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«Pino Daniele. Qualcosa resterà»: presentazione in anteprima del film

 

 

Ci sono due o tre scene almeno che mozzano il fiato in «Pino Daniele. Qualcosa resterà» il docufilm di Giorgio Verdelli che sarà presentato in anteprima domenica sera al San Carlo. C’è  il Nero a Metà che, nella penombra di casa sua, fa ascoltare per la prima volta a Massimo Troisi un abbozzo di «Quando». Ci sono rarissime immagini del concerto grossissimo del 19 settembre 1981 in piazza del Plebiscito con un saluto finale («Io esisto grazie a voi, ciao guagliù») e poi il racconto dell’amico Peppe Lanzetta che lo trova dopo, solitario in un pulmino («Pe’ ma li hai visti quanti erano?»).  

C’è il Lazzaro Felice dal barbiere che spiega che cosa vuol dire fare «addove». E poi, tra qualche contributo un po’ troppo televisivo e apparizioni live dei marziani Eric Clapton e Pat Metheny, trovate narrative più o meno originali (le riprese del supergruppo in bus stancano), live storici e riprese mai viste, c’è un bel pezzo della carriera del cantautore napoletano che ha cambiato la canzone napoletana, e italiana, unendo radici e ali, melodia e ritmo, mandolini e blues elettrico, Partenope e Chicago.

Tantissime le presenze importanti, qualche assenza è inevitabile e poi ci sarà tempo di raccontare altre storie pinodanieliane in futuro. Per ora, non perdete l’uscita del film nelle sale, solo dal 20 al 22. O meglio: perdetela se non amate Pino Daniele.

 

di Federico Vacalebre

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Pino Daniele | Il Tempo Resterà – IL FILM, dal 20 al 22 marzo al cinema

Sudovest Produzioni, Rai Cinema e Nexo Digital
presentano

PINO DANIELE
Il Tempo Resterà
IL FILM

solo il 20, 21 e 22 marzo
il docu-film dedicato all’artista
al cinema!

 

Foto di Luciano Viti

 

A due anni di distanza dalla scomparsa del musicista, arriva nei cinema italiani Pino Daniele – Il Tempo Resterà, un viaggio attraverso la musica, i concerti e la vita del grande artista partenopeo con una straordinaria serie di immagini – molte delle quali mai mostrate finora -, testimonianze e performance musicali. Il docu-film, diretto da Giorgio Verdelli, è una produzione Sudovest con Rai Cinema e sarà distribuito da Nexo Digital solo il 20, 21 e 22 marzo come evento cinematografico pensato per offrire ai fan di Pino Daniele l’opportunità di ritrovarne su grande schermo la musica e il percorso artistico dagli anni ’70 agli ultimi concerti.
Molto del materiale utilizzato per comporre Pino Daniele – Il Tempo Resterà è assolutamente inedito ed è stato selezionato appositamente dal regista Giorgio Verdelli attraverso una lunga e paziente ricerca. Patrimonio prezioso che ha permesso che la voce narrante del film fosse quella dello stesso Pino Daniele, supportato dal contributo di Claudio Amendola. Molte sono le testimonianze e le presenze di artisti e amici di Pino Daniele.
Pino Daniele – Il Tempo Resterà è stato riconosciuto come film di interesse culturale nazionale e indicato come Progetto Speciale dal Ministero dei Beni e delle attività culturali e del Turismo.
Il film sarà presentato in anteprima al Teatro San Carlo di Napoli il 19 marzo, giorno del compleanno di Pino Daniele, con il supporto della Regione Campania. Le riprese a Napoli sono state realizzate grazie alla collaborazione del Comune di Napoli.

Al teatro San Carlo il 19 marzo film inedito su Pino Daniele

Al Lirico un docufilm inedito di Giorgio Verdelli sulla sua carriera

 

 

Un eroe tira l’altro: dopo Maradona, Pino. Il San Carlo non si ferma alla celebrazione dell’ex Pibe de oro e al trentennale dello scudetto, ma va avanti a ritmo serrato nella vena “pop”, se così si può dire. Sempre nel rispetto del cartellone della lirica e sinfonica, il 19 marzo – giorno del compleanno del cantante – al Massimo (il 20 al Verdi di Salerno e in seguito anche a Scampia, che è stato uno dei set) sarà proiettato il film sul percorso artistico di Pino Daniele a due anni dalla sua scomparsa. Titolo provvisorio “Vai mo’” (ma l’ultima decisione spetta a Raicinema e alla distribuzione): sarà un docufilm di un’ora e quaranta minuti, con la regia di Giorgio Verdelli, autore televisivo che ha firmato “Unici”, il programma di Rai 2 che ha registrato il maggior numero di download nel 2015.

Un cercatore d’oro infaticabile ed entusiasta, Verdelli, che sa accontentare più pubblici. Con intelligenza e capacità di mediazione è riuscito in un’impresa difficile: mettere insieme tutti gli eredi aventi diritto del cantante scomparso, i 5 figli, Alessandro e Cristina, con la prima moglie, Dorina Giangrande, e Sara, Sofia e Francesco, figli della la seconda, Fabiola Sciabbarrasi. È stata proprio Fabiola, con i ragazzi, a dare il consenso per il montaggio del raro materiale inedito ritrovato nell’archivio di Pino Daniele nel docufilm di Verdelli. Il film, prodotto come progetto di interesse culturale con il sostegno del Mibact, vedrà la compartecipazione della Siae e delle società editoriali delle opere di Daniele.

“Non è la sua biografia. Quella l’ho già fatta in una puntata di “Unici”, mandata in onda tre volte dalla Rai – spiega il regista – Sarà la storia di un percorso artistico ricostruito per la prima volta raccontata da lui in prima persona e da molti personaggi, anche inaspettati”. Per esempio, ci sarà una foto di Pino Daniele mentre mangia una pasta “choux” con Diego Maradona. Interviste, immagini e filmati tratti da quella miniera delle Teche Rai. E tra i compagni di percorso, artisti noti come Pat Metheny ma anche collaborazioni di cui non si sapeva niente, delle quali si è scoperto ripescando i video girati in sala prove. Quindi le sorprese non mancheranno. La voce narrante sarà Claudio Amendola, marito di Francesca Neri, attrice dei film di Troisi: un filo che unisce tutto nella sala di incisione dove Pino Daniele ha lavorato ininterrottamente negli ultimi 15 anni, con la fotografia di una giovane direttrice, Francesca Amitrano, e il mix del fonico di fiducia di Daniele.

“Pino – conclude Verdelli – è patrimonio di Napoli, ma anche del resto d’Italia e dell’Europa”. Ieri il sopralluogo al San Carlo. Dopo la proiezione, alla quale parteciperà il ministro Franceschini, uscirà in tutt’Italia nelle sale e passerà in tv, per diventare poi un dvd.

 

 

di Stella Cervasio

Anima nomade con l’orecchio a SUD

Il suo jazz, “quel linguaggio internazionale usato per comunicare, come il blues o come il rock”: dopo le tappe americane, Pino Daniele lo porta a luglio anche all’Umbria Jazz e al Foro Italico di Roma, dove l’incasso sarà interamente devoluto in beneficenza. Nessun nuovo disco in programma: «All’oggetto disco non bisogna pensare più, meglio i live, i concerti. Io voglio continuare a suonare la chitarra». Ai giovani che vogliono fare musica dice: «Attenzione al contenuto, il contenuto paga. Alcune canzoni di Dalla, Baglioni, Morandi o De Gregori fanno parte della cultura del nostro Paese». Infine Napoli: «Racchiude pregi e difetti di una grande metropoli»

 

 

Di ritorno da un tour nordamericano che l’ha visto esibirsi a New York, San Francisco e Toronto,
Pino Daniele è di nuovo in Italia. Il prossimo 9 luglio sarà all’Umbria Jazz e il 10 a Roma, al Centrale del Foro Italico, per un inedito concerto sinfonico.
Che serata sarà quella romana? Tanti amici e un’orchestra di cinquanta elementi…
Sarà una serata molto particolare, una serata persino magica. Ci saranno i miei amici, a partire da Tullio De Piscopo, James, Tony. E ci saranno Rino Zurzolo, Awa Ly, che canterà con me, e il maestro Podio che ha fatto gli arrangiamenti. Poi ospiti che non mi sento ancora di annunciare e l’orchestra Roma Sinfonietta.
Con una scaletta ad hoc…
Per forza, una tappa con l’orchestra! Quindi brani scelti anche in base all’organico, perché avere una band e un’orchestra a disposizione darà spazio a parecchi brani che non vengono fatti in concerto quando giriamo da soli col gruppo.
Una tappa che sarà anche benefica…
Vero, l’incasso sarà infatti interamente devoluto in beneficenza: un cinquanta per cento andrà alla
formazione dei giovani allievi del Dipartimento Didattica del Teatro dell’Opera di Roma e l’altro
cinquanta alla Onlus Open (Associazione Oncologica Pediatrica e Neuroblastoma).                                      Il giorno prima all’Umbria Jazz e prima ancora ad altri due Jazz Festival a San Francisco e Toronto.
Lei che cantava “a me me piace o blues”, che rapporto ha col jazz?

Il jazz è un linguaggio internazionale usato per comunicare, come il blues o come il rock. Io tratto le
mie canzoni come degli standard, cioè si parte dalla canzone come è fatta, con la melodia e gli accordi, e poi tutte le sere improvviso questa canzone che diventa una specie di dialogo con le persone che mi
vengono ad ascoltare e che quindi si “beccano” anche il momento particolare, l’emozione che uno
sta improvvisando. A me piace proprio questo tipo di metodo che viene usato sia nel jazz che nel blues, cioè l’improvvisazione sulle canzoni. Alla fine è questo, un metodo, un linguaggio, un modo.
Qualcuno dei concerti americani o la tappa romana, così particolare, diventeranno un live?
Onestamente sul fare dischi in questo momento non sono molto convinto. Ho bisogno di una pausa di riflessione perché, se devo fare qualcosa, è un disco nuovo. Ho fatto tanti live, troppi. Preferisco in questo momento concentrarmi e fare poi qualcosa di diverso, sempre qualcosa di mediterraneo, sempre rivolto all’Africa, con l’orecchio a Sud.
E, al di là del tour, sta lavorando a qualcosa? Nuovo album, singoli in arrivo?
Niente di nuovo. Ho scritto delle cose, ma non ci penso proprio al panorama discografico. Le cose stanno un po’ cambiando e bisogna ragionare in un altro modo, secondo me.
In che senso?
Bisogna vivere il disco in maniera totalmente diversa.
Nel senso del mercato della musica o da un punto di vista autoriale?
Non bisogna pensare alla distribuzione o all’oggetto disco a cui non bisogna pensare proprio più. Bisogna pensare ad altre cose: ai live, ai concerti e a quello che un artista vuole dire e anche
dimostrare al pubblico il suo impegno per quello che fa. Per quanto mi riguarda io voglio suonare la chitarra. Ho sempre fatto quello e farò quello finché me lo permetteranno, senza andare a cercare cose che funzionino o eventi. Bisogna stare attenti a non cadere nell’errore di fare a tutti i costi degli eventi o inventarsi qualcosa. Bisogna anche suonare per il piacere di suonare e basta.
Veniamo al mondo del cinema e della tv a cui lei è inevitabilmente legato, non fosse che per le molte colonne sonore di cui è autore. Altre collaborazioni nel campo, progetti?
Ho scritto soprattutto per Massimo (Troisi ndr). Sono legato a quel periodo, a quell’autore… Ho fatto anche altro, ma non è il mio lavoro.
Sul piccolo schermo vanno per la maggiore i talent. Che ne pensa e che rapporto ha con i giovani che vogliono avvicinarsi alla musica e cominciare a suonare “sul serio”?
In tv non ci sono solo i talent. Ho visto che la televisione sta facendo anche altre cose, grande promozione alla musica. Forse, da quando sono cambiati i dirigenti, sono più attenti alla musica in
generale e hanno capito che questa fa parte della cultura di questo Paese e quindi bisogna aiutare l’arte, la musica, chi scrive i libri. Il nostro è un Paese d’arte.
Anche la radio, specie Radio2, è molto attenta e attiva sulla musica.
Meno male, significa sensibilità. La tv deve fare delle scelte, ma mi sembra che in questo momento abbia occhio sia per quella nazional-popolare che per la musica di qualità. Devo dire che questo è un periodo abbastanza positivo per la musica in tv.
E ai giovani che vogliono cominciare a far musica “davvero”, che consiglio vuole dare?
Forse presentandosi a queste selezioni per i talent hanno una buona possibilità. E’ chiaro che si lavora sulla competizione e non sul contenuto, cioè non si lavora su quello che uno scrive, ma su quello che uno fa sentire. Una competizione un po’ troppo tecnica. Attenzione al contenuto non c’è, tranne quando capita che l’uno e l’altra si trovino insieme, e allora sei di fronte all’artista bravo bravo, vedi Mengoni o quelli che scrivono anche delle cose, i Modà, Emma… è un po’ più dura di una volta, ma il contenuto paga.
Fioccano gli album riarrangiati di molti cantautori. C’è secondo lei una crisi di creatività di questi o invece sono i brani storici, quelli che ad esempio il pubblico chiede ai concerti, ad essere in qualche modo troppo “appiccicati” ai loro autori?
Bisogna stare attenti a non dare al pubblico quello che il pubblico vuole. Ma credo che i cantautori abbiano fatto la storia di questo Paese, spero me compreso. Solo che io sono più musicista, quindi continuo a suonare perché non riesco a stare a case a scrivere canzoni. Io sono musicista, devo suonare, la mia anima nomade mi porta in giro a suonare per il mondo. Detto questo, le canzoni “storiche” come alcune scritte da Dalla, Baglioni, Morandi, De Gregori fanno parte della cultura di questo Paese ed è quindi giusto che rimangano e che vengano divulgate nei concerti. Ed è giusto che ci sia rispetto nei confronti di queste persone che hanno scritto, che hanno fatto delle cose importanti. Penso a canzoni come “Questo piccolo grande amore”, “Alice”, “Com’è profondo il mare” o “La Locomotiva”, “La mia banda suona il rock”…
Scorrendo la sua biografia un paragrafo mi ha fatto particolare “invidia”: ha fatto da “apripista” al concerto di Milano di Bob Marley. Che ricordo ha?
Tutti mi chiedono di quella sera…
Lo so, ho peccato d’originalità, ma la tentazione era forte…
Non mi stancherò mai di dire che è stata un’esperienza unica aver avuto la fortuna di conoscere Bob Marley. Un’esperienza magica per me, conoscere una persona come Marley non capiterà mai più. Io ho il mio modo di vivere e di pensare, quindi conoscere Marley è stato un momento di grande energia, di grande magia soprattutto. Abbiamo parlato un’oretta, di tante cose, voleva sapere della mia napoletanità, da dove venivo, che facevo. Restano queste cose che ti fanno scoprire come quello che fai magari interessa a qualcun altro, e se interessa ad uno come Marley può interessare a tanta gente.
Alcuni anni fa una sua canzone ripeteva: “Napul’è na’ carta sporca”. Oggi Napoli che città è, come ci si vive?
I problemi sono aumentati in tutto il mondo e Napoli, come tutte le grandi metropoli, perché Napoli è una grande metropoli, ha di queste tutti i pregi e i difetti. Non è che non mi voglia sbilanciare, non posso dire qui “è sporca qui, è pulita là, c’è la camorra qui…” non si può dire tutto. E’ una città che ha i suoi grandi problemi ed ha anche un grandissimo fascino, una grandissima storia. Sarà difficile che quella storia venga oscurata da tutti i mali che ci sono, finché ci sarà la storia la città avrà vita.

 

 

di Emilio Fuccillo

AbruzzoWeb – CINEMATIK: Pino Daniele, intervista esclusiva

  (7 marzo 2013)

 

NAPOLI – “La musica può collaborare a migliorare la città”.

Da genio di musica e parole, così Pino Daniele parla ancora oggi, in un’intervista esclusiva ad AbruzzoWeb, dell’incredibile evento organizzato a Napoli, nato in maniera quasi spontanea, come omaggio alla sua terra natia per i trent’anni di carriera quando, nel 2008, radunò musicisti partenopei quali Tony Esposito, Tullio De Piscopo, James Senese, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Nino D’Angelo e Gigi D’Alessio duettando poi con Irene Grandi, Giorgia, gli Avion Travel, in un evento che registrò il tutto esaurito a piazza del Plebiscito, un pubblico eterogeneo ed entusiasta proveniente da tutto lo stivale perché la sua musica, persino quando è in dialetto, è Italia, è Europa, è mondo.

E allora, dopo la presenza di 20 mila persone ai concerti natalizi del 2012 e la richiesta di altrettanti 20 mila spettatori che non hanno potuto esserci per il “già tutto esaurito”, Pino, con la sua etichetta indipendente, la Blue Drag, che dopo tanti anni è riuscito con orgoglio a fondare, la Sony Music ed F&P Group, è uscito il 22 gennaio 2013 con il cofanetto che contiene cd e dvd di quella storica serata e annuncia un nuovo evento, sempre in Piazza del Plebiscito a Napoli, il 12 luglio 2013, con la partecipazione di grandi artisti su cui ancora è mantenuto il riserbo ma che saranno più di 25.

Sappiamo che sicuramente ci sarà una diretta in prima serata che non seguirà gli schemi ed i tempi televisivi: niente conduzione, tanti ospiti partenopei e non solo.

Un racconto, Pino lo definisce, di questi trent’anni di musica dove “le cose si trasformano, difficile che cambino totalmente”. La prevendita è già aperta e sono previsti sconti, solo per un certo periodo, per chi ha partecipato a Napoli e comunque, precisano gli organizzatori, seguendo in primis la volontà di Pino, il costo di biglietto sarà superpopolare perchè si sa che periodo storico viviamo.

“La musica è sempre musica ma cambiano i rapporti. Viviamo nel mondo più che vivere in Italia, cioè i confini non ci sono più. Sta diventando un po’ un bel casino. L’unica cosa che posso fare io, per quanto mi riguarda, è avere i piedi a terra e cercare di mantenere quello che c’è intorno, di costruire con le cose che so fare” spiega l’artista che, di certo, fin dai suoi esordi, ha sempre avuto un occhio di riguardo per l’incontro dei suoni e gli esperimenti ritmici, sempre sapientemente riusciti. Tradizione melodica partenopea sì, ma anche jazz, blues, arab-rock, pop: un repertorio vasto e sempre rinnovato nel corso degli anni.

Nel 1977 esce il suo album d’esordio dal titolo “Terra Mia” dove il brano numero uno entra subito nella storia. Si tratta di “Napule è”. “Napule è mille culure, napule è mille paure/ napule è ‘a voce d”e criature che saglie chianu chiano e tu saje ca nun si sola”: sono le voci dei ragazzi che danno la speranza che il futuro sia migliore ed è così che dà il via a una serie di canzoni che si possono classificare come cantautorali per la profondità poetica del testo, ma che non basta definire tali perché anche il sound è decisamente ricercato ed oltremodo coinvolgente.

Poi dichiara il suo amore per il blues con “A me me piace o’ blues”, iniziando una serie di collaborazioni con jazzisti internazionali, quali Wayne Shorter e Alphonso Johnson, mischiando l’uso del napoletano a quello dell’italiano e dell’inglese, esplodendo nel tour “Sciò live” del 1884 quando già si era anche accostato alle sonorità brasiliane e africane e intensificando la collaborazione con Massimo Troisi per cui compone le colonne sonore dei film “Ricomincio da tre” (1981), “Le vie del signore sono infinite” (1987) e “Pensavo fosse amore e invece era un calesse” (1991), dove spicca la famosissima “Quando”.

Pino parla d’amore (“Se mi vuoi”, “Resta resta cu’ mmé”, ), di passione (“Vento di passione”, “Dubbi non ho”), di rinascita (“Quanno chiove”), della sua Napoli (“Tutta n’ata storia”), di antirazzismo (“O scarrafone”), sfida la camorra (“Stella nera”), non dimentica la natura e in questo senso potremmo definirlo un precursore del tema ecologista (“Non calpestare i fiori del deserto”). L’immateria, quella dell’anima (“Anima”), accarezza ogni strofa, nella maniera più semplice e quotidiana, parlando di cose concrete, è universale.

Daniele può vantare inoltre tante e variegate collaborazioni artistiche, duetti rimasti nel cuore di molti, o memorabili accompagnamenti in cui ha lasciato parlare solo la sua amata chitarra. In Italia ricordiamo, oltre ai cantanti e musicisti già citati: Luciano Pavarotti, Zucchero, Lucio Dalla, Vasco Rossi, Biagio Antonacci, Jovanotti, Eros Ramazzotti, Francesco De Gregori, Franco Battiato, Claudio Baglioni, Fiorella Mannoia, Ron, 99 Posse, J-Ax, mentre all’estero: Noa, Pat Metheny, Chick Corea, Ralph Towner, Randy California, Robby Krieger, Leslie West, Phil Manzanera, Steve Hunter, Eric Clapton,Wayne Shorter eccetera.

Come mai hai spesso accettato di dividere il palco, o coinvolto tu stesso, altri artisti?

Ho sempre cercato la collaborazione e il confronto perché credo che nel confronto e nella collaborazione ci siano tutti i presupposti per poter crescere e per potersi anche rinnovare perché la mia cultura generazionale si rifà anche a una professionalità dovuta al ‘fattore’ scambio. Credo molto nel rapporto con gli altri e credo di aver dimostrato a tutti i miei colleghi di essere stato sempre disponibile, sempre, senza farmi tanti problemi… da Zucchero, a Vasco, ad Antonacci, a Giorgia, anche a Luciano. Ho collaborato quasi con tutti gli artisti perché ho sempre cercato quell’emozione che mi facesse poi… che mi arricchisse, che mi desse la possibilità di crescere, di scrivere cose nuove. Lo faccio anche oggi con i chitarristi. Mi avvicino a nuove cose ma anche a vecchie, come il blues. Mi avvicino a tante cose per rinnovare quella mia ispirazione e trasformarla. Questo è ciò che ho sempre fatto e che credo continuerò a fare.

Ami molto sperimentare, in questo caso come nascono i due pezzi inediti nel nuovo album?

Volevamo due brani totalmente diversi che io ho realizzato con Phil Palmer. Abbiamo prodotto insieme perché volevo lavorare anche con lui, cioè un chitarrista che stimo e che amo moltissimo. Mi piace il suo modo di lavorare, molto vicino al mio. Voleva essere un esperimento, due canzoni realizzate esclusivamente con colore rock e che ci piace. Era un po’ la voglia di fare una cosa totalmente diversa.

Cosa ne pensi del panorama musicale attuale?

C’è un altro modo di fare musica e magari chi non è abituato può chiamarlo rumore, ma ci sono esperimenti interessanti ed è sempre positivo venirne a conoscenza ed aspettarsi qualcosa di nuovo, come lo siamo stati noi nel nostro periodo, nel nostro tempo. Però si possono creare delle cose nuove unendo le due esperienze, cioè quella nostra generazione e quella della nuova generazione. Ci sono artisti nuovi che vale la pena ascoltare come Raiz o come Antonio Onorato che creano delle cose moderne con il linguaggio di oggi, tenendo presente appunto le loro radici. Ma è un discorso soggettivo, ognuno deve pensarla come vuole.

Sei sempre molto vicino all’attualità e alla gente con la tua musica, anche per organizzare l’evento del 12 luglio hai considerato le esigenze diverse del pubblico attuale?

Ti dirò di più, noi abbiamo fatto un concerto a Cava dei Tirreni con Eric Clapton dove tutto il ricavato è stato donato a una fondazione. Ci sono anche altre situazioni, altre iniziative che stiamo mettendo sul piatto. Quella di Napoli sarà una cosa diversa perché avremo circa 25 artisti per tre ore di intrattenimento, ci saranno una struttura e dei costi veramente molti alti e riuscire a dare anche un indirizzo benefico diventa complicato. Io posso proporlo e chiederemo sicuramente una mano al Comune ma solo per i servizi, non vogliamo chiedere soldi e in questa occasione non ci sarà modo, penso, di donare qualcosa, ma ci saranno anche altre iniziative importanti. Il biglietto sarà popolare comunque anche per questa occasione e annunceremo che ci sono delle iniziative ancora in cantiere. Facciamo una cosa alla volta ma poi ci sarà modo di aiutare.

L’Aquila anche è una città che avrebbe bisogno di altre iniziative di tal genere, anche perchè è candidata a Città Europea della Cultura del 2019. Ecco, se dovessi immaginare uno dei tuoi storici duetti per questa città che rappresentasse la cultura italiana, cosa proporresti?

Uno è Paoli che mi piacerebbe, Gino, il grande Ginone, ma anche Ivano Fossati. Sono molto legato a Genova, alla Liguria, sono legato a quella che è stata la scuola genovese ma mi piacerebbero anche Francesco Guccini, o Battiato col quale ho già fatto una cosa. Questi sono gli artisti che amo di più perché più vicini a quello che volevo fare io da piccolo. E poi la loro penna è notevole. Sarebbe una gran cosa.

C’è un film che ti è rimasto nel cuore?

A parte quelli di Massimo Troisi, mi piacciono molto i film degli anni di Vittorio De Sica. Certo sono un cultore della commedia di Eduardo quindi è chiaro che sono legato a quel periodo, a quella Napoli del dopoguerra, a quell’arte che veniva fuori quel modo di fare teatro.

 

 

di Daphne Leonardi

Pino Daniele e John Turturro, conversazione americana

L’incontro all’Apollo Theater di New York tra il cantautore partenopeo e il regista

 

All’Apollo Theater di Harlem, l’altra sera, non poteva mancare John Turturro venuto ad ascoltare il suo «nuovo» amico. Nei suoi concerti americani (sold out) Pino Daniele è stato accompagnato da musicisti internazionali di altissimo livello come Omar Hakim alla batteria, Rachel Z al piano, Gianluca Podio alle tastiere, Solomon Dorsey al basso. Tra i brani del suo repertorio Pino Daniele ha eseguito «A me me piace o blues», «Yes I know my way» e una versione molto blues di «Je so pazzo». Applausi anche per il suo nuovo brano «Melodramma». E non poteva mancare «Napule è», che sigla anche il finale del film «Passione» di John Turturro. La clip del docufilm dedicato alla canzone napoletana è stata mostrata nella sala gremita della Casa Italiana Zerilli Marimò della New York University, per presentare il tour del cantautore, qualche giorno fa. Dopo la proiezione le luci si riaccendono e sul palco ecco John Turturro e Pino Daniele. Per «Passione» John Turturro — ricorda Stefano Albertini, direttore della Casa Zerilli Marimò e moderatore dell’evento— decise di usare «Napule è», eppure i due artisti non si erano mai incontrati prima di questa conversazione amichevole qui a New York. «‘‘Napule è’’ è stato uno dei miei primi lavori—ricorda Daniele—ma dopo tanti anni provo la stessa emozione ogni volta che la eseguo». Si scusa per il suo inglese (che pure è ottimo): «lo riconosco è un po’ brookolino!». Risata generale. «É bello che John abbia usato la mia canzone, abbiamo idee in comune su Napoli e sulla sua cultura». «Mio padre proveniva dalla Puglia, da Giovinazzo—interviene Turturro—mentre mia madre era siciliana e la prima volta che ho ascoltato una canzone di Pino Daniele è stato sul set del film ‘‘La tregua’’ di Francesco Rosi, tratto dal libro di Primo Levi ed eravamo in Ucraina». Risate in sala, Pino Daniele chiarisce: «Immaginate che la canzone ‘‘’O sole mio’’ fu scritta nel porto di Odessa da Eduardo di Capua!». Poi si passa ai ricordi degli inizi e Pino Daniele: «Ho cominciato con la mia chitarra, con il folk, ascoltando le vecchie canzoni e provando a trovare nuovi stimoli. Sono nato nel periodo di Elvis Presley, del rock and roll e del blues. Mi ricordo che suonavamo nei locali vicino al porto, dove gli americani ascoltavano la loro musica. Siamo cresciuti con la musica internazionale, ma attingendo da musica classica e da un patrimonio tradizionale. Se pensate che uno dei più antichi conservatori è quello di Napoli, a San Pietro a Majella! È importante conservare, il mondo ha bisogno della cultura, fare sempre qualcosa di nuovo ma mai dimenticare le proprie radici». «Melodramma », il brano contenuto nel suo ultimo lavoro, ne è un esempio: «È una speciale fusione tra parole, lirica e musica; prima dell’opera i poeti hanno scritto liriche per la musica. Il melodramma precedeva l’opera. Questa canzone è stata un pretesto per usare alcune vecchie melodie. Per sperimentare ». Massimo Gallotta, produttore e organizzatore del tour americano di Pino Daniele chiede quanto sia stato difficile diventare indipendente dopo tanti anni: «Il mercato è cambiato, bisogna rischiare, credo che John Turturro possa spiegare che con la passione vai avanti». «C’è qualche artista con il quale ti piacerebbe suonare?» chiede Albertini. «Non lo puoi decidere, per esempio John ed io ci siamo incontrati poco fa per la prima volta ed ora stiamo facendo un buon lavoro, deve succedere qualcosa tra le persone». Come è successo con Eric Clapton di cui Pino Daniele reinterpreta «Wonderful Tonight». «Lui mi ha invitato a Chicago a suonare, e poi ho ricambiato l’invito e abbiamo duettato per un concerto di beneficenza a Cava de’ Tirreni. Lui si è divertito molto. Eric Clapton è prima un grande uomo, poi un grande musicista. É stato facile per me entrare in sintonia con lui». E il passaggio dal napoletano all’italiano? «Passare dalla lingua napoletana all’italiano per me è stata un’evoluzione naturale, quando ho cominciato a suonare noi parlavamo in napoletano ma usavamo parole inglesi, per esempio ‘‘Yes I know my way’’ era scritta in napoletano e in inglese ». John Turturro gli chiede: «Nella tua prima band c’erano anche Enzo Avitabile e James Senese? E dove hai incontrato Enzo Avitabile? «Con Avitabile andavamo a scuola insieme—risponde Pino Daniele—avevamo quattordici anni, e a tutti e due piaceva la musica nera. Senese è un afroamericano che parla ‘‘solo’’ napoletano, somiglia ad un personaggio dei Simpson, ho visto per la prima volta Senese suonare nel lontano 1969, poi con Napoli Centrale. In quel periodo a Napoli cominciò a esibirsi una nuova generazione di musicisti. C’erano gli Osanna, Nuova Compagnia di Canto Popolare, Roberto de Simone, fu allora che cominciai ad avere la mia band con Senese, Tullio de Piscopo ed altri». Poi si parla anche di Renato Carosone. «È stato un grande interprete — continua Pino Daniele — una volta lui mi chiamò e siamo stati un giorno intero a parlare di Gesualdo da Venosa, scrittore di musica barocca. Ogni generazione di musicisti ha qualcosa di buono, è importante guardare al passato, non bisogna mai dimenticare quello che altri artisti hanno realizzato prima di te. Ho interesse per la musica africana, riascolto Elvis Presley, Pavarotti, ma anche Frank Sinatra e guardo anche i nuovi artisti. I like music!». Nel nuovo lavoro ci sono chiari riferimenti all’Africa. «Non all’Africa intesa come continente, il sud dell’Italia è molto vicino all’Africa, anche nella cultura, per me ‘‘La Grande Madre’’ è il pianeta, la terra. Se vai in Sicilia, a Marsala, a Catania, a Napoli, Ischia, Amalfi, senti lo scirocco. La Grande Madre è dunque il Mediterraneo, tutto il ritmo viene dall’Africa ». Ora però con la rete si hanno le stesse informazioni nello stesso momento, «ma è importante conservare le proprie radici. La cultura è massificata, ci sono similitudini in città come Berlino, Napoli o Londra. Cerco di attingere da una cultura che mi appartiene e non ho mai deciso di cambiare, ho seguito il mio istinto, da ‘‘Medina’’ a ‘‘Mascalzone Latino’’ sono andato dove l’istinto mi ha portato». Daniele conclude dichiarando il suo amore alla città di Napoli: «è sempre nel mio cuore, nella mia mente, per me Napoli è tutto. Ogni volta che improvviso penso alle mie radici. Per questo ho deciso di diventare indipendente, perché non puoi discutere la musica, la musica si fa e basta». Poi Pino Daniele saluta Turturro e va via facendosi spazio tra i fans venuti ad ascoltarlo, abbracciando sua figlia e sussurrando. «Questa è la mia Sara».

 

di Velia Majo

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