Archivi Blog

“Tracce Di Libertà”, la recensione di Blogfoolk

 

 

E’ passato poco meno di un anno dalla prematura scomparsa di Pino Daniele ed in questi mesi sono state diverse le iniziative volte a celebrare la sua musica, a partire dallo splendido disco dal vivo postumo “Nero A Metà Live. Il Concerto”, passando per l’istituzione della Fondazione voluta dai suoi familiari, fino alla nascente mostra permanente che vedrà la luce all’interno del Mamt di Napoli. In questo contesto si inserisce anche la pubblicazione del cofanetto “Tracce di Libertà”, che raccoglie i primi tre dischi di Pino Daniele “Terra Mia” del 1977, “Pino Daniele” del 1979 e “Nero a Metà” del 1980, proposti in due versioni una Deluxe Edition contenente tre cd, e una Super Deluxe Edition dedicata ai completisti, che raccoglie in sei dischi il work in progress di ogni album con i relativi demo e brani inediti (tra cui “Napule se scet’ sotto ‘o sole”, “Mannaggia ‘a morte”, “Stappi-stopotà”, “Figliemo è nu buono guaglione”, “Na voglia ‘e jastemmà” ed un brano strumentale senza titolo). Riascoltare in sequenza questi tre splendidi album è l’occasione per fare un salto indietro nel tempo, e ripercorrere un momento straordinario non solo della vita artistica di Pino Daniele ma anche della scena musicale Napoletana. Torniamo indietro, dunque, al 1977. E’ in quell’anno che, mentre la storia d’Italia viene segnata in modo indelebile dalle Brigate Rosse, dalla strategia della tensione e dagli scontri in piazza, un giovane cantautore napoletano di belle speranze si affaccia al mercato discografico con “Terra Mia”. E’ Pino Daniele ed alle spalle ha una solida esperienza maturata con il gruppo jazz-rock Batracomiomachia al fianco di Enzo Avitabile, ha suonato come bassista nei Napoli Centrale di James Senese, e come chitarrista nel disco solista di Mario Musella e in “Suspiro” dei Sain Just di Jenny Sorrenti, ma soprattutto solo un anno prima ha rinunciato a partecipare al concorso per assistente di volo dell’Alitalia, preferendo un provino con la casa discografica che avrebbe stampato il suo primo disco. 

“Terra Mia” ha preso vita a Roma nello Studio Quattro Uno di proprietà di Claudio Mattone, e complici di quel giovane cantautore è il meglio della scena musicale di Napoli, Rino Zurzolo al basso, Ernesto Vitolo alle tastiere, Rosario Jermano alla batteria e alle percussioni, ed Enzo Avitabile ai fiati. Nell’intreccio tra la tradizione musicale napoletana con il jazz, il blues e il funk d’oltreoceano è racchiusa tutta l’esplosività del Neapolitan Power, un sound in nuce già presente nei dischi degli Showmen e dei Napoli Centrale ma che Pino Daniele esalta con il suo background musicale impastato nei dischi di Elvis Presley e di Eric Clapton. Nonostante il successo di “Napule è” e “Na Tazzulella ‘e Cafè”, subito segnalatesi tra i brani più gettonati di “Alto Gradimento”, il disco vende poche migliaia di copie, ma quell’album lascia un segno indelebile. “Terra Mia” è, infatti, un’ istantanea sonora che ritrae Napoli in tutta la sua complessità, nelle sue contraddizioni, nelle sue ferite, raccontando le storie e le inquietudini della sua gente. Tutto ciò emerge in brani come le struggenti “Napule è”, “Terra Mia” e “Cammina Cammina”, le pungenti “’Na Tazzulella ‘e cafè” e “Ce stà chi ce pensa”, o ancora in “Suonno D’Ajere”, “Che Calore” e “Fortunato” che riascoltate oggi conservano intatta tutta la loro poesia. A fornirci però il quadro completo della vulcanica ispirazione che animava Pino Daniele è l’ascolto dei demo inediti di “Terra Mia”, “Che Calore” e “Chi Po Dicere” e la versione alternativa di “Saglie, Saglie”, quattro esempi importanti di quale fu l’approccio alla registrazione del suo disco di debutto, una ricerca musicale a tutto tondo da Napoli agli States. Il secondo disco “Pino Daniele” del 1979 ci presenta il cantautore napoletano in piena fase di maturazione artistica, sempre più cosciente dei suoi mezzi e senza dubbio forte della stessa squadra di musicisti che lo aveva accompagnato nel primo disco e poi anche sul palco. In studio il disco prende vita in modo quasi naturale, e nell’ispirazione di Pino Daniele la lava del Vusuvio comincia a farsi bagnare con maggior decisione dalle acque del Mississippi. 

 

Solo in apparenza è però un disco di transizione perché nei suoi solchi sono racchiusi brani straordinari come la canzone d’amore “Je Sto Vicino A Te”, la splendida “Chi Tene ‘o Mare”, e “Je so’ pazzo” che diventerà negl’anni uno dei suoi brani più famosi, allo stesso modo non mancano vere perle come il ritratto “Donna Cuncetta”, la malinconica “Putesse Essere Allero. Anche in questo caso illuminanti sono i brani inediti posti a corredo del disco come i bozzetti iniziali di “Basta ‘na jurnate e sole” e “Chillo è nu buono guaglione”, che ci conducono nel cuore del processo creativo di Pino Daniele e del suo gruppo. La forza prorompente del songwriter napoletano esplode con forza in “Nero a Metà” del 1980, del quale nel 2014 è stata pubblicata una splendida “Special Expanded Edition”, che affiancava al disco originale, rimasterizzato per l’occasione, due inediti e i demo di sette brani. Nei solchi di “Nero A Metà” è racchiuso un sound dal feeling unico ed irripetibile in Italia che emerge con forza travolgente nell’iniziale “I Say I’ Sto Ccà”, permea il manifesto artistico “Musica Musica”, e brilla nella canzone d’amore “Quanno Chiove” in cui spicca il sax di James Senese. Il disco però riserva momenti esaltanti come il blues viscerale “Puozze Passà Nu Guaio” e il crescendo dell’introspettiva “Voglio Di Più”, in cui il cantautore napoletano si racconta tra problemi esistenziali e le sue aspirazioni di musicista e trova il suo vertice prima nella tessitura melodica di “Appocundria” in cui brilla alle congas Karl Potter e poi nel funky di “A Me Me Piace ‘O Blues”. Seguono l’altra splendida canzone d’amore “E So’ Cuntento ‘e Stà’”, l’ irresistibile blues di “Nun Me Scoccià”, e la pura poesia jazzy di “Alleria”, per giungere al finale con la superba “A Testa In Giù” e i ritmi latin di “Sotto ‘o sole”. Rispetto alla Special Expanded Edition da cui provengono “Hotel Regina” e “Tira ‘a carretta” , “Tracce di Libertà” ci regala ancora un inedito, la struggente “Na Voglia ‘e Jastemmà”. Dopo questi primi tre dischi la carriera di Pino Daniele si è evoluta in modo multiforme, seguendo il sentiero tracciato dalla sua curiosità musicale, dando vita da altri dischi eccellenti e ad una serie di fortunate collaborazioni internazionali sempre più prestigiose. Ad arricchire il cofanetto è un corposo booklet con le fotografie inedite di Guido Harari, e Lino Vairetti, e una serie di aneddoti, testi biografici e curiosità. “Tracce di libertà” è, dunque, un documento sonoro preziosissimo perché cristallizza in un unicum l’evoluzione sonora del Neapolitan Power, ed il momento più alto della carriera artistica del cantautore napoletano. 

 

 

di Salvatore Esposito

Pino Daniele, il primo cofanetto è realizzato dal figlio Alessandro: "Fedele a se stesso"

   (26 Dicembre 2015)

Si intitola “Tracce di libertà” la raccolta con i tre album cardine di Daniele e tre cd di rarità. A realizzarlo, a un anno dalla morte, il figlio Alessandro: “Era giusto lasciare tutto così com’era stato registrato, con i rumori della casa, i clacson delle auto in strada, il respiro della città”

 

 

Alessandro Daniele, figlio di Pino Daniele, ha una difficile eredità da gestire. E’ lui che ha realizzato il primo cofanetto, a un anno dalla morte del padre, con il quale iniziare un lungo percorso di valorizzazione del catalogo del grande musicista napoletano. Il cofanetto, intitolato Tracce di libertà, contiene Terra mia, Pino Daniele e Nero a metà ma soprattutto 3 cd con demo, provini, versioni alternative e 6 brani inediti e un libro di 60 pagine con foto inedite, aneddoti, curiosità e testi biografici. Un album live era già uscito, ma per Alessandro questo è un nuovo inizio “Il disco live era nato da una necessità contrattuale, questo è invece il primo progetto nato davvero dopo la morte di mio padre. Volevo ripartire dall’inizio, riproporre i primi tre album di Pino ma anche, soprattutto, cose registrate prima, provini, nastri che aveva conservato Rosario Iermano, bobine a due o quattro tracce. Abbiamo pensato che queste registrazioni avrebbero dato davvero senso al progetto”.

 

Molte sono registrazioni quasi amatoriali…
“Secondo me era giusto lasciare tutto così com’era stato registrato, non mettere le mani su niente, mi piaceva l’idea di lasciare tutto nella versione originale, sia le registrazioni casalinghe, con i rumori della casa, i clacson delle auto in strada, il respiro della città. Ascoltandoli sembra di essere lì insieme a Pino. E poi quelli fatti con la casa discografica. L’idea era quella di mettere nel cofanetto delle tracce di vita, una finestra su questo ragazzo che amava la musica e che viveva di musica, le sue prove prima di arrivare alla realizzazione dei primi dischi. Credo che si capisca molto di lui ascoltando queste registrazioni”.

Sembra di avere tra le mani delle foto scattate all’epoca.
“Si, credo che ci sia molto altro oltre la musica in quelle registrazioni, ci sono le amicizie, la tribù dei musicisti con cui viveva, le cose che amava, e soprattutto i suoi sogni di ragazzo. Spero che chi ascolta queste cose, soprattutto i più giovani, possa trovare una fonte d’ispirazione per un proprio linguaggio musicale. Come faceva lui, che ascoltava Coltrane, la Nccp, i Blind Faith, per trovare la sua voce, la sua musica. C’è tutto quello che viveva all’epoca, poi qualche curiosità, come Donna Cuncetta registrata con un giocattolo comprato all’autogrill, e tanti brani conosciuti registrati in maniera diversa. Brani che raccontano la sua ricerca, il modo in cui è arrivato a realizzare i suoi primi dischi”.

Riscoprire il passato di suo padre è anche un modo per guardare avanti?
“Ovviamente è così, sperando che il meglio debba ancora venire. Guardando indietro puoi trovare la strada giusta per andare avanti, ascoltare le cose del passato per trovare cose giuste per oggi. La cosa bella di tutto questo lavoro è che alla fine mio padre è sempre stato fedele a se stesso, anche rischiando di sbagliare, provando costantemente cose diverse. E credo che questa sia la cosa che si scopre ascoltando queste registrazioni”.

 

 

di Ernesto Assante

«Le canzoni secondo mio padre Pino»

LA LETTERA | Alessandro Daniele e il cofanetto con i vecchi provini

 

È una grande responsabilità mettere le mani sul patrimonio musicale lasciato da mio padre, soprattutto su quello inedito. Quando la Universal Music mi ha proposto di realizzare il cofanetto appena arrivato nei negozi «Tracce di libertà» che raccoglie i suoi primi tre album scavando tra provini, rarità e versioni alternative a quelle ufficiali, il buon senso mi ha spinto fin da subito a non voler toccare le tracce audio, se non per il semplice lavoro di missaggio… ma in seguito mi è venuta l’idea di non toccarle proprio!

Infatti ho lasciato completamente integre le registrazioni ed i provini, dall’inizio alla fine di ogni brano… così facendo si svelano i rumori della sala di registrazione… dagli annunci vocali dell’inizio dei brani al nastro che si riavvolge alla fine della registrazione, fino alle battute tra Pino ed i musicisti. Personalmente trovo magici i provini fatti in casa. In sottofondo si sente il respiro della città, dal traffico alle voci dei passanti in mezzo alla strada, è tutto molto vero, caldo, ed è un vero e proprio documento audio. Papà mi disse «ogni album è lo specchio di me steso, un insieme di tutte le esperienze vissute fino a quel momento»… ma anche l’occasione ed il veicolo per parlare di te e dei tuoi stati d’animo. Ricordo che Pasolini diceva che il primo modo di  comunicare con gli altri è essere se stessi, ed ho sempre ritrovato questa verità in tutti gli album di mio padre… anche se principalmente per lui il suo codice per comunicare è sempre stata la musica.

«Tracce di libertà» è un vero percorso emozionale reso possibile grazie ai ricordi delle persone che hanno partecipato alla creazione di quello che è stato: uno è l’amico di sempre Rosario Jermano (che fin dall’inizio credette in Pino spingendolo a realizzare i primi provini) e dall’altra parte mia madre Dorina (all’epoca fidanzata di mio padre ed anche corista nel primo album); hanno conservato con cura i nastri, le foto ed i ricordi…senza i quali questo progetto non sarebbe stato possibile.

«Tracce di libertà» è tracce di vita, ma senza entrare troppo nella vita privata… perchè quella è «tutta n’ata storia!». Il mio sogno è che le attività in nome della memoria artistica di mio padre trovino la stessa continuità anche nel cambio generazione tramite i miei fratelli più piccoli e la Fondazione Pino Daniele Trust Onlus.

 

di Alessandro Daniele

Sei canzoni a sorpresa dagli archivi di Daniele

      (4 novembre 2015)

I primi tre album ristampati in un prezioso box

 

È il lavoro che tutti i danieliani duri e puri hanno sognato per decenni, ma anche quello di cui avrebbero fatto volentieri a meno, visto che vede la luce solo perché Pinotto non c’è più. «Tracce di libertà», nei negozi il 4 dicembre, è un viaggio al termine del primo Pino Daniele: raccoglie i suoi primi tre album, li smonta mostrandone il dietro le quinte in una sequenza di provini casalinghi e versioni alternative, li completa con sei inediti di cui mai prima si era parlato, rimasti nei cassetti del cantautore, e tirati fuori dal figlio Alessandro, che è stato suo road manager ed ora ne cura le memoria con la Fondazione Pino Daniele il cui primo atto è proprio questo «percorso emozionale che racconta un ragazzo a cui piaceva il blues, ma anche la sua città, i suoi anni Settanta, insieme formidabili e controversi, i suoi compagni di viaggio».

Alex ha lavorato al progetto nello studio che fu del padre, cercando di fare i conti con la sua scomparsa improvvisa: «Prima mi sono chiuso nel dolore», spiega con il pudore di chi preferirebbe sempre restare dietro le quinte, «e nel silenzio, in me stesso, insomma. Poi ho sentito l’enorme onda dell’affetto che circonda papà come artista e come uomo». Non riesce a parlarne al passato, Alessandro: «Non è passato, io lo sento presente, è qui». E, di sicuro, è dentro «Tracce di libertà», che arriverà nei negozi, fisici e virtuali, in triplice versione: super deluxe, con sei cd e un libretto di 60 pagine con testi, foto, curiosità e i sei inediti; deluxe, con tre cd, booklet e un inedito; digitale con gli stessi contenuti audio di quella deluxe.

«Terra mia» (1977), «Pino Daniele» (1979) e «Nero a metà» (1980) sono dischi epocali, continuano la tradizione della canzone napoletana rivoluzionandola, portano la rabbia e la voglia di rivoluzione in testi fino a quel momento condannati a parlare d’amore melenso, ritrovano un dialetto antico che sa farsi modernissimo, tengono insieme le radici e le ali, la veracità e il sogno blues rock americano, la tradizione e la contemporaneità. Il cofanetto ce li consegna com’erano, poi li «raddoppia»: come già era successo con la versione extended di «Nero a metà», ultimo progetto discografico pubblicato in vita dall’Uomo in blues.

«Terra mia», l’lp d’esordio, diventa così un work in progress, una macchina del tempo che ci porta a casa di Rosario Jermano, percussionista, primo complice e poi amico di una vita, dove le canzoni venivano fermate su un nastro, spesso una normalissima cassetta. Alex ha trattato quei materiali con amore e rispetto, lasciando gli errori, le battute, i fruscii. Il demo di «Chi po’ dicere» apre il tutto con versi che oggi hanno un altro senso: «Chi po’ dicere / ca sto’ mrenno/ Chi po’ dicere ca so’ cuntento/ Chi po’ dicere/ ca sto’ sbaglianno». «Terra mia», il brano, è la prima di tante tracce di libertà: è nuda, scabrosa, emozionante. «Saglie, saglie» conosce più vestiti, anche uno che prova a tradurla in italiano, «Ma che puzza dint’‘a stu vico» è l’abbozzo da cui nascerà «Ce sta chi ce penza».

Poi arrivano le sorprese, i primissimi brani scritti dal 1973 in poi. «Napule se scet’ sotto ‘o sole» registrata in un deposito a corso Malta, probabilmente è antecedente a «Napule è», potrebbe essere un primo tentativo di raccontare una città insieme immobile e in movimento, di grande bellezza e di grande bruttezza, catata dai poeti e stuprata dai politici: «A vecchia ca venne ‘e castagne/ se more ‘e friddo e nun dice niente/ con poche sorde nun c’a fa». A Napoli si vive sotto il sole, si muore sotto il sole: la ballata è cantautorale e folk, ingenua, solo una chitarra, un flauto, dei tamburi. «Mannaggia ‘a morte» è appena uno stralcio, desimoniano, non a caso arriva da una registrazione di una messinscena all’ormai mitico Teatro Instabile, con Gianni Battelli al violino.

Il libretto correda tutto con pagine delle agende personali che il musicista teneva in quegli anni, di testimonianze spesso minime, tenere. Dorina Giangrande, futura prima moglie del cantautore, compare sulla scena per caso: accompagna una corista in studio, è l’unica ad avere la macchina a disposizione.

Con «Pino Daniele» il lavoro di lima delle composizioni si rivela persino più nettamente. Non ci sono solo arrangiamenti diversi, non ci sono solo vestiti provati ma non usati su una melodia all’inizio spoglia: «Je so’ pazzo», ad esempio, la conosciamo a memoria, ma nella prima versione, invece di dire «ed oggi voglio parlare», cantava «ed oggi voglio sparare», dando un contesto alla canzone più aderente agli anni di piombo, amplificando la rabbia del nuovo Masaniello che scandalizzava i  benpensanti con una parolaccia censurata da radio e classifiche. «Basta ‘na jurnata ‘e sole», invece, era di partenza «Basta ‘na giurnata ‘e sole» ed aveva un intarsio chitarristico in stile flamenco scomparso nella session definitiva. «Donna Cuncetta» nelle note autografe di Pino si intitolava «’Onna Cunce’» e all’ascolto sorprende  con un diverso intermezzo strumentale, come un contrappunto. «Il mare» inizia con un’osservazione: «Vabbè, suona come i Cream». Alla fine di «Je sto vicino a te» l’autore commenta: «Vabbè ci stanno le felle, ma che ce ne fotte». «Stappi-stopotà», il terzo inedito, è un divertissement ritmico che ricorda all’inizio la celeberrima «Can’t find my home» dei Blindth Faith. «Figliemo è nu buono guaglione» è il quarto: jazz mediterraneo tra Nccp e Weather Report, un duetto tra una voce femminile, una chitarra lisergica, la chicca più inattesa.

A «Tira ‘a carretta» e «Hotel Regina» che arricchivano la versione extended di «Nero a metà», Alessandro Daniele ha aggiunto, per l’occasione, altri due brani mai ascoltati prima: uno strumentale senza titolo, delicato, insinuante, e «Voglia ‘e bestemmia’», che ha movenze brasiliane e sa – come si diceva in quegli anni – che il personale è politico: «Tu dicive nun da’ retta/ nun ce penza’/ da ‘na mano a tutte cose/ e circa e campa’/ E si me guardo attuorno/ je nun vache niente/ so’ na pezza ‘mmane ‘a gente/ che me gira e avota comme vo’/ E ‘na voglia e jastemma’/ ca chianu chianu se ne va/ e cchiù ‘ncazzato me fa». Nel take in studio diventa più rock, c’è un sassofono (più probabilmente di Avitabile che di Senese), ma non finisce lo stesso nell’album, destinata ad essere scoperta solo ora.

Come queste «Tracce di libertà» che sarà doce e ammaro e inevitabile seguire con amore e rimpianto. «Le ho raccolte proprio per questo», conclude il figlio del Mascalzone latino, «mi piacerebbe che presentassero mio padre alle nuove generazioni, che parlassero del musicista oltre che del cantautore. Le sue canzoni viaggiano da sole, ai suoi dischi non posso aggiungere niente, se non, come in questo caso, delle occasioni per entrarci dentro meglio, più in profondità» 

 

di Federico Vacalebre

 


L’IDEA

Ogni disco in versione extended

«Mio padre per ogni disco lasciava da parte uno o due pezzi, e non sempre perché erano scarti: spesso succedeva che non lo ritenesse adatto a quel disco, che lo immaginasse estraneo per sonorità in quel dato progetto»: Alex Daniele racconta che, dopo «Tracce di libertà», tutta la discografia del cantautore scomparso il 4 gennaio scorso potrebbe tornare in circolazione in versione extended, con provini, outtakes e gli inediti tanto invocati dai collezionisti e dai fans più accaniti. Si parla anche di un’edizione integrale di tutta la sua opera, «ma bisogna mettere d’accordo diverse case discografiche». Vedremo».

 

di Federico Vacalebre

Pino Daniele racconta il «Nero a metà»

Il cantautore napoletano sabato a Conegliano riproporrà i disco del 1980. Mario Biondi ospite d’onore. «Voglio riportare sul palco un suono che non c’è più»

 

«Volevamo tornare a quel suono, a quelle canzoni con cui siamo riusciti a rompere le barriere tra Nord e Sud. Con la musica si riesce a fare quello che con altri mezzi sembra impossibile ». Pino Daniele spiega così la genesi della tournée legata al suo disco del 1980 «Nero a metà » che, dopo la data speciale all’Arena di Verona a fine agosto, ripartirà sabato dalla Zoppas Arena di Conegliano (Treviso, ore 21.30, ).

 

È stato il live in Arena che l’ha convinta a portare in tournée «Nero a metà»?

«Cantare in napoletano all’Arena di Verona è stato fantastico. È vero che ci aspettavamo un buon riscontro di vendite, ma ci ha veramente sorpreso quanto il pubblico fosse caldo e appassionato. Da lì abbiamo pensato che potessimo tenere alcuni concerti in giro per l’Italia ».

 

Il concerto in Arena diventerà un album live?

«Ho fatto tanti di quei dischi che penso non abbia molto più senso registrare concerti. Ora sto lavorando su materiale inedito e spero che un nuovo disco possa uscire il prossimo anno. Credo sarà un album acustico».

 

Che concerto sarà quello di Conegliano?

«L’idea è quella di riportare sul palco un suono che non c’è più, legato al disco “Nero a metà”. Per questo ho chiamato quei musicisti che con me hanno condiviso quel percorso: ci sarà la band storica con cui ho registrato l’album nel 1980 e altri amici come Tullio De Piscopo alla batteria e James Senese al sax».

 

Ci saranno ospiti diversi per ogni data, a Conegliano chi vedremo?

«Ci sarà l’amico Mario Biondi e magari qualche ospite che preferisco non annunciare in anticipo».

 

«Nero a metà» è stato ripubblicato con inediti, demo e versioni alternative. Riprendendo in mano quel materiale, c’è qualcosa che l’ha sorpresa?

«Certe cose le avevo proprio rimosse. Ascoltandole con un orecchio maturo ho scoperto che avevamo scartato alcune idee interessanti, così mi è piaciuta l’idea di portare alla vita qualcosa che non aveva mai visto la luce. È stato bello realizzare un doppio Lp come questo».

 

Quanto è stato importante «Nero a metà» per la sua musica?

«Per me è stato importantissimo. In quel periodo non capivo quale sarebbe stato il percorso che stavo intraprendendo, ma è iniziato tutto da lì, con “Nero a metà” abbiamo dato vita a canzoni napoletane e moderne al tempo stesso».

Quando ha capito che questo disco era diventato un classico?

«L’ho capito molto dopo. Quando ho visto gli approfondimenti di Rolling Stone e quando il disco è andato bene anche all’estero. Con “Nero a metà” avevo voluto calcare la mano sulla cultura nera, africana, sul blues, unito al nostro modo di essere mediterranei».

 

C’è una canzone su tutte a cui è particolarmente legato?

«Ognuna ha avuto una vita propria e ha saputo brillare di luce propria. Quella alla quale sono più affezionato è “Appocundria”, che è più vicina alle cose che faccio oggi e contiene già una melodia spagnoleggiante».

 

 

di Francesco Verni

Pino Daniele & Friends, serata speciale in Arena

Verona s’infiamma per il concerto del cantante napoletano. Sul palco con lui Elisa, Mannoia, Emma

Inizia alle 21.15 in punto accolta dall’ovazione di un anfiteatro folto di pubblico, caldo ed entusiasta. È la «serata speciale» di Pino Daniele che lunedì sera ha acceso l’Arena di Verona in una notte serena, tiepida e illuminata dalla luna, una rara eccezione nell’estate autunnale di quest’anno. Che sia una serata speciale, come più volte ricorda Pino Daniele, lo si è capito dalle prime note, quelle di «Terra mia», «il primo brano che ho scritto», ha spiegato l’autore. Quelle di «Quando» con la presenza, accanto alla band, dell’orchestra sinfonica Roma Sinfonietta diretta da Gianluca Podio, si fanno ancora più struggenti nel duetto con Elisa.

Elisa è solo una delle ospiti di una serata intitolata all’album del 1980 «Nero a metà», una serata che rappresenta il bilancio di una carriera artistica, dove la carica innovativa del blues italiano di Pino dei tempi di «Nero a metà», si ritrova in quel giocare con i ritmi con cui le canzoni memorabili del napoletano vengono rilanciate, latino americani, jazz, reggae e via dicendo. Un gioco che quando entra in scena la storica band del 1980 con James Senese, salutato dagli applausi incontenibili del pubblico, si fa veramente magico. Canta la canzone per Sara, la figlia che, racconta il chitarrista napoletano, «quando ho suonato qui aveva due anni, e che ora ne ha diciotto e sta in mezzo al pubblico», e poi tornano i duetti con quelli che Pino Daniele definisce i suoi amici più che gli ospiti: Fiorella Mannoia (che approdata in Arena dopo un ritardo dell’aereo confessa di non aver provato) che esalta la poesia di «Senza ‘e te», poi Emma («artista che amo molto perché è pazza come me”», che fa esplodere «Je so pazzo». «Sotto ‘o sole» esce dal confronto di due voci così diverse, quella unica di Pino Daniele e quella profonda di Mario Biondi che omaggia così colui che considera il suo maestro. E infine Francesco Renga che reinterpreta a suo modo «Musica musica», e cantare «la musica è tutto quello che ho», dà il senso a tutta la serata con il suo emozionante sguardo evocativo. Poi è tutto un inanellare di perle, da «I say i’ sto ccà» a «Quanno chiove» e «A me me piace ‘o blues», finché gli amici non si ritrovano tutti sul palco per intonare «Napul’è», certo non molto provata ma di sicuro molto sentita. E con «Yes I know my way» si chiude una serata che più che speciale è stata indimenticabile.

 

di Camilla Bertoni

Pino Daniele, Nero a metà forever

Trionfo all’Arena di Verona, meglio la superband dei duetti. Si replica a Napoli in dicembre: “E l’anno prossimo un album di inediti”

«I say i’ sto ccà». Il Nero a metà è contento di essere di nuovo qui, «con la stessa voglia di fare musica di allora, con gli stessi amici-compagni di avventura di allora, più tanti nuovi». Pino Daniele infila il concerto-celebrazione del suo terzo, storico, album, tra un’«Aida» e una «Madame Butterfly», ha preso gusto a rimettere mano nel suo canzoniere vintage, a considerare ogni concerto come una session-storia a parte. I diecimila dell’Arena di Verona si godono l’evento con lui: «Me siento ‘a guerra, il resto non lo so».

A 59 anni il Mascalzone latino si sente davvero «’a guerra», si diverte, pazzea con la chitarra classica, vecchio amore ritrovato, mettendo da parte i plettri, parea con l’orchestra (la Roma Sinfonietta diretta da Gianluca Podio), passione messa da poco alla prova del palco. Torna sul luogo del delitto – un album storico, una «cornice di cui spero di essere degno», da cui iniziò la sua carriera grazie al Festivalbar, dove lanciò «Je so pazzo») – con la consapevolezza di un maestro che vuole attraversare con dignità gli anni del suono di plastica. Elisa, Francesco Renga e Emma sono «giovani con cui mi piace mettermi alla prova», Mario Biondi «un fratellone che divide con me la passione per il jazz e l’improvvisazione», Fiorella Mannoia «un’amica antica». Massimo Ranieri non c’è, problemi dell’ultimo minuti l’hanno costretto a dare forfait: «Spero che potremo recuperare quello che avevamo preparato, un’omaggio all’arte di Eduardo, tra teatro e cinema, nel trentennale della scomparsa».

Qualcuno ipotizza che la coppia verace possa spuntare sul palco del Palapartenope il 16 e 17 dicembre: «La risposta di pubblico ci ha convinti a mettere in piedi un minitour, senza orchestra, con un ospite per tappa. Ma è presto per parlarne»: l’11 dicembre a Bari, il 13 a Roma, poi Napoli appunto («per quest’anno facciamo questa cosa qui, nel 2015 riprenderemo la tradizione di “Tutta n’ata storia”»), il 22 a Milano. Al centro dell’operazione la second life di un disco appassionato e appassionante, dove si vedevevano «compagni» che chiedevano poltrone e bambini morire, dove si voleva di più di quegli anni amari (e figurarsi di quelli attuali). «All’epoca eravamo giovani, non capivamo che cosa stavamo facendo, oggi ci siamo resi conto di quale cocktail di poesia e suoni avessimo messo insieme», spiega Agostino Marangolo, batterista originale di «Nero a metà», presente con quasi tutti i compagni di studio dell’epoca: «Il formidabile James Senese al sassofono, che è uno dei motivi per cui credo ancora nella musica, Gigi De Rienzo al basso, Ernesto Vitolo al piano e le tastiere, Rosario Jermano e Tony Cercola alle percussioni», spiega Daniele, che però non ha rinunciato ai suoi attuali colleghi di tour: «Rino Zurzolo, un altro dei miei punti di riferimento sicuri, al contrabbasso, Daniele Bonaviri alla chitarra classica, Elisabetta Serio al piano e Alfredo Golino alla batteria».

L’inizio è orchestrale («Terra mia»), la prima parte dello show è antologica, la seconda si concentra su «Nero a metà», il cuore del concerto più che nei duetti poco centrati sta nel set acustico, nel doppio affondo di «Appocundria» e «Alleria». Elisa si misura subito con «Quando», Renga la segue con «Musica musica», Pino li mette insieme per «Voglio di più». Biondi si scatena in «Sotto ‘o sole» e «A me me piace ‘o blues». Emma esagera come sempre in «’I so pazzo» e «Nun me scuccia’», Fiorella Mannoia è misurata come sempre in «E so’ cuntento ‘e sta» e «Senza ‘e te». Il finale collettivo è riservato a «Napule è» e «Yes I know my way». Le due band si alternano, Senese è il solito, gigantesco, sassofono che ulula alla luna, ma fa sentire anche la sua voce nell’esorcismo di «Puozze passa’ nu guaio».
«I say ‘i sto ccà» come «Voglio di più», come «A testa in giù», come il capolavoro assoluto “Quanno chiove” sono madeleine danieliane che mandano in sollucchero il pubblico: «Questo è un atto d’amore e perseveranza, non di celebrazione e di nostalgia», ricorda Pino, che non si nega, dietro le quinte, a commentare il caso del concerto dei 99 Posse, non graditi a Verona perché «comunisti e napoletani»: «Quando la musica è militante rischia di finire nel mirino. Io non faccio politica, oggi meno che mai, ma da uomo di sinistra mi è capitato di essere stato giudicato da uomini di destra, che sapevano come la pensavo e quindi…». E quindi si gode lo sfizio di far cantare tutta l’Arena nel suo dialetto, anzi nella sua lingua.

Il neapolitan power, intanto, trova nuovi eredi: «Il rap sta a Clementino e Rocco Hunt come il blues e il rock stava a noi. L’hip hop in Italia ha due facce: a Milano fa i conti con il cemento, a Napoli con le radici». Pino conosce la sua strada, anche quando guarda indietro: «L’anno prossimo faccio un disco di inediti, ho cose nuove da dire, ma soprattutto da suonare». Perchè, ancora e sempre, «musica, musica, è tutto quel che ho».

 

di Federico Vacalebre

Daniele, il ritorno di "Nero a metà" tra ristampa, premio e concertone

Ristampa con inediti per l’album del 1980. Poi l’1 settembre all’Arena di Verona con Elisa, Mannoia, Emma e Biondi

Ricomincia da 34, stavolta, Pino Daniele: tanti sono gli anni passati da uno dei suoi capolavori, «Nero a metà», uscito appunto nel 1980 e celebrato con una ristampa ricca di rarità, un premio ed un concerto.

Mentre arriva nei negozi, tradizionali e digitali, la «special extended version» di quello storico lp, il lazzaro felice riceverà stasera, a Roma, sul palco del Foro Italico ed in diretta su Raiuno, il neonato premio speciale dei Music Awards che, insieme ai singoli e gli album dell’anno, vuole celebrare i classici della nostra canzone. Bisognerà, invece, aspettare l’1 settembre per capire come l’uomo in blues rileggerà, all’Arena di Verona, le canzoni del disco con la band originale – James Senese (sax), Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano e tastiere), Rosario Jermano (percussioni) e Tony Cercola (bongos) – più l’orchestra Roma Sinfonietta diretta da Gianluca Podio. Fiorella Mannoia, Elisa, Mario Biondi ed Emma i primi ospiti confermati.

Intanto c’è la «nuova» versione di «Nero a metà», con i dodici brani originali arricchiti da due inediti e nove versioni alternative e «demo» che ci regalano un dietro le quinte-viaggio nel tempo alla ricerca delle melodia perduta, una madeleine proustiana che ci riporta all’apice della creatività di Pino, una di quelle «sliding doors» che mostrano che cosa sarebbe potuto essere quell’album se…

Se, ad esempio, «Puozze passa’ nu guaio» fosse stato un reggae, sospeso tra «E la luna bussò», uscita un anno prima, e la leggenda del santo fumatore Bob Marley. O se la conclusiva «Sotto ’o sole» invece di vestirsi di colori brasiliani fosse diventato una sorta di strumentale, con abbondante uso di scat e un groove più fusion. Il benemerito lavoro di rimasterizzazione, digitalizzazione e catalogazione degli archivi discografici permette di (ri)scoprire non solo la caratura di un album che per «Rolling Stones Italia» è al numero 17 dei più belli di tutti i tempi, ma anche di curiosare nello scaffale dei suoni primitivi, godere la nudità scabrosa di melodie e testi che non hanno ancora alcun vestito/arrangiamento indosso e si offrono nella loro impudica bellezza: «Voglio di più» per tastiere e voce, «Alleria» con la chitarra al posto del piano, a immaginare com’era nata, che cosa aveva nella testa e nel cuore lo scugnizzo-masaniello del neapolitan power.

Sono le canzoni del sogno tradito, del cambiamento che non verrà, della malinconia di chi sa che la gioia è passeggera e alla fine torna sempre il bisogno/desiderio/sfogo/esorcismo di «alluccare più forte».
Ma non grida più forte il Daniele dei «demo» di questo suo terzo album per la Emi, dedicato al nero a metà Mario Musella, diviso con il nero di Partenope James Senese. Ha la voce rilassata delle prove in studio di registrazione nella versione mai ascoltata prima di «E so cuntento ’e sta», in una «Nun me scuccia’» ancora non pompata come nell’edizione che tutti conosciamo, nella perla di «Appocundria», senza percussioni, più flamenco.
E gli inediti? «Hotel Regina» è un breve strumentale, meno di un minuto, una tenera melodia cesellata da una chitarra canaglia, ma è «Tira a carretta» che farà la gioia dei collezionisti.

Scritta nel 1978, per la colonna sonora di «La mazzetta», film che Bruno Corbucci trasse dall’omonimo romanzo di Attilio Veraldi, è apparsa, come strumentale in «Sax club number 17», lp di quello stesso anno che fece notizia perché per la prima volta il sassofonista mise un ritratto di se stesso in copertina invece di una provocante maggiorata desnuda. Enzo Avitabile suona sax e flauto, Benny Caiazzo il sax soprano, Massimo Carola il pianoforte, Toni Cercola le percussioni, Aldo Mercurio il basso e Fabrizio Milano la batteria, Gil Ventura non ci mette mano.

Ora finalmente lo ascoltiamo con la voce del «Nero a metà» alle prese con un cavallo, o un ciucciariello memore di quelli di Murolo e Modugno, metafora della vita in salita dei poveri cristi di tutte le latitudini.

 

di Federico Vacalebre

Pino Daniele show: “Capisco chi si ritira ma io voglio ancora suonare”

_195

Trentaquattro anni dopo l’uscita di “Nero a metà” il musicista celebrerà l’album del successo con un concerto il 1° settembre all’Arena di Verona

Nero a metà non è un disco qualsiasi. Non lo è per Pino Daniele, che nel 1980, al suo terzo album, si affermò definitivamente come uno degli autori principali della nuova canzone italiana. E non lo è per la storia musicale del nostro paese perché quel disco, con le sue melodie, la fusio- ne tra tradizione partenopea, blues, rock e jazz, ha segnato una svolta importante per la nostra canzone.
Daniele ha deciso di celebrare Nero a metà che oggi viene ripubblicato in versione “deluxe”, con una raffica di inediti, demo e outtake dell’epoca, con un grande concerto, il 1° settembre all’Arena di Verona, assieme ai musicisti che con lui crearono quell’album e a un’orchestra sinfonica di 50 elementi, la Roma Sinfonietta diretta da Gianluca Podio.
Per l’occasione arriveranno anche gli amici a festeggiare: Elisa, Fiorella Mannoia, Mario Biondi, Emma e molti altri si aggiungeranno. Abbiamo incontrato il musicista a Roma, poco prima dei Music Award dove stasera verrà premiato proprio per Nero a metà .

Daniele, perché tornare a proporre questo disco?
“Mi sembrava giusto tornare a un album che per me è stato davvero importante. All’estero alcuni grandi artisti hanno fatto operazioni di questo tipo e credo che anche da noi possano avere un senso. Certo, c’è bisogno che ci sia una storia, un disco che funziona non basta “.

Niente nostalgia, dunque? Neanche all’Arena?
“No, perché a Verona ci sarà quello che ho fatto, quello che sto facendo e quello che farò. E ha tutto un senso, come proporre gli album in vinile, o andare in giro quest’estate con due band diverse. Il fatto è che mi diverto a essere me stesso, con tutto quello che ho fatto e che amo”.

Dopo tutti questi anni riesce ancora a divertirsi?
“Sì, anche se dietro al divertimento c’è lavoro, sacrificio, impegno, nella mia vita c’è musica tutti i giorni. Oggi mi diverto con le canzoni di Nero a metà, poi tornerò alla chitarra elettrica e preparerò un disco nuovo, tentando la scommessa di farlo tutto in napoletano. È la stessa cosa di trent’anni fa e se non fosse così smetterei. So che ogni giorno è importante, potrei fare un assolo che non ho mai fatto o scrivere una canzone che non ho mai scritto…”.

Ivano Fossati e Guccini pensano che non ne valga più la pena…
“Per molti di noi questo ambiente è diventato insopportabile. Capisco Ivano al duemila per mille: non siamo abituati a vivere la musica come un prodotto per il mercato. Ma a me piace provarci ancora”.

Cioè il “lavoro” del musicista non supera il “piacere” della musica?
“Ho sempre cercato di far prevalere la musica su tutto. Amo suonare, mi sono sempre sentito più vicino ai musicisti jazz che ai cantanti pop. Alle volte devo fare i conti con il mercato, alle volte ho fatto cose frivole o semplici, ma ho cercato di accettare pochi compromessi e di trovare una coerenza anche nei cambiamenti”.

Certo, i dischi non hanno più la centralità di una volta, la tecnologia ha travolto il mercato, la crisi è forte…
“Sicuramente passare dalle novantamila persone alle duemila, o anche alle duecento, è stato difficilissimo per molti di noi. All’inizio mi sono preoccupato anche io, ma poi ho capito che l’importante è continuare a suonare con onestà, con passione. Anche se resto convinto che un conto sia vedere un concerto su YouTube e un conto è esserci: certe emozioni non possono proprio passare attraverso uno schermo”.

Dopo tanto tempo si sente ancora “nero a metà”?
“Sì, ma sono anche un uomo che ha fatto pace con se stesso. Mi hanno cambiato le esperienze, le famiglie, i matrimoni, i problemi fisici, il non avere più trent’anni e la necessità di adeguarmi ai quasi sessant’anni che ho oggi. Ma ho ancora tanto entusiasmo, e quello che sono oggi mi piace”.

 

di Ernesto Assante

Pino: «Così faccio rinascere il mio “Nero a metà”»

«Ho ritrovato i nastri originali delle mie sessioni registrate tra la fine del 1979 e gli inizi del 1980»

Esce oggi a 34 anni di distanza, in una «special extended edition», «Nero a metà», il terzo album di Pino Daniele, uno dei dischi più importanti della storia della musica nostrana, inserito da «Rolling Stone Italia» nei 100 album più belli di sempre. «Ho ritrovato i nastri originali delle mie sessioni registrate tra la fine del 1979 e gli inizi del 1980 – ricorda Daniele – e abbiamo rimasterizzato il tutto con l’aggiunta di due brani inediti di cui uno strumentale e nove canzoni alternative e demo che potrete ascoltare per la prima volta».

Entrando nel particolare della tracklist. «Gli inediti – spiega l’artista – sempre risalenti a quel periodo e a quelle sessioni sono «Tira a carretta» e lo strumentale «Hotel Regina». Poi ci sono versioni demo e alternative mai ascoltate di «Voglio di più» solo piano e voce, «Puozze passa’ ‘nu guaio», «A Testa in giù’», «Musica musica», «Alleria», «Nun me scoccia’», «Appocundria», «E so’ cuntento ‘e sta’», «Sotto ‘o sole». In «Nero a metà», pubblicato nel 1980 dalla Emi, Pino Daniele apriva il suo scrigno sonoro verso orizzonti americani, conquistando l’attenzione di pubblico e critica, grazie alla sua musica che miscelava le radici napoletane, il proprio dialetto con il blues, lo swing e il jazz; nasceva così anche un nuovo linguaggio fatto di contrazioni foniche, abbreviazioni verbali, assonanze. «Feci tutto ciò in maniera inconsapevole dice – supportato anche da musicisti eccezionali che diedero un perfetto equilibrio sonoro e una compattezza unica.

La mia generazione è cresciuta ascoltando i dischi dei militari delle basi Nato. Ascoltavamo il blues di Robert Johnson e di Woody Guthrie, le canzoni dei Traffic, dei Cream. Questi suoni nuovi colpirono la fantasia e la creatività di gran parte degli artisti della mia generazione, da James Senese a Mario Musella, dai Napoli Centrale a Enzo Gragnaniello, spingendoci anche a confrontarci con nuovi sentieri musicali, nuove soluzioni ritmiche, e adeguando di conseguenza anche la metrica della nostra lingua». «Nero a metà», disco dedicato a Mario Musella, storica voce degli Showmen, vide in studio con il «lazzaro felice»: Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo e Aldo Mercurio al basso, Agostino Marangolo e Mauro Spina alla batteria, James Senese al sax, Rosario Iermano e Tony Cercola alle percussioni, Karl Potter alle congas, Bruno De Filippi all’armonica. Musicisti «storici», molti dei quali accompagneranno Pino – con l’aggiunta di 50 elementi dell’orchestra sinfonica Roma Sinfonietta diretta da Gianluca Podio – il 1° settembre al concerto-evento dell’Arena di Verona intitolato proprio «Nero a metà».

Pino Daniele sarà inoltre in concerto in Campania il 6 luglio a Ravello e l’11 luglio alla Reggia di Caserta. Sono due live differenti. Il concerto di Ravello sarà «Acustico», quello nel parco del Palazzo reale vanvitelliano s’intitola invece «Sinfonico a metà» e vedrà con Daniele la Roma Sinfonietta, Rino Zurzolo al contrabbasso, Daniele Bonaviri alla chitarra classica, Elisabetta Serio al pianoforte e Alfredo Golino alla batteria. Daniele stasera sarà premiato stasera ai Music Award 2014 , in scena a Roma presso Il Centrale Live – Foro Italico (diretta in prima serata su Rai 1).

 

di Carmine Aymone

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: