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"Qualcosa arriverà", libro e film su Pino Daniele

Giorgio Verdelli firma entrambi i progetti: il primo, insieme al figlio del musicista, Alessandro. Il documentario prodotto da Raicinema sarà pronto in primavera

 

«Voglio ‘o mare / ‘e quatto ‘a notte miezzo ‘o pane» … I più innamorati del canzoniere di Pino Daniele avranno subito riconosciuto questi versi appassionati. L’incipit di “Qualcosa arriverà”, già nella colonna sonora del film “Le vie del Signore sono finite” di Massimo Troisi . Così s’intitola pure il libro in gran parte fotografico edito da Rizzoli e firmato da Giorgio Verdelli e dal figlio e personal manager Alessandro Daniele (cui tocca la prefazione), in collaborazione con la Pino Daniele Trust onlus.

Si ricompone la coppia che ha lavorato alla realizzazione di “Pino Daniele Alive”, l’esposizione museale al secondo piano del “Mamt” in piazza Municipio. Questa volta, anziché raccogliere le chitarre del musicista, i documenti privati, gli oggetti di camerino e le strumentazioni dello studio di registrazione, Verdelli e Alex hanno cooperato per completare questo primo viaggio visivo nell’emisfero di Pino. “Qualcosa arriverà” è strutturato in quattro capitoli – “Vogl’essere chi vogl’io”, alludendo a “Je so’ pazz’”; “Il feeling è sicuro”, evocando “A testa in giù”, dall’album/epifania “Nero a metà”; “Da Nord a Sud del mondo” e “Io ci sarò ad alzare il vento” – e una “Cronologia musicale” per epilogo, con l’art direction di Sergio Pappalettera, supervisore anche dello spazio “Alive”.

Cuore del volume è un concetto che l’autore di “A me me piace ‘o blues” e “Alleria” ha costantemente avuto quale faro: «L’emozione è l’unica cosa che vale la pena di comunicare agli altri: qualunque sia il prezzo. Quel momento che succede tra noi che suoniamo e il pubblico che ascolta è un momento magico». Proposito che va riverberandosi pagina dopo pagina anche nei testi emozionali di alcuni amici di lusso: Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo e Tony Esposito; Peppe Lanzetta e Jovanotti, Al Di Meola e Chick Corea. Ancora, Gianni Minà, Enzo Gragnaniello ed Enzo Decaro, Dorina Giangrande (prima moglie di Pino) e Clementino, Renzo Arbore e Roberto Saviano; Peppe e Toni Servillo, Ferdinando Salzano e Stefano Di Battista, Pasquale Scialò, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, Fabio Massimo Colasanti.

Tanti di questi musicisti saranno ritratti nel documentario “Qualcosa arriverà” (il titolo è provvisorio: alla direzione della fotografia Francesca Amitrano, al montaggio Giogiò Franchini) che Verdelli stesso – coproduce RaiCinema con il riconoscimento d’interesse culturale del Mibact – sta girando in città. Parecchi gli istanti goliardici, come accaduto giorni fa al Bar dell’Epoca (per tutti, da “Peppe Spritz”) in piazza Bellini, quando ai tavolini si sono accomodati Senese e Decaro.

«Si tratta di un film che nasce dal libro – anticipa Verdelli – e che sarà pronto prima della primavera. Al massimo entro il 19 marzo 2017, giorno del compleanno di Pino. Giriamo in città ancora alcuni giorni poi andremo a Londra, Roma, Milano, Venezia, Torino, New York intervistando via via Phil Manzanera dei Roxy Music, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Stefano Bollani, Peppe Lanzetta, Maurizio de Giovanni e altri. Né il libro né il film sono progetti biografici. L’idea, in entrambi i casi, è di raccontare una storia speciale».

 

 

di Gianni Valentino

"PINO DANIELE. QUALCOSA ARRIVERÀ" (Rizzoli), a cura di Giorgio Verdelli e Alessandro Daniele, da oggi disponibile in libreria.

 

 

Pino Daniele, ecco il museo virtuale

Quasi finiti i lavori all’Hotel de Londres, manca solo l’ologramma del Nero a metà

 

 

L’inaugurazione potrebbe slittare dopo il 19 marzo, giorno in cui il Nero a metà avrebbe festeggiato il suo sessantunesimo compleanno-onomastico, magari sognando la presenza del presidente della Repubblica. Ma al Grand Hotel de Londres i lavori sono a buon punto: gli ampi locali fronte piazza Municipio sembrano Ok, come anche quelli su via de Pretis, ingresso ufficiale del Museo della Pace, creatura dell’architetto Michele Capasso, che ospiterà anche, se non soprattutto, Pino Daniele Alive, mostra stabile curata e voluta dalla Fondazione Pino Daniele. Un intero piano del palazzo progettato dall’architetto Giovan Battista Comencini e finito nel 1899, primo esempio cittadino importante di art nouveau, sarà dedicato al racconto dell’arte del bluesman partenopeo: «Nulla di museale, anche se di un museo si tratta, e stabile, visto che abbiamo la prenotazione delle sale per i prossimi 99 anni», racconta Alessandro Daniele, che nei giorni scorsi ha rotto l’abituale riserbo mostrandosi su Facebook mentre selezionava, con Giorgio Verdelli, i materiali video da passare al montaggio. Con il figlio-manager del Mascalzone latino sta lavorando anche Sergio Pappalettera, grafico dietro tante copertine del cantautore, che firmerà l’allestimento. «Le stanze diventano luoghi vivi in cui immergersi, in cui nuove tecnologie creano ambienti sinestetici ed emozionali Elementi acustici, visivi ed emotivi», spiegano: «Figure, forme e colori che rimandano alle contaminazioni musicali e culturali che hanno segnato l’itinerario artistico di Pino Daniele».

È pronta, la si vede parzialmente anche in fotografia, insieme a parte della piantina dell’esposizione, la ricostruzione – persino la tappezzeria è quella originale – dello studio del Lazzaro felice, manca solo l’ologramma che ce lo mostrerà suonare di nuovo una delle sue amatissime chitarre.Ogni stanza un tema o un momento della carriera dell’Uomo in blues, dai suoi concerti alla sua Africa e comunque alla sua apertura alle musiche del mondo, alla passione madrigalista per Gesualdo da Venosa. Memorabilia, oggetti storici, foto d’autore e tanti video touch screen per immergersi nell’arte, la vita, i suoni dell’artista di «Napule è».Nel resto del palazzo si estenderà il vero e proprio Museo della pace, anch’esso largamente centrato sulla multimedialità e l’interattività, con percorsi diversi vicini agli interessi della Fondazione Mediterraneo di cui è diretta emanazione: si va dal Mediterraneo delle emozioni, con particolare attenzione alle grandi bellezze della Campania, al Mediterraneo della luce, zoom sull’architettura. E, ancora: il Mediterraneo della creatività, con diverse esposizioni artistiche, e il Mediterraneo dei mestieri, che tiene insieme i presepi partenopei con l’artigianato di Algeria, Egitto, Marocco, Tunisia, Turchia. L’abbraccio di terre così vicine e a volte purtroppo drammaticamente così lontane riguarda anche la musica con una sala in cui potranno risuonare, con la canzone napoletana, echi di fado, flamenco, sirtaki, suoni maluf. Negli itinerari voluti da Capasso ci saranno anche quelli dedicati alle «Voci dei migranti», a «Un mare tre fedi», alle storie esemplari di uomini di pace come Winston Churchill, don Giuseppe Diana e Angelo Vassallo.Intanto, spunta una nuova registrazione inedita di Daniele, divisa con l’amico Ron sulle note di «Non abbiam bisogno di parole» che sarà contenuta in «La forza di dire sì», doppio cd di duetti del cantautore in uscita l’11 marzo per raccogliere fondi per l’ Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica. Tra gli altri artisti coinvolti nel progetto: Lucio Dalla, Loredana Berté, Jovanotti, Malika Ayane, Elio e le Storie Tese, Marco Mengoni, Francesco De Gregori, Gigi D’Alessio, Giuliano Sangiorgi.

 

 

di Federico Vacalebre

“Tracce Di Libertà”, la recensione di Blogfoolk

 

 

E’ passato poco meno di un anno dalla prematura scomparsa di Pino Daniele ed in questi mesi sono state diverse le iniziative volte a celebrare la sua musica, a partire dallo splendido disco dal vivo postumo “Nero A Metà Live. Il Concerto”, passando per l’istituzione della Fondazione voluta dai suoi familiari, fino alla nascente mostra permanente che vedrà la luce all’interno del Mamt di Napoli. In questo contesto si inserisce anche la pubblicazione del cofanetto “Tracce di Libertà”, che raccoglie i primi tre dischi di Pino Daniele “Terra Mia” del 1977, “Pino Daniele” del 1979 e “Nero a Metà” del 1980, proposti in due versioni una Deluxe Edition contenente tre cd, e una Super Deluxe Edition dedicata ai completisti, che raccoglie in sei dischi il work in progress di ogni album con i relativi demo e brani inediti (tra cui “Napule se scet’ sotto ‘o sole”, “Mannaggia ‘a morte”, “Stappi-stopotà”, “Figliemo è nu buono guaglione”, “Na voglia ‘e jastemmà” ed un brano strumentale senza titolo). Riascoltare in sequenza questi tre splendidi album è l’occasione per fare un salto indietro nel tempo, e ripercorrere un momento straordinario non solo della vita artistica di Pino Daniele ma anche della scena musicale Napoletana. Torniamo indietro, dunque, al 1977. E’ in quell’anno che, mentre la storia d’Italia viene segnata in modo indelebile dalle Brigate Rosse, dalla strategia della tensione e dagli scontri in piazza, un giovane cantautore napoletano di belle speranze si affaccia al mercato discografico con “Terra Mia”. E’ Pino Daniele ed alle spalle ha una solida esperienza maturata con il gruppo jazz-rock Batracomiomachia al fianco di Enzo Avitabile, ha suonato come bassista nei Napoli Centrale di James Senese, e come chitarrista nel disco solista di Mario Musella e in “Suspiro” dei Sain Just di Jenny Sorrenti, ma soprattutto solo un anno prima ha rinunciato a partecipare al concorso per assistente di volo dell’Alitalia, preferendo un provino con la casa discografica che avrebbe stampato il suo primo disco. 

“Terra Mia” ha preso vita a Roma nello Studio Quattro Uno di proprietà di Claudio Mattone, e complici di quel giovane cantautore è il meglio della scena musicale di Napoli, Rino Zurzolo al basso, Ernesto Vitolo alle tastiere, Rosario Jermano alla batteria e alle percussioni, ed Enzo Avitabile ai fiati. Nell’intreccio tra la tradizione musicale napoletana con il jazz, il blues e il funk d’oltreoceano è racchiusa tutta l’esplosività del Neapolitan Power, un sound in nuce già presente nei dischi degli Showmen e dei Napoli Centrale ma che Pino Daniele esalta con il suo background musicale impastato nei dischi di Elvis Presley e di Eric Clapton. Nonostante il successo di “Napule è” e “Na Tazzulella ‘e Cafè”, subito segnalatesi tra i brani più gettonati di “Alto Gradimento”, il disco vende poche migliaia di copie, ma quell’album lascia un segno indelebile. “Terra Mia” è, infatti, un’ istantanea sonora che ritrae Napoli in tutta la sua complessità, nelle sue contraddizioni, nelle sue ferite, raccontando le storie e le inquietudini della sua gente. Tutto ciò emerge in brani come le struggenti “Napule è”, “Terra Mia” e “Cammina Cammina”, le pungenti “’Na Tazzulella ‘e cafè” e “Ce stà chi ce pensa”, o ancora in “Suonno D’Ajere”, “Che Calore” e “Fortunato” che riascoltate oggi conservano intatta tutta la loro poesia. A fornirci però il quadro completo della vulcanica ispirazione che animava Pino Daniele è l’ascolto dei demo inediti di “Terra Mia”, “Che Calore” e “Chi Po Dicere” e la versione alternativa di “Saglie, Saglie”, quattro esempi importanti di quale fu l’approccio alla registrazione del suo disco di debutto, una ricerca musicale a tutto tondo da Napoli agli States. Il secondo disco “Pino Daniele” del 1979 ci presenta il cantautore napoletano in piena fase di maturazione artistica, sempre più cosciente dei suoi mezzi e senza dubbio forte della stessa squadra di musicisti che lo aveva accompagnato nel primo disco e poi anche sul palco. In studio il disco prende vita in modo quasi naturale, e nell’ispirazione di Pino Daniele la lava del Vusuvio comincia a farsi bagnare con maggior decisione dalle acque del Mississippi. 

 

Solo in apparenza è però un disco di transizione perché nei suoi solchi sono racchiusi brani straordinari come la canzone d’amore “Je Sto Vicino A Te”, la splendida “Chi Tene ‘o Mare”, e “Je so’ pazzo” che diventerà negl’anni uno dei suoi brani più famosi, allo stesso modo non mancano vere perle come il ritratto “Donna Cuncetta”, la malinconica “Putesse Essere Allero. Anche in questo caso illuminanti sono i brani inediti posti a corredo del disco come i bozzetti iniziali di “Basta ‘na jurnate e sole” e “Chillo è nu buono guaglione”, che ci conducono nel cuore del processo creativo di Pino Daniele e del suo gruppo. La forza prorompente del songwriter napoletano esplode con forza in “Nero a Metà” del 1980, del quale nel 2014 è stata pubblicata una splendida “Special Expanded Edition”, che affiancava al disco originale, rimasterizzato per l’occasione, due inediti e i demo di sette brani. Nei solchi di “Nero A Metà” è racchiuso un sound dal feeling unico ed irripetibile in Italia che emerge con forza travolgente nell’iniziale “I Say I’ Sto Ccà”, permea il manifesto artistico “Musica Musica”, e brilla nella canzone d’amore “Quanno Chiove” in cui spicca il sax di James Senese. Il disco però riserva momenti esaltanti come il blues viscerale “Puozze Passà Nu Guaio” e il crescendo dell’introspettiva “Voglio Di Più”, in cui il cantautore napoletano si racconta tra problemi esistenziali e le sue aspirazioni di musicista e trova il suo vertice prima nella tessitura melodica di “Appocundria” in cui brilla alle congas Karl Potter e poi nel funky di “A Me Me Piace ‘O Blues”. Seguono l’altra splendida canzone d’amore “E So’ Cuntento ‘e Stà’”, l’ irresistibile blues di “Nun Me Scoccià”, e la pura poesia jazzy di “Alleria”, per giungere al finale con la superba “A Testa In Giù” e i ritmi latin di “Sotto ‘o sole”. Rispetto alla Special Expanded Edition da cui provengono “Hotel Regina” e “Tira ‘a carretta” , “Tracce di Libertà” ci regala ancora un inedito, la struggente “Na Voglia ‘e Jastemmà”. Dopo questi primi tre dischi la carriera di Pino Daniele si è evoluta in modo multiforme, seguendo il sentiero tracciato dalla sua curiosità musicale, dando vita da altri dischi eccellenti e ad una serie di fortunate collaborazioni internazionali sempre più prestigiose. Ad arricchire il cofanetto è un corposo booklet con le fotografie inedite di Guido Harari, e Lino Vairetti, e una serie di aneddoti, testi biografici e curiosità. “Tracce di libertà” è, dunque, un documento sonoro preziosissimo perché cristallizza in un unicum l’evoluzione sonora del Neapolitan Power, ed il momento più alto della carriera artistica del cantautore napoletano. 

 

 

di Salvatore Esposito

Pino Daniele, il primo cofanetto è realizzato dal figlio Alessandro: "Fedele a se stesso"

   (26 Dicembre 2015)

Si intitola “Tracce di libertà” la raccolta con i tre album cardine di Daniele e tre cd di rarità. A realizzarlo, a un anno dalla morte, il figlio Alessandro: “Era giusto lasciare tutto così com’era stato registrato, con i rumori della casa, i clacson delle auto in strada, il respiro della città”

 

 

Alessandro Daniele, figlio di Pino Daniele, ha una difficile eredità da gestire. E’ lui che ha realizzato il primo cofanetto, a un anno dalla morte del padre, con il quale iniziare un lungo percorso di valorizzazione del catalogo del grande musicista napoletano. Il cofanetto, intitolato Tracce di libertà, contiene Terra mia, Pino Daniele e Nero a metà ma soprattutto 3 cd con demo, provini, versioni alternative e 6 brani inediti e un libro di 60 pagine con foto inedite, aneddoti, curiosità e testi biografici. Un album live era già uscito, ma per Alessandro questo è un nuovo inizio “Il disco live era nato da una necessità contrattuale, questo è invece il primo progetto nato davvero dopo la morte di mio padre. Volevo ripartire dall’inizio, riproporre i primi tre album di Pino ma anche, soprattutto, cose registrate prima, provini, nastri che aveva conservato Rosario Iermano, bobine a due o quattro tracce. Abbiamo pensato che queste registrazioni avrebbero dato davvero senso al progetto”.

 

Molte sono registrazioni quasi amatoriali…
“Secondo me era giusto lasciare tutto così com’era stato registrato, non mettere le mani su niente, mi piaceva l’idea di lasciare tutto nella versione originale, sia le registrazioni casalinghe, con i rumori della casa, i clacson delle auto in strada, il respiro della città. Ascoltandoli sembra di essere lì insieme a Pino. E poi quelli fatti con la casa discografica. L’idea era quella di mettere nel cofanetto delle tracce di vita, una finestra su questo ragazzo che amava la musica e che viveva di musica, le sue prove prima di arrivare alla realizzazione dei primi dischi. Credo che si capisca molto di lui ascoltando queste registrazioni”.

Sembra di avere tra le mani delle foto scattate all’epoca.
“Si, credo che ci sia molto altro oltre la musica in quelle registrazioni, ci sono le amicizie, la tribù dei musicisti con cui viveva, le cose che amava, e soprattutto i suoi sogni di ragazzo. Spero che chi ascolta queste cose, soprattutto i più giovani, possa trovare una fonte d’ispirazione per un proprio linguaggio musicale. Come faceva lui, che ascoltava Coltrane, la Nccp, i Blind Faith, per trovare la sua voce, la sua musica. C’è tutto quello che viveva all’epoca, poi qualche curiosità, come Donna Cuncetta registrata con un giocattolo comprato all’autogrill, e tanti brani conosciuti registrati in maniera diversa. Brani che raccontano la sua ricerca, il modo in cui è arrivato a realizzare i suoi primi dischi”.

Riscoprire il passato di suo padre è anche un modo per guardare avanti?
“Ovviamente è così, sperando che il meglio debba ancora venire. Guardando indietro puoi trovare la strada giusta per andare avanti, ascoltare le cose del passato per trovare cose giuste per oggi. La cosa bella di tutto questo lavoro è che alla fine mio padre è sempre stato fedele a se stesso, anche rischiando di sbagliare, provando costantemente cose diverse. E credo che questa sia la cosa che si scopre ascoltando queste registrazioni”.

 

 

di Ernesto Assante

“Pino Daniele – Vai mò”, il post di Cesare Monti

Dopo il primo post tratto dal blog di Cesare Monti in cui ha raccontato il significato dell’artwork del disco “Pino Daniele” , in questo post del 2012 invece racconta dell’incontro con Pino (qualche anno dopo quel disco) in occasione della realizzazione di Vai Mò.

Post di Cesare Monti, venerdì 18 maggio 2012.

Quando lo incontrai per la prima volta, Pino era un ragazzo semplice e molto timido, poi quel suo modo di parlare un pò sottovoce ne facevano una persona deliziosa. Rincontrandolo dopo un paio di long playing anche se non erano cambiati i suoi modi, vidi che qualcosa in lui era mutato, era più sicuro anche quando camminava aveva un portamento convincente. In un momento di pausa quando a casa mia ci si trovava in cucina e le barriere cadevano, chiesi cosa gli era successo. Dopo aver bisbigliato frasi incomprensibili si decise a parlare con più chiarezza. L’anno prima il comune di Napoli aveva organizzato un grande raduno musicale in Piazza del Plebiscito. C’erano almeno duecento mila persone, ad un certo punto toccò a lui, salito sul palco fu accolto da una ovazione incredibile, dopo poco attaccò il pezzo che lo aveva reso celebre “Na tazzulella e caffè”, ma non riusciva a sentire la sua voce perchè tutta la piazza la cantava.
“ Capisci Cesare?!” mi disse ed io risposi “ E’ naturale, la conoscono tutti” e di nuovo Pino “E’ vero ma sentirla in quel modo mi dette i brividi, ma la cosa che mi fece riflettere era che stavano cantando una canzone che avevo composto scherzosamente mentre ero al cesso!!!”
Il rapporto che ho avuto con molti dei musicisti con i quali ho lavorato non si esauriva con la foto, o il progetto della loro copertina, andava oltre. Succedeva che passando da Milano venissero a trovarci, si mangiava insieme e si parlava di tutto, dei desideri, dei sogni, delle difficoltà, della vita insomma, alcuni si fermavano a dormire adattandosi, anche perchè non avevamo una stanza per gli ospiti. Durante una serata di queste, Pino mi raccontò che la canzone “Je sò pazzo” prendeva spunto da una sua esperienza. Aveva due zie con le quali viveva, da piccolo quando combinava qualche pasticcio o disubbidiva le due per punirlo lo rinchiudevano in una stanza che stava sul loro pianerottolo lontana dal loro appartamento. Dentro era buio pesto, succedeva che dopo poco tempo sentisse una presenza, non era amichevole perchè gli bisbigliava che da lì doveva andarsene. Non disse mai nulla per paura di essere considerato pazzo, ma all’età di diciotto anni fece delle ricerche e scoprì che quella era stata la casa di Masaniello l’eroe popolare che nel settecento si era messo a capo della rivolta di Napoli. Da qui è nata la frase “ I su pazzo masaniello è turnato”.

Post tratto dal blog di Cesare Monti

Ricordando Cesare Monti, il post in cui ha raccontato l’artwork dell’album Pino Daniele

Cesare Montalbetti, meglio conosciuto come Cesare Monti, fotografo, grafico, concept creative, regista, scrittore insomma un Artista a tutto tondo (e la A maiuscola non è un caso).

È stato negli anni ’70 ed i primi anni ’80, concept-creative per numerose case discografiche ideando e realizzando gran parte delle copertine degli album pubblicati in quel periodo. Tra gli artisti con i quali Cesare Monti ha lavorato ricordiamo Lucio Battisti, Fabrizio De Andrè, Dik Dik, Edoardo Bennato, Pfm, Equipe 84, Angelo Branduardi, Banco del Mutuo Soccorso e Pino Daniele.

Per Pino ha realizzato la cover e il progetto grafico di quattro album storici: Pino Daniele, Nero a metà, Bella ‘mbriana, Vai mò (oltre ad essere l’autore della foto simbolo del “supergruppo” presente in Vai Mò).

E soltanto il 13 gennaio scorso sulle pagine di la Repubblica, Cesare Monti in un’intervista diede un suo ricordo personale di Pino raccontando il loro primo incontro, aneddoti su Pino e sulla realizzazione delle copertine.

Lo scorso 23 febbraio Cesare Monti ci ha lasciati e noi di “PINO DANIELE wordpress.com” vogliamo ricordarlo e ringraziarlo pubblicando alcuni suoi post tratti dal suo blog in cui racconta di come sono nate le diverse cover realizzate per Pino, dell’idea che si cela dietro queste opere ed anche di alcuni preziosi aneddoti.

 

 

 

Post di Cesare Monti, domenica 17 novembre 2013.

 

 

Pino era un ragazzone che a denti stretti parlava un dialetto misto all’italiano, era difficile capire cosa dicesse, sembrava che bisbigliasse con quel tono un po’ afono. Mi piaceva l’idea di costruire un’immagine che rappresentasse la ciclicità della vita. Il giochino stava nell’aggiungere alla base l’orario delle quattro immagini, immagini in ordine di tempo, solo la prima e la quarta hanno il medesimo orario pur non essendo la stessa. E’ la teoria dei corsi e ricorsi storici le cose si ripetono continuamente, ma come specifica Francesco Guicciardini, nel ripetersi le cose mutano leggermente anche se tutto cambia per rimanere uguale così citava nel Gattopardo il principe di Salina.
Feci la foto nel bagno dell’albergo dove era alloggiato, un hotel sotto la Galleria del Corso. In quella Galleria era passata la storia della musica italiana e prima ancora il varietà, la rivista. Ai tavoli dei bar potevi vedere Battisti e Mogol, Modugno e Vaime, Dario Fo e Franca Rame, la Vanoni e la Mina, Giorgio Gaber e Celentano, Jannacci e Cochi e Renato, lì sotto nascevano le compagnie, i gruppi, c’erano le case discografiche più importanti tra le quali la Numero Uno, tutte le edizioni, insomma il mondo musicale.
Mi piaceva anche poter rompere gli schemi,  mettere in discussione ciò che nel fronte copertina avevo teorizzato. Lo scorrere dell’acqua a simboleggiare il tempo che trascorre, il lavandino che si riempie a significare che le cose non sono sempre uguali, ma per dare forza a tutto ciò occorreva un gesto imprevedibile non programmabile, così l’uomo si alza ed esce di scena, cambiando il percorso prestabilito, affermando quello che i cristiani chiamano, libero arbitrio.

 

 

 

Post tratto dal blog di Cesare Monti

Pino Daniele. Il ricordo del fotografo ufficiale, Roberto Panucci: "Era un uomo generoso e sorridente"

            

                (05 gennaio 2015)

 

 

“Se oggi dovessi ricordarlo con una mia foto ne sceglierei una scattata a Verona, nel settembre del 2014. È un’immagine in cui Pino si inchina per salutare il pubblico; e i fari e le luci che si vedono nel buio sembrano delle stelle che lo accompagnano, questa volta per l’ultimo viaggio”. Così Roberto Panucci, il fotografo ufficiale di Pino Daniele, ricorda in un colloquio con l’HuffPost il cantante deceduto nella notte per un infarto. Una notizia che ha scosso il mondo della musica, tutti. E anche, naturalmente, chi con Pino ha lavorato a stretto contatto. Nel caso di Roberto, tre anni in giro per tour e concerti. L’ultimo incluso, quel “Nero a metà” di dicembre che ha toccato sei date tra Roma, Napoli e Milano.

Roberto ripete che non se lo aspettava. “Non è un segreto per nessuno che Pino avesse problemi al cuore e alla vista. Erano tutti molto attenti, a non farlo stancare, a farlo riposare. Eppure, che non arrivasse a 60 anni sono sicuro che nessuno poteva prevederlo”.

Quali sono le sue foto che secondo lei lo rappresentano di più?
Così, senza pensarci troppo, direi una del 2012, scelta peraltro come locandina per il concerto di Napoli “tutta ‘n’ata storia”. E’ una foto semplice, in cui impugna la chitarra e sorride, con una smorfia da rocker. Ecco, per me Pino è così e voglio ricordarlo così: uno che sorride, felice.

Ce ne sono altre, legate a momenti particolari?
Se penso alle più recenti, mi piace molto quella di Conegliano, scattata appunto qualche settimana fa durante l’ultimo tour. Anche qui, con l’amico Tullio De Piscopo, era felice. Così come secondo me lo rappresenta bene la foto in cui Fiorella Mannoia appoggia la testa sulla sua spalla, sempre a Verona.

Con Fiorella Mannoia erano molto amici, vero?
Sì, ma non è per questo. Per me Pino era un mostro sacro, il grande mito della mia adolescenza. Iniziando a lavorare con lui ero quasi timoroso, avevo un grande rispetto. Poi ho scoperto quanto sia una persona semplice e diretta. Davvero, un antidivo capace di mettere a proprio agio chiunque. A partire dal palco. La capacità di Pino di condividere il palco con i suoi ospiti mi ha sempre colpito molto: era un uomo generoso, che non prevaricava mai e lasciava sempre spazio agli altri. Era uno che credeva nei giovani, anche quando – come nel caso di Emma Marrone – le critiche non mancavano.

In cosa dimostrava la sua semplicità?
Condivideva con il pubblico dei sentimenti anche molto personali. Mi ricordo di quando sua figlia era tra il pubblico e lui disse che per forza, a quel punto, doveva dedicarle la sua canzone, “Sara non piangere”. Sara era appena tornata da un viaggio, e Pino disse che anche se era diventata grande – come ogni genitore – l’avrebbe sempre vista piccola, uno scricciolo da difendere.

Un ultimo ricordo?
Nell’ultimo tour era felice. Più felice del solito. Per questo mi sono ricordato della foto di lui che sorride con la chitarra. Perché nelle ultime settimane ha sorriso spesso. Era sul palco con gli amici di sempre, e si vedeva che si divertiva, che era sereno. Si lasciava andare a dei fuoriprogramma, ad assolo emozionanti. Ne parlavamo anche con i tecnici: ci siamo resi conto che quando è felice, i concerti riescono meglio.

 

 

di Michela Rossetti

Pino Daniele, "così timido e riservato, vi racconto il genio in bianco e nero"

    (13 gennaio 2015)

Intervista a Cesare Monti, l’artista che firmò le copertine dei dischi storici di Pino Daniele: “Passavamo ore a parlare di musica”

 

Il mitico gruppo è tutto lì, in una foto in bianco e nero che a Napoli è famosa almeno quanto quella dei Beatles sulle strisce di Abbey Road. Non manca nessuno. Pino Daniele, James Senese, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Tony Esposito e Rino Zurzolo. La scattò Cesare Monti, fotografo, artista visivo, regista, ma soprattutto l’autore delle copertine di album che hanno fatto la storia della musica italiana. Nel suo studio di Milano, negli anni Settanta, sono nate le cover di dischi per i Dik Dik (gruppo in cui milita il fratello Petruccio Montalbetti), Lucio Battisti, Fabrizio De André, Pfm, Edoardo Bennato, Ivano Fossati. E Pino Daniele, appunto, di cui ha firmato le copertine degli album “Pino Daniele”, “Nero a metà”, “Vai mo’” e “Bella ‘mbriana”. Nacque subito un’amicizia. «Avevamo un feeling speciale — racconta Monti — ho lavorato con molti musicisti importanti ma lui è uno dei pochi di cui sono andato a sentire un concerto. Battisti è stato il più grande musicista che ho incontrato, ma Pino è quello che ho amato di più».

Ricorda il vostro primo incontro?
«Fine anni Settanta, il periodo in cui cominciavo a staccarmi dalla discografia. Però Pino mi piaceva e volevo lavorarci. Venne a Milano, io e mia moglie lo portammo in un negozio a comprare dei vestiti nuovi, perché lui vestiva un po’ così… da scugnizzo diciamo. Era un ragazzo timido, un gigante buono».

Lei è l’autore della foto che ritrae Pino Daniele con il suo gruppo storico.

«Mi hanno detto che è diventata un simbolo a Napoli. La scattai allo Stone Castle di Carimate, dove Pino stava registrando “Vai mo’”. La nostra collaborazione però era cominciata qualche anno prima, con la copertina del disco “Pino Daniele” con le quattro foto in ordine di tempo».

Che è anche una sorta di rompicapo.

«Sì, perché solo la prima e l’ultima hanno lo stesso orario anche se non sono uguali. La scattai nel bagno del suo albergo sotto la Galleria del Corso a Milano. Il concetto alla base è la ciclicità della vita. Riprende la teoria dei corsi e ricorsi storici di Francesco Guicciardini: le cose si ripetono continuamente, ma ripetendosi cambiano anche se di poco».

È la sua foto più bella?
«Io preferisco quella in bianco e nero, sempre di quell’album. Pino seduto su un panca con la chitarra, con la testa rivolta di lato. Sembra un Donatello».

 

Scatti inediti di Cesare Monti (tratti da repubblica.it)

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Poi ci sono “Nero a metà” e “Bella ‘mbriana”.
«La copertina di “Nero a metà” è nata all’improvviso. Ci incontrammo sulla strada tra Roma e Siena e mi venne l’idea di fare questa foto di Pino con chitarra in spalla e un fiumiciattolo alle spalle. Per “Bella ‘mbriana” invece siamo sulle scale della mia casastudio di viale Monte Nero a Milano. Ho voluto scattarla lì perché ci vedevo un’ambientazione napoletana, le scale di un palazzo un po’ fatiscente del centro storico».

Pino frequentava la sua casastudio?

«Sì, veniva sempre a trovarmi. Ma non era il solo, anche De André si fermava spesso, sembrava un club, un ritrovo di artisti. Ricordo che appena arrivava Pino, tante volte in compagnia di James Senese, mi diceva: “Cesare, fà nu cafè, jà”. E si restava lì per ore a parlare di musica».

Qualche episodio particolare?
«Una volta mi raccontò che il riferimento a Masaniello in “Je so’ pazzo” è legato a un’esperienza diretta, a una presenza che “abitava” nella casa in cui viveva da piccolo e che lui pensava essere lo spirito di Masaniello. Da lì quindi «Masaniello è turnato». Un’altra volta mi raccontò della sua sorpresa per piazza Plebiscito strapiena in occasione del suo concerto del 1981. Appena intonò “‘Na tazzulella ‘e cafè”, la gente cominciò a cantare così forte che Pino non riusciva nemmeno a sentire la sua voce. Mi disse: “Capisci, Cesare? Cantavano a squarciagola una canzone che io avevo scritto così, un giorno, al cesso. Incredibile”».

Un affetto travolgente.

«Ma i napoletani sono così. Autentici, di cuore e dotati di un’ironia impareggiabile. Ne ho conosciuti tanti: Edoardo Bennato, Enzo Avitabile, Lino Cannavacciuolo. Io, milanese doc, ho sempre lavorato benissimo con loro, mi sono sempre divertito. Hanno la forza di una cultura unica e una passione straordinaria. De Piscopo, per esempio. Ha una vitalità eccezionale, ci mette il cuore in quello che fa. E poi l’amore dei napoletani per Pino credo rappresenti la voglia di rivalsa di una città che vuole liberarsi dall’oleografia e tributare il giusto riconoscimento a un musicista di altissimo livello».

Il successo cambiò Pino?

«Divenne più sicuro di sé, ma mai presuntuoso. Battisti invece era uno sempre molto convinto delle sue possibilità. Pino, in questo, somigliava più a De André».

Dicono fosse burbero.

«Non è vero. Era timido e riservato, sì. I burberi spesso sono timidi, basta trovare la chiave per farli entrare dentro di te. Poteva dare quest’impressione, ma in realtà era un uomo molto dolce, affettuoso, profondo. Come il suo amico Troisi. Un uomo burbero e antipatico non scrive quei capolavori».

Ai funerali in piazza Plebiscito c’erano centomila persone. A Pino, così schivo, avrebbe fatto piacere?
«Penso proprio di sì. Non credo che possa non far piacere così tanto amore, no?».

 

di Mario Basile

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