vincitore della categoria JAZZ. Ad aggiudicarsi il primo premio è stato il duo proveniente dal Conservatorio di Pescara formato da EMANUELA DI BENEDETTO (voce) e GIULIO GENTILE (piano), che hanno conquistato tutta la giuria. Molto particolare e suggestiva è stata la loro versione del brano di Pino Daniele “Tempo Di Cambiare“. Ai due giovani è stata assegnata la Borsa di Studio messa a disposizione dal PINO DANIELE TRUST ONLUS, in collaborazione con SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori.

Inoltre, sono stati assegnati premi speciali come “MIGLIOR CHITARRISTA” a SARTORI DAVIDE del Conservatorio di Milano, “MIGLIOR BASSISTA” a KIRILOVA VICTORIA del Conservatorio di Milano, “MIGLIOR SOLISTA” a PARISSI MATTIA (piano) del Conservatorio dell’Aquila. MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA come “MIGLIOR TROMBETTISTA” a GIUSTINI FRANCESCO del Conservatorio di Rovigo.

A presentare la serata è stato Nick The Nightfly di RADIO MONTE CARLO, radio partner della finale Jazz.

Lo scorso sabato, 24 giugno, invece, si è tenuta la finale per la sezione POP ROCK presso la suggestiva cornice del Teatro Romano di BENEVENTO. Vincitore assoluto è il gruppo proveniente dal Conservatorio di TRENTO, con il brano originale “La Tua Storia“, formato da DIONISI ANDREA (batteria), ABATTI MATTEO (voce e chitarra), VALLE MATTEO (basso) e CASTELLINI MANUEL (chitarra elettrica). La Band si è aggiudicata anche la borsa di studio offerta dal PINO DANIELE TRUST ONLUS, in collaborazione con SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori.

Inoltre, sono stati assegnati premi speciali come “MIGLIOR CHITARRISTA” a MATTEO TROIANO del Conservatorio di Pescara, “MIGLIOR BASSISTA” a EUGENIO FIORILLO del Conservatorio di Benevento, “MIGLIOR PERFORMER VOCALE” a MARTA ASCARI del Conservatorio di Rovigo.

A presentare la serata è stata Ida Di Martino di RADIO KISS KISS Italia, partner della finale Pop Rock promossa dal Conservatorio di Musica “Nicola Sala” di Benevento.

«La disciplina nello studio della musica è stata per Pino una costante – dichiara Alessandro Daniele, Presidente del PINO DANIELE TRUST ONLUS – oggi attraverso il Pino Daniele Trust Onlus, e grazie alla collaborazione e alla sensibilità del MIUR/AFAM, è possibile trasferire alle nuove generazioni quei valori e quelle peculiarità di Pino che attraverso la propria identità culturale ne ha fatto lo snodo di un processo aperto al cambiamento, un esempio di ricerca e contaminazione che tradotto in musica ha rappresentato per i musicisti una rivoluzione epocale. Il settore musicale del Premio Nazionale delle Arti nel segno di Pino rappresenta una moneta di scambio di libera circolazione. Tenere viva la sua opera aiuterà le nuove generazioni a recuperare quel senso di bellezza e di rispetto per tutti i popoli del mondo».

Il sostegno, le borse di studio istituite per i vincitori delle due sezioni e l’impegno dedicato a questa iniziativa sono un’ulteriore conferma dell’attenzione del PINO DANIELE TRUST ONLUS nei confronti dei giovani talenti.

Il PINO DANIELE TRUST ONLUS è l’Ente no profit per le iniziative culturali e musicali in nome di Pino Daniele: la missione è quella di valorizzare il grande patrimonio artistico e umano che ha lasciato, promuovendo iniziative di interesse culturale in ambito musicale, lo studio della musica e della sua contaminazione nelle culture del pianeta.

 

 

www.pinodanieletrustonlus.org

Milano, 26 giugno 2017

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Il chitarrista Pino Daniele

articolo tratto dal blog di Carlo Pasceri del 16/02/2014

 

Daniele si pone su quel piano d’intervento musicale che va al di là della semplice addizione della parte melodica solistica-improvvisativa come fosse una specie di adesivo che si applica alla superficie

 

Pino Daniele è uno dei chitarristi italiani più bravi in assoluto (ma pochi se ne sono accorti). Senza andare ad analizzare il suo pur ottimo lavoro di accompagnamento, in un quadro di riferimento dei chitarristi più evoluti, anche turnisti professionisti, i suoi interventi solistici sono su un piano diverso e superiore.

Daniele è sempre stato a suo agio nel tracciare improvvisazioni o comunque archi melodici solistici nell’uso delle varie “declinazioni” dello strumento chitarra: classica, elettrica (sia “pulita” sia “sporca”) e sinth. Mai pretestuoso e sempre opportuno, il flusso delle sue idee è stato spesso originale senza essere bizzarro, anzi…
Nel realizzare assoli ci sono aspetti comuni a tutti i grandi solisti e che appunto li differenziano e li elevano rispetto ad altri musicisti: per meglio comprendere l’operato di Daniele, seppur brevemente, li andremo ad analizzare.
Innanzitutto l’originalità del flusso è data dalla non adozione di quelle efficaci formulette idiomatiche e locuzioni fraseologiche melodiche consumatissime dall’uso e dall’abuso storico (lick e pattern): così almeno Daniele si è allontanato dalla banalità e si è dovuto sforzare, riuscendoci, di manifestare idee musicali più fantasiose, accumulate e ordinate con più emancipazione.

Non ci sono nemmeno gli andirivieni per le scale musicali come si eseguono appunto quando ci si addestra, e poche reiterazioni di porzioni di scale dislocate ad hoc per modellare sorte di frasi, ma una libera e creativa associazione di note che attiene anche ad assegnazioni di durate sincopate pertanto poco lineari e simmetriche (ritmica). Infatti la scansione metronomica, perlomeno nei suoi accenti predominanti convenzionali (forte/debole), non è “vissuta” da Daniele come costringente il flusso fraseologico e le note non sono pronunciate a grappoli come multipli pari della scansione principale: se la scansione è quarti a 100 bpm la maggior parte delle note non sono ottavi a 200 bpm, sedicesimi a 400  bpm ecc., pertanto di durata come prestabilita e quindi con uniforme e prevedibile “ritmica”.
Anche quando deve iniziare e finire le frasi (oltre che nel fraseggio intermedio), Daniele non si preoccupa di stare necessariamente sui e nei tempi convenzionalmente assegnati, questo gli permette un pensiero musicale che travalica le cesure delle battute; almeno per un po’ (Es. Keep On Movin, Annaré).
Tutto questo insieme con un’articolazione tecnica (il controllo esecutivo delle quattro fasi d’inviluppo sonico: attacco, decadimento, sostegno e rilascio) di livello superiore, poiché le scelte predominanti di controllo di emissione sonica sullo strumento (pronuncia) sono anch’esse prive di schematicità limitanti: sia quello dato dalla mano destra dinamico e timbrico (curve d’intensità di volume sonoro, accenti, staccati e gli armonici) sia quello dato dalla mano sinistra che è determinato sulla chitarra con bending, legati, hammer on – pull off, glissati, vibrati, ecc. (Es. Ue Man, Puozze Passà Nu Guaio, Io Vivo Fra Le Nuvole).

Nella musica del chitarrista napoletano gli episodi non prevalgono sulla trama: le canzoni non sono pretesti per assoli, anzi, spesso l’effetto di un suo ottimo assolo è per causa di un’ottima canzone che è, di fatto, pure interpretata e sviluppata proprio mediante quell’assolo. Daniele si pone, infatti, su quel piano d’intervento musicale che va al di là della semplice addizione della parte melodica solistica-improvvisativa come fosse una specie di adesivo che si applica alla superficie: a un ascolto attento degli assoli si distingue essendo più capace di altri di calibrare un creativo flusso d’idee coerenti con il brano stesso però senza usare quella astuta strategia che prevede di riprendere la melodia principale del pezzo e variarla un po’.
Lui esalta la continuità incoraggiando la progressiva conoscenza della sua espressione musicale, con un moto dinamico e rutilante della trasformazione stessa nella successione temporale degli eventi musicali con mutazioni minime ma incessanti: l’assolo in questo quadro è il massimo grado di mutazione, ma nella cornice della rappresentazione stessa di un intreccio di costanza narrativa, senza forti irruzioni né espressive né di contenuti.
Daniele, facendoci accettare quel continuum narrativo, non permette facilmente l’emersione della sua peculiarità qualitativa nel ruolo di chitarrista solista: questo è perciò il suo pregio/difetto.

Insomma a differenza di alcuni grandi solisti, che dal contesto emergono quasi prepotentemente, lui concretizza idee musicali che si sviluppano in una maniera particolarmente scorrevole producendo ulteriori micro melodie derivate direttamente dal linguaggio del brano stesso, pertanto sagoma interventi che sembrano la continuazione del discorso in atto e che s’innestano nei brani in modo naturale. In questo modo egli realizza assoli ineluttabili, quasi “dovuti”, che, proprio per questo, possono sembrare un po’ scontati… (Es. Appocundria, Voglio di più, Viento e Terra, Sono un cantante di Blues.).
Tuttavia è evidente che ciò che Daniele ha voluto modellare e produrre è appunto questa compattezza dialettica ed espressiva: la massa del tutto e non il particolare elemento.
Talvolta il materiale scalare scelto dal musicista napoletano, già poco dopo l’inizio carriera, perciò nei primi anni ’80, non era quello del comune chitarrista di rock e dintorni, e quindi il più esteso lessico base optato gli ha offerto ulteriori condizioni di sviluppo del linguaggio musicale (Es. Tarumbò pt1 e pt2, Mo’ Basta in Sciò live ’84, Soleado).
P.S. Segnalo inoltre tre brani contenuti in dischi di altri nei quali Pino Daniele ha suonato, realizzando dei notevolissimi assoli: Stand Up e Things Must Change (Richie Havens “Common Ground”), Se Guardi Su (Claudio Baglioni “Q.P.G.A.”).

 

 

articolo tratto dal blog di Carlo Pasceri

«Siamo orgogliosi di avergli fornito la chitarra Paradis»

 

(06 gennaio 2015)

 

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente ricorda Pino Daniele come un professionista puntuale e preciso, esigente al punto giusto e senza alcuna velleità da star. Tanto garbato e rispettoso del lavoro altrui (si ricordava anche dopo anni delle persone con cui aveva lavorato), quanto riservato nella vita privata. Nei tour si è avvalso spesso di contributi veronesi. Il responsabile di Musical Box, Giambattista Zerpelloni, l’ha seguito per 25 anni nel soundcheck e gli ha fornito chitarre che ne hanno caratterizzato il percorso musicale: «La musica era tutto per lui», racconta. «Ha sempre continuato a studiare e di recente si era dedicato alla chitarra flamenco. Sono orgoglioso di avergli fornito la chitarra Paradis, che viene conosciuta come la chitarra di Pino Daniele, la Framework e la nostra Slidesender». Sulla tecnica slide di Pino Daniele esistono corsi e tutorial su YouTube. Quello che forse non esiste è un corso su come avere la stessa passione e attenzione per lo strumento.

Pino e Giambattista Zerpelloni

Davide Bonato lo ha seguito come tecnico del suono in diversi concerti: «Provava ogni qual volta che si trovava con una chitarra in mano», ricorda, «in camerino come nel back stage, ed esigeva che le sue chitarre fossero trattate con la massima attenzione». Questo l’artista. Ma l’uomo? «Quando lo incontrai per la prima volta mi sembrò di aver fatto 13», dice Zerpelloni. «Ho partecipato al suo matrimonio e l’ho sentito l’ultima volta qualche giorno fa per gli auguri. La nostra amicizia era basata sulla schiettezza. Fin da subito abbiamo messo le cose in chiaro. Negli anni ci sono stati alti e bassi e il nostro rapporto è resistito grazie alla stima reciproca e alla correttezza da ambo le parti. Ne abbiamo parlato proprio lo scorso dicembre, quando è stato qui e gli ho ricordato di essere la persona con cui ha avuto la relazione professionale più lunga dopo il figlio Alessandro».

di Dunya Carcasole

“Alla soglia dei sessant’anni ricomincio da capo. E sempre da Napoli”

   (Settimanale N.48 del 22 novembre 2014)

 

Vi ricordate Nero a metà? Era il 1980 e con quel disco Pino Daniele divenne famoso. Oggi lo ripubblica e parte per un tour con la vecchia band. In attesa di festeggiare. In cucina

Uno arriva a 60 anni e deve decidere. O scopre una nuova vita col burraco e il modellismo o riscopre se stesso. Pino Daniele ha scelto la seconda strada. Ha da poco ripubblicato Nero a metà, il suo album del 1980 in cui trovò una sintesi perfetta fra la tradizione napoletana, l’America del jazz e del blues e la canzone italiana. E dopo la serata speciale del 1° settembre all’Arena di Verona, dedica a quell’album altri sei concerti. il 6 dicembre a Conegliano il debutto: un set acustico in apertura (con Rino Zurzolo, Elisabetta Serio e la presenza di Tullio De Piscopo) e poi sul palco assieme alla band dell’epoca (James Senese, Gigi De Rienzo, Agostino Marangolo, Ernesto Vitolo, Rosario Jermano) che a Verona ha dimostrato di aver attraversato gli anni senza perdere smalto.

 

L’effetto nostalgia è dietro l’angolo.

Non ci interessava riproporre, come ho visto fare ad altri, gli show del passato, magari con la stessa scenografa e gli stessi costumi. la nostalgia è un sentimento che guarda solo al passato mentre in questi concerti c’è tutta la mia storia musicale.

Lo scopo del progetto è un altro?

Le nuove tecnologie offrono a chiunque i mezzi per fare un disco, ma il rischio è che alla fine tutto suoni allo stesso modo. la differenza fra una canzone e un’altra non può essere limitata alla voce di chi la interpreta. Allora siamo andati alla ricerca della nostra identità di suono. Una cosa che tutti in passato, da De André a Battiato, hanno avuto.

E dove l’ha trovata?

A Napoli: il nostro era un modo nuovo di fare la canzone napoletana. Anche se non ci vivo più da tempo mi sento ancora parte della città. Ne sento ancora i problemi.E artisticamente sto tornando lì: ho già scritto 2-3 canzoni in napoletano e chissà che il prossimo disco non sia tutto così…

Sessanta candeline in arrivo e capelli bianchi(ma il pizzetto è nerissimo)…

Cerco di non pensarci. A 30 anni se vedevo uno di 60 mi dicevo: “Ma guarda quel vecchio…”. Adesso vedo i Rolling Stones e il mio amico Clapton ancora in forma più o meno a 70 anni e mi sento molto meglio.

Potrebbe essere l’occasione per un Pino Daniele and friends…

Non so ancora come festeggerò, ma non farò eventi particolari. Vorrei fare qualcosa a casa con la mia famiglia e cucinare per loro.

Gli chef sono le nuove rockstar: sta per caso facendo il salto del fosso?

Nooo. Però in tv mi diverte quel cattivissimo di Cannavacciuolo (ride).

Passiamo ai suoi gusti.

Amo il sushi, ma quando passo ai fornelli sono per la cucina semplice: paccheri con il sugo pomodoro, mozzarella e basilico. Un classico. E poi, senza esagerare, un buon calice di vino che non riesco proprio a eliminare.

Un’altra cosa che non può mancare dalla sua vita è la chitarra.

Ne ha sempre avuta una in braccio. Avrò cominciato a 13-14 anni con chitarra e metodo Eko. Da subito divenne il tramite per comunicare le mie emozioni. Non mi affeziono alle chitarre, ne ho comprate e vendute molte, ma ce n’è una, una classica, che conservo da 40 anni. Più in generale mi piace tenere gli strumenti musicali in giro per casa, toccarli, prenderli in mano, suonarli.

L’amore è il tema ricorrente delle sue canzoni.

Non è mai cambiato il modo di pormi nei confronti di quel sentimento. È qualcosa che sento, che è parte di me. Scrivere d’amore è diffcile, e il momento che attraversi ti influenza, ma nei testi ho sempre cercato un linguaggio universale, simile alla poesia.

A ogni appuntamento del Nero a metà Tour ci sarà un ospite diverso?

Sì. Di sicuro ci saranno anche dei rapper. In carriera ho collaborato con J-Ax e Clementino, adesso mi piace molto Fedez. Sono i nuovi poeti. La forza del rap però non è solo nei testi, c’è anche il ritmo da tenere in considerazione.

Nelle rime dell’hip hop c’è la fotografa dell’Italia di oggi, con i suoi tanti vizi e le poche virtù. Si riconosce in questo Paese?

Più che riconoscermi ci vivo (e parte un sorriso). E vedo che i tempi della giustizia sono lunghissimi, che la burocrazia è allucinante e quando va in coppia con l’incompetenza mi fa paura. Se poi ci aggiungiamo un pizzico incoscienza siamo al disastro.  •

 

di Andrea Laffranchi

Pino Daniele si racconta a Sorrisi alla vigilia del suo concerto-evento all’Arena di Verona

   28 agosto 2014

Ha suonato con i più grandi: da Pat Metheny a Chick Corea. Da Gato Barbieri a Eric Clapton. E poi Richie Havens, Noa, Simple Minds, Gino Vannelli. Oltre al gotha della musica italiana, naturalmente. Eppure Pino Daniele, 60 anni il prossimo 19 marzo, non nasconde un pizzico d’emozione per il prossimo evento: il concerto-celebrazione sulle note dello storico album «Nero a metà», pubblicato nel 1980 e da poco ristampato in una versione rimasterizzata zeppa di chicche e rarità.

Con lui sul palco dell’Arena di Verona, il primo settembre, ci saranno anche tanti amici: Mario Biondi, Elisa, Emma, Fiorella Mannoia, Massimo Ranieri e un’orchestra di 50 elementi diretta da Gianluca Podio. «È vero, salire su quel palco sarà un’emozione particolare», conferma Pino. «Perché l’Arena è stato il primo palcoscenico importante che ho calcato. Fu grazie a Vittorio Salvetti, che mi invitò al Festivalbar. A quei tempi era una manifestazione importantissima».

 

E lei presentò un pezzo scandaloso per l’epoca, «Je so’ pazzo», che si concludeva con una parolaccia. Il brano non passava in Rai e molte radio lo sfumavano prima del finale.

«Oggi con quello che si sente in tv farebbe ridere. Eppure è così. Però quella frase non era gratuita e neppure volgare, c’era una certa ironia napoletana in quell’invito a non “scassarmi”».

Perché ripartire da «Nero a metà»?

«Ogni tanto è bello guardare indietro. Quell’album ha segnato la mia carriera (ancora oggi è considerato tra i 100 dischi italiani più belli di sempre, ndr) ed è bellissimo potersi ritrovare con la band dell’epoca: James Senese, Ernesto Vitolo, Gigi De Rienzo, Agostino Marangolo, Rosario Jermano e Tony Cercola».

Tra i suoi meriti c’è anche quello di avere imposto il dialetto napoletano nel pop. Allora, il più importate cantautore napoletano, Edoardo Bennato, cantava in italiano. Nessuno fece resistenze?

«No, fu un passaggio naturale. Io mi esprimevo nella mia lingua, non avrei potuto fare un disco tutto in italiano».

C’è qualche aneddoto legato alla realizzazione di quel disco?

«Più che un fatto particolare ricordo l’atmosfera. Lo incidemmo allo Stone Castel Studio di Carimate, sul lago di Como. Un posto fantastico! Al tempo era all’avanguardia, davvero il massimo. In quel castello ci si poteva immergere totalmente nel lavoro senza interferenze e ci incontravi tutti: De André, Vasco Rossi, Lucio Dalla, Venditti. Si facevano grandi chiacchierate in riva al lago ed era bellissimo perché all’epoca non era tanto frequente per gli artisti italiani incontrarsi. Nessuno collaborava con nessuno. Ci sono tornato di recente, gli studi non esistono più. Ci hanno fatto un albergo».

A proposito di collaborazioni. Anche in questo lei è stato un pioniere, nonché il primo italiano a incidere con grandi artisti stranieri.

«Sì, e anche questo accadde molto naturalmente. Io non sono uno a cui piace tanto apparire e allora non c’era tutto questo marketing che c’è oggi, il business non aveva ancora preso il sopravvento. Credo che certe collaborazioni non siano possibili se non s’instaura un feeling tra gli artisti, se non c’è un reale rispetto reciproco».

Immagino che anche per lei molti di quei nomi, prima che colleghi, fossero dei miti. Ce n’è uno che l’ha impressionata in particolare?

«Non si diventa così grandi per caso. Tutti avevano grande personalità, ma se devo fare un solo nome dico Eric Clapton. Abbiamo suonato insieme a Cava de’ Tirreni davanti a 16.000 spettatori e io ho cantato in italiano una strofa di “Wonderful Tonight”».

Non a caso Clapton è un chitarrista, come lei…

«Che ci posso fare? La chitarra è una malattia. Io in tanti anni non ho ancora capito se preferisco quella acustica o quell’elettrica».

Ma si sente più un musicista o più un cantautore?

«Io mi sento un ricercatore. La musica è ricerca continua e io non ho mai smesso di coltivare la mia».

Ha scritto tante colonne sonore. Non le è mai venuto in mente di tentare la regia, come i suoi colleghi Ligabue e Battiato o addirittura di fare l’attore come Guccini?

«No, per carità, si fa già fatica a far bene una cosa! Io le colonne sonore le ho sempre fatte per amicizia, come per Massimo Troisi, ma mai su commissione. Non ne sarei capace».

Esiste ancora il «Neapolitan Power», cioè l’energia napoletana?

«Eccome no! Clementino, Rocco Hunt, Ntò, il nipote di Enzo Avitabile, che ha scritto la canzone di “Gomorra”. Solo che oggi, invece di cantare, come facevamo noi, rappano».

 

 

di Redazione Sorrisi

Diamante, più di duemila persone al concerto di Pino Daniele

logo-cn24  16 agosto 2014

 

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Serata indimenticabile per le oltre duemila persone che hanno gremito il Teatro dei Ruderi di Cirella a Diamante per assistere ad uno dei pochi concerti del “Tour Acustico 2014” di Pino Daniele.

Notte di Ferragosto da incorniciare per “Fatti di Musica Radio Juke Box 2014”, la ventottesima edizione della rassegna del miglior live d’autore ideata e diretta da Ruggero Pegna, che ha presentato uno dei live più emozionanti di Pino Daniele, tornato all’essenzialità delle sue melodie insieme ad una band di splendidi musicisti: Rino Zurzolo, contrabbasso, Daniele Bonaviri, chitarra classica, Elisabetta Serio, pianoforte, Alfredo Golino, percussioni.

Il Pino Daniele visto e sentito a Diamante ha incantato i suoi fan grazie ad un live intimo, accattivante e coinvolgente, che ha restituito intatte le vibrazioni della sua voce e i suoni delle corde della sua chitarra. Insieme all’affiatata band, ha illuminato il cielo del Ferragosto calabrese con le sue uniche e inimitabili melodie latin blues e il carisma di sempre, capaci di trasportare gli spettatori in uno straordinario viaggio di suoni, sensazioni e immagini, quelle create dagli splendidi acquarelli delle sue canzoni.

pino-daniele-diamante-2Questa di Diamante è stata l’unica data in Calabria del suo tour. Salito sul palcoscenico alle 21.45, con quindici minuti di ritardo per consentire a tutti di prendere posto nello splendido teatro diamantese, incastonato sul suggestivo promontorio dell’antica Cirella, in poco meno di due ore di concerto ha eseguito molte delle perle della sua eccezionale discografia, in pratica tutti i suoi grandi classici messi assieme in quarant’anni di carriera: dalle strepitose versioni di “Quando”, “Napule è”, “Quanno chiove”, cantate con tutto il pubblico, alle impareggiabili “Resta, resta cu’ mmè” e “Yes I know my way”, con cui si è congedato tra gli applausi scroscianti di un teatro consapevole di aver vissuto una notte magica. Sugli spalti ad ascoltarlo, anche il giovane rapper Clementino, che non ha voluto perdere il concerto del “Maestro” e la brava cantautrice calabrese Rosa Martirano. Al termine, è stato unanime il coro di consensi e superlativi di un pubblico letteralmente stregato.

“Un grande concerto – ha commentato al termine Ruggero Pegna, organizzatore di “Fatti di Musica” – un live speciale ricco di poesia, come solo artisti unici, vero patrimonio della canzone d’autore ma anche di tutta la cultura italiana, possono offrire. A mio parere, è stato uno dei concerti più belli di Pino Daniele e, certamente, di tutta la mia rassegna! Ho organizzato per la prima volta un suo concerto nel 1989, in una delle prime edizioni, poi diverse altre volte, anche negli stadi di Cosenza e Catanzaro, e ritrovarlo con un live così bello e intenso è stata ancora una volta una grande emozione!”.

“Fatti di Musica 2014”, che ha presentato i live di Stomp, Cristiano De Andrè, Micaela, Loredana Bertè, Rocco Hunt, Afterhours, Giuliano Gabriele e Taranta Madre, Parto delle Nuvole Pesanti, Caparezza(Premio Miglior Live d’Autore dell’anno) e Pino Daniele, è realizzata con il partenariato dell’Assessorato alla Cultura della Regione Calabria, della Comunità Europea e della Camera di Commercio di Catanzaro.

 

di Redazione CN24TV.it

Pino Daniele: videoreportage dal nuovo tour del cantante napoletano

 

“Forza Pino, cacciacci ‘sto blues!”, l’esclamazione colorita e piena di entusiasmo di uno spettatore restituisce il senso della serata: una platea stracolma che lascia partire “applausi a scena aperta” sin dal primo brano (Terra mia), tributando il giusto onore ad uno dei grandi interpreti del blues partenopeo, Pino Daniele.

Presso la cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma l’artista si è esibito nello spettacolo “Sinfonico a metà” (tutte le date del tour qui:https://pinodaniele.wordpress.com/tour/), ovvero 50 elementi della Roma Sinfonietta diretta da Gianluca Podio hanno accompagnato il bluesman in un percorso da brivido attraverso quasi 40 anni di repertorio. Immancabili al suo fianco i membri della band che lo seguono durante i tour: Rino Zurzolo (contrabbasso), Daniele Bonaviri (chitarra classica), Elisabetta Serio (pianoforte) e Alfredo Golino (batteria).
L’affetto del pubblico per Daniele è palpabile e quando dal palco partono le note dei classici che hanno contribuito a dipingere il bellissimo affresco della Napoli degli anni ‘80/’90, tutti cantano in coro ipnotizzati da questa figura semplice eppure imponente che canta il blues del Mediterraneo con la stessa intensità e lo stesso sottile dolore negli occhi dei grandi vecchi del blues americano del Delta del Mississippi (Quando, Napule è, Quanno chiove, Resta resta cu mme).

In fondo generi musicali antichi e popolari come il folk e il blues – nonostante le dovute differenze – si sviluppano in tutto il mondo occidentale attraverso gli stessi temi e le stesse movenze ritmiche: nostalgia di casa, sopraffazione, orgoglio e rinuncia, un lamento amaro antico come l’uomo (esemplari in tal senso i versi di una sua celebre canzone: “Napule è na carta sporca/ E nisciuno se ne mporta/ E ognuno aspetta a sciorta”).

Chissà cosa penserà (e proverà) Pino Daniele vendendo la “sua” città soffocata dall’immondizia, sepolta sotto i calcinacci di splendidi palazzi antichi, arsa dai fuochi ignoranti che uccidono il progresso, mentre nell’aria serpeggia più la rassegnazione che un sentimento di rivalsa.

Forse una canzone non la salverà, ma di sicuro ci ricorda quanto sia stata, e possa essere, grande.

 

Video

(Per vedere il videoreportage, vai all’articolo originale)

 

di Barbara Tomasino e Sergio Proto

Pino Daniele a Ravello, il sogno divenuto realtà

 

Fin dall’esordio, attraverso le note di una straordinaria versione acustica di“Toledo”, ho percepito che quello di ieri sarebbe stato un concerto da conservare nello scrigno della memoria come uno tra i ricordi più belli.

Chi mi conosce sa perfettamente che Pino Daniele e la sua musica hanno fatto da imprescindibile sfondo alla mia intera esistenza. Sono stato ispirato dal suo incomparabile estro artistico fin da piccolo, riconoscendo in esso uno spettro complesso di temi e di sensazioni che nel tempo mi sono cucito addosso. I ritmi spiccatamente blues e i toni colorati da tinte a tratti vivaci e a tratti malinconiche hanno dato la stura ad una personale formazione che sa di musica e, al tempo stesso, di vita.

Ho seguito i suoi concerti dappertutto ed è stata una gioia incontenibile poterne vivere uno direttamente “a casa mia”. Il belvedere di Villa Rufolo, fiore all’occhiello di Ravello, non poteva che essere lo scenario perfetto per una performance che ha reso della musica una delle sue espressioni più elevate. A tal proposito, non nascondo l’immenso orgoglio che ho provato quando il mio amato artista, respirando la magica atmosfera, ha detto: “Bello qui, vero?”

Di qui, il progressivo fluire dei pezzi scelti per l’occasione, tra i quali ho apprezzato, in particolare, “Viento ‘e terra”, classico per eccellenza, “Anna verrà“, omaggio alla memoria di Anna Magnani, “Quanno chiove“, sintesi di poesia e melodia tratto dall’album “Nero a metà”. Una menzione speciale, poi, va ad “Appocundria”, massima rappresentazione, in pochi versi, degli umori contrastanti di un Meridione analizzato e compreso in ogni sua sfaccettatura.

Inoltre, ancora e una volta di più, sono stato colpito da ciò che mi ha fatto perdere la testa per Pino Daniele: la sua abilità straordinaria da chitarrista. Non un difetto, non una sbavatura, solo il riflesso di un continuo lavoro teso a restituire un vibrato delle corde mai uguale a se stesso. In ogni versione ho colto nuove sfumature, nell’incedere di un programma sempre attento a conferire ad ogni nota la bellezza della qualità essenziale e pura. Ed è proprio questo, forse, a rendere il suo stile inimitabile: non rilevano complessi virtuosismi, ma brilla di una luce abbagliante la ricerca di una melodia limpida ed autentica, tale da poterla riconoscere tra cento e mille, fregiandosi così di un taglio unico ed inconfondibile.

Naturalmente, non posso esimermi dal sottolineare l’impareggiabile talento dei musicisti al suo fianco. Alfredo Golino, alle percussioni, Daniele Bonaviri, alla chitarra classica, Elisabetta Serio, al pianoforte e Rino Zurzolo, al contrabbasso, hanno dato all’esibizione il meritato sigillo del non plus ultra. Indimenticabile resta lo show finale, con la versione innovativa di “Je so’ pazz”, in un duetto mozzafiato Daniele – Zurzolo, che ha incantato la platea, destando in essa sensazioni estatiche.

La vita, si sa, può regalare emozioni inaspettate. Quando questo accade, bisogna saperle riconoscere ed essere grati. Ed è per questo che esprimo una sentita riconoscenza alla mia Ravello e al suo Festival, per aver scelto di ospitare uno degli artisti più brillanti del panorama musicale italiano e per aver consentito a me, è il caso di dirlo, il perfetto coronamento di un sogno.

 

 

di Stefano Amato*

*Professionista ravellese ammiratore autentico di Pino Daniele

Il Summer chiude in grande stile con Marcus Miller e Pino Daniele

 

L’edizione 2013 del Summer Festival ha chiuso in grande stile. Due i set di ieri sera, martedì 30 luglio: Marcus Miller e Pino Daniele. Forse un modo per accontentare tutti, italiani e stranieri; quest’ultimi presenti in gran numero a tutti i concerti. Tanto sta che la platea era quasi interamente composta da amanti del chitarrista napoletano, ma Miller è riuscito a conquistarla ugualmente. Il bassista si è presentato sul palco con la sua band con cui sta portando in tournée il suo ultimo album “Renaissance”, e proprio da quest’ultimo lavoro ha pescato a piene mani per la sua performance in piazza Napoleone.

La band composta da Alex Han ai sax (soprano e contralto), Sean Jones alla tromba, Adam Agati alla chitarra, Brett Williams al pianoforte e tastiere e Louis Cato alla batteria ha rapito la platea: questi giovani musicisti talentuosi hanno letteralmente incantato con la loro performance il pubblico del Summer.

I brani, scritti da Miller, hanno spaziato da quelli smaccatamente funky come “Detroit”, a “Redemption” dove sax, tromba e chitarra si sono ritagliati un assolo che ha lasciato la platea senza fiato; a quelli già conosciuti come “Dott. Jekyll e Mr.Hyde”, – un brano con una parte buona e una cattiva –  come ha raccontato Miller, scherzando su questa dualità; a dediche all’Africa come “Goree (Go-ray)”, unico brano della serata in cui il bassista ha suonato il clarinetto basso e Alex Han il sax soprano.

Alle 22.25 la performance del gruppo americano è finita, ma la platea ha chiesto il bis. Miller è ritornato sul palco con la sua band e con Pino Daniele, scherzando sul fatto di aver trovato per caso un chitarrista. Sarà la prima delle due jam session organizzate per la serata: l’ultima a fine concerto dove invece sarà la band di Pino Daniele a suonare con Miller. Nel vero rispetto della musica entrambe le band hanno lasciato spazio all’ospite per esibirsi.

Il repertorio di Pino Daniele, invece, ha spaziato da brani classici come “Napule è” e “’O Scarafone” (dove il pubblico è letteralmente impazzito), fino alla recente “Coffee time”. L’artista napoletano era accompagnato da Awa Ly alla voce, Elisabetta Serio al pianoforte e tastiere, Rino Zurzolo al contrabbasso elettrico e Tullio De Piscopo alla batteria (e percussioni in “Quando”, e “Resta Resta Cu Mme” dove ha suonato solo con il chitarrista napoletano).

Pino Daniele ha chiesto un momento di silenzio per le vittime del pullman caduto da un viadotto in Irpinia. Le persone per rispetto si sono alzate in piedi. Piazza Napoleone era illuminata solo da piccole luci rosse ed avvolta da un magico silenzio che è stato interrotto da un cafone che ha urlato “vai Pino” e Pino Daniele, visibilmente scocciato, ha dovuto riprende, prima del tempo, la sua performance.

Il concerto si è concluso con “A me me piace ‘o blues” come bis. Tutte le persone si sono alzate in piedi e hanno cantato insieme all’artista napoletano. A mezzanotte e mezzo Pino Daniele ha salutato Lucca, e anche questa edizione del Summer Festival si è conclusa.

 

di Cinzia Guidetti

Pino Daniele: «Fiero di non essere come Vasco e Ligabue»

 

Non sarà una delle migliori estati, nel senso che la crisi si fa sentire anche nel mondo dei concerti, ma Pino Daniele ha più di un motivo per sentirsi libero e leggero.
Da tempo si è svincolato dagli obblighi della popstar e ha scelto la via del musicista che si diverte a suonare per suonare. Ed è con questo spirito che quest’estate si è messo in viaggio con una superband che conta sulle tastiere di Rachel Z, che già lavora con lui da qualche anno; sulla presenza, anche lui alle tastiere, di Gianluca Podio, da tempo direttore artistico delle band di Pino; sul basso di Solomon Dorzey; e sulla batteria di un virtuoso dello strumento come Omar Hakim, uno che nella sua carriera ha lavorato con Miles Davis e gli Weather report. Naturalmente, a completare l’organico c’è la sua chitarra di leader.

Stasera la comitiva fa tappa allo Stadio del Baseball di Nettuno con un concerto che lascia grande spazio ai talenti dei suoi interpreti durante due ore di musica in cui c’è l’occasione di ascoltare i pezzi traino che fanno parte dell’ultimo cd del cantautore napoletano, La grande madre, dal brano che dà il titolo al disco (la grande madre di cui si parla è l’Africa).

Da Melodramma, una ballad che cerca di tenere insieme i suoni della chitarra con la tradizione del bel canto, alla rivisitazione di Wonderful tonight dell’amico Eric Clapton, tradotta in italiano dallo stesso Daniele. «L’idea è nata nei camerini di Cava dei Tirreni prima del concerto che abbiamo fatto insieme l’ estate scorsa ha raccontato Pino . La cosa buffa è che a lui il pezzo non piace, si scoccia di suonarlo. Gli ho detto io di farlo. Poi visto che in inglese non mi veniva bene ho scritto le parole in italiano». Infine, Searching for the water of life, dedicato all’associazione internazionale Save the children.

Ma fra i trenta titoli in programma c’è anche un ampio ricorso a quello splendido repertorio sedimentato in trentacinque anni di carriera, tanti quanti ne sono passati dal folgorante debutto discografico del 1977 con Terra mia, passando da Napul’è a Che male c’è, a Je so’ pazzo, a A me me piace ’o blues, a Io per lei, a Yes I know my way, eccetera, eccetera. Il tutto con lo spirito del musicista più che da cantautore. Dice: «Mi sento un chitarrista che canta, non posso fare dischi alla David Guetta, non mi interessa scrivere canzoni che siano adatte alla radio».

Lo stesso spirito anima La grande madre, tributo alla musica che lo ha formato e che ha amato per tutta la vita e che si muove in un territorio fertile dove si incrociano, jazz, blues, pop, latin, rock.

Si tratta, infatti, di un album della libertà, anche perché finalmente realizzato in proprio, svincolato da contratti con le major. «Basta continua Daniele farsi approvare i dischi da qualche testa pelata della discografia».

E’ la sua linea. L’album l’ha impostato su un sound riconoscibile, che non concede nulla all’apparato extra musicale. E che, sempre più spesso, accompagna le esibizioni concertistiche del mondo rock: «Uto Ughi mica si mette a dire barzellette: suona e basta», rivendica oggi Pino, che ci tiene a specificare di «non essere fenomeno di costume come Vasco e Liga» o, almeno, di non esserlo più.

E, anzi, addirittura proclama: «Non faccio parte del mondo dello spettacolo, forse ne facevo parte vent’anni fa, ma oggi mi sento spesso un pesce fuor d’acqua».

 

di Marco Molendini

(Martedì 14 Agosto 2012)

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