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Marcotulli, l’omaggio a Pino è jazz

      (8 aprile 2016)

La pianista ha registrato un album rileggendo il canzoniere di Daniele: con lei la De Vito

 

Foto di Paolo Soriani

 

Com’era inevitabile, gli omaggi a Pino Daniele si moltiplicano non solo sul fronte cantautorale, anzi è – inevitabilmente – il mondo del jazz ad osare di più. Come dimostra «A Pino», cd appena registrato, e presentato dal vivo in anteprima lunedì scorso alla Casa del Jazz (in platea anche Alessandro Daniele, figlio del musicista e responsabile della fondazione di famiglia) da Rita Marcotulli, che fu a lungo collaboratrice del Nero a Metà: «Lo conobbi nel 1990, con Maria Pia De Vito andammo a casa sua e gli facemmo ascoltare le cose che stavamo facendo, lui era curiosissimo in fatto di musica, voleva sempre capire, vedere che cosa si stava movendo, immaginare il futuro. Poi iniziammo a lavorare insieme, per me fu una delle esperienze più importanti che abbia mai fatto».

Maria Pia, signora napoletana del jazz italiano, naturalmente è parte dell’operazione: «È forte in me il rimpianto di non aver mai davvero lavorato con Pino. Ci siamo conosciuti e sfiorati professionalmente, ho messo la voce in un suo disco, avevamo pensato di fare cose insieme, ma… Il giorno che è scomparso mi è caduto il mondo in testa, mi sono sentita afona, c’è voluto tempo perché accettassi che l’unico modo per cantarlo ormai era farlo senza di lui», racconta lei, orgogliosa di essere stata chiamata all’Opéra di Lione dal 27 al 30 aprile per un progetto «Carta Bianca»: «È un grande apprezzamento e riconoscimento della mia visione e ricerca musicale, nei suoi aspetti variegati e nelle sfumature più lontane, mi hanno dato, appunto, carta bianca per presentare me e i miei progetti: “The circle”, “Re:song”, “Fun!” “Traces” e “Sarau sul Vesuvio” con sei grandi artisti che rispecchiano una parte del mio attuale percorso creativo: Jim Black, Benoit Delbecq, Michele Rabbia, Huw Warren, Gabriele Mirabassi e Roberto Taufic».

In «A Pino» la De Vito si è misurata, come fece l’estate scorsa sul Vesuvio con Rava e lo stesso Taufic, con «Lazzari felici». «Il resto del repertorio è , tranne una breve introduzione, strumentale. Daniele ha scritto versi strepitosi, ma non bisogna mai sottovalutare il musicista, innamorato della nostra tradizione come del rock, del jazz, del blues, del funky, dei suoni arabi o brasiliani. Quando cantava “Napule è” diceva di una Napoli città aperta».
La Marcotulli ha riunito per tre giorni in sala di registrazione un manipolo di musicisti come Tore Brunborg al sax, il beneventano Luca Aquino alla tromba (che subito dopo il concerto romano è scappato all’Olympia dove lo attendevano Sting e Manu Katche), il vietmamita Nguyên Lê alla chitarra, Matthew Garrison al basso, Alessandro Paternesi alla batteria e Michele Rabbia: «Lavorare con Pino è stata una lezione di vita e di musica: era un uomo schivo, dotato di humour e intuito, oltre che un artista capace di inventare un suono e uno stile, di sperimentare senza perdere il contatto con il grande pubblico, di fare canzone d’autore senza che i testi uccidessero le melodie. Non si è mai fermato, ha cercato per tutta la sua vita, a volte trovando e a volte perdendosi, ma sempre convinto di non doversi ripetere, di non doversi fermare. Ha scritto cose meravigliose, e non solo nei suoi primi album, in perle come “Nero a metà” a cui siamo tutti così affezionati».

E chissà che un altro omaggio live non arrivi stasera da Alphonso Johnson, mitico bassista dei Weather Report pre-Pastorius e storico collaboratore del Mascalzone Latino, che accompagnò dal vivo, ma soprattutto in un album capolavoro come «Bella ‘mbriana», impreziosito, tra l’altro, dal suo assolo in «I got the blues»: virtuoso dello stick, si esibirà al Sea Legend di Pozzuoli con Adriano Molinari alla batteria e Frank Ricci alla chitarra.

Diffida di tributi e dediche, invece, l’antico amico James Senese, che annuncia per il 29 aprile l’uscita del suo nuovo album, «’O sanghe»: «Siamo cresciuti insieme, ma ricordarlo non vuol dire sfruttare la sua immagine. Dovrebbero vergognarsi tutti quei musicisti che lo fanno».

 

 

di Federico Vacalebre

Marcotulli: Racconto il mio Pino Daniele

 

“Ho incontrato Pino la prima volta nel 1990. Andai a casa sua con Maria Pia De Vito per fargli sentire un po’ delle nostre cose. La collaborazione è nata così”. Parola di Rita Marcotulli, pianista e compositrice romana, in scena lunedì 4 aprile h21 alla Casa del Jazz con un omaggio a Pino Daniele. La Marcotulli, che a lungo ha collaborato con Daniele, rileggerà con la sua band in chiave strumentale brani del musicista napoletano scomparso poco più di un anno fa.

Cosa ha significato lavorare con Pino Daniele?
È stata una delle esperienze più importanti della mia vita, non solo dal punto di vista musicale ma anche umano. Era una persona speciale, schiva a volte, ma con un grande senso dell’ironia e un grandissimo intuito. C’era un’immensa sintonia tra noi

Che cosa ha significato per la musica italiana?
Pino è stato l’inventore di uno stile, è riuscito a mantenere la sua personalità, pur sperimentando e spaziando in mondi diversi. Aveva questa grandissima facilità per la melodia e gusto armonico come pochissimi cantautori. Quello che rimarrà è la sua originalità. Quella che ad esempio manca ai giovani cantanti di tutti questi programmi tv, che a me sembrano tutti uguali.

Qual è stato il suo migliore momento creativo a suo modo di vedere?
Pino ha continuato a essere creativo per tutta la vita e ha cercato sempre altre strade. A volte una strada è meglio dell’altra, ma non si è mai fermato. Poteva essere amareggiato, perché nel mondo discografico si predilige sempre più la quantità che la qualità e questo penalizza qualsiasi artista.

Un suo album al quale è particolarmente affezionata?
Sono cresciuta con i vecchi album, tipo Nero a metà. Ma con questo omaggio a Pino compositore ho scoperto tanti altri pezzi con melodie meravigliose. Ha scritto così tanta roba magnifica che è difficile scegliere. Mi reputo una privilegiata per averlo incontrato e aver potuto condividere dei bellissimi momenti della mia vita.

 

 

di Stefano Milioni

Su RAI 1 (in seconda serata) il sesto appuntamento con "CANZONE" (lo speciale dedicato alla grande musica italiana), protagonista PINO DANIELE

Dopo il successo delle precedenti puntate, è PINO DANIELE il protagonista del sesto appuntamento di “CANZONE”, speciale dedicato alla grande musica italiana. La puntata, intitolata PINO DANIELE “Nero a Metà”, andrà in onda martedì 30 dicembre in seconda serata su Rai 1 (dalle ore 23.25).

Un’ora di racconto tra musica e parole con cui il cantautore e musicista svela come è nato “NERO A METÀ” (1980), l’album della consacrazione per Pino Daniele, simbolo di quel sound inconfondibile, tra sonorità blues, rock, jazz e l’immancabile tradizione napoletana, che è diventato il suo marchio di fabbrica in Italia e all’estero. Protagoniste le canzoni più belle di Pino, da “Quanno chiove”, al brano che dichiara la sua passione di sempre, “A me me piace ‘o blues”, da “I Say I’ Sto Ccà” a “Nun me scuccià”: grandi classici che all’epoca definirono un nuovo stile musicale e che ancora oggi risultano di sorprendente freschezza.

Ad aneddoti e racconti inediti dell’artista sulle sue tante collaborazioni con i grandi della musica italiana e internazionale, si alterneranno le immagini della data di “NERO A METÀ” tenuta il 13 dicembre scorso a Roma. Una serie di concerti che ha visto Pino Daniele salire sul palco delle principali città italiane con uno spettacolo che racchiude tutta la sua storia musicale e l’identità di suono che ha caratterizzato il suo percorso artistico. Insieme a Pino la band composta dai musicisti che parteciparono alle registrazioni dello storico album “NERO A METÀ”: Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano, tastiere ed organo) e Rosario Jermano (percussioni), gli amici Rino Zurzolo (contrabbasso) ed Elisabetta Serio (piano) e con la partecipazione straordinaria di due musicisti che hanno arricchito e stimolato il percorso artistico di Pino: Tullio De Piscopo alla batteria e James Senese al sax.

PINO DANIELE “Nero a Metà” è un programma di Gianluigi Attorre e Paolo Biamonte, con la regia di Cristian Biondani e la consulenza artistica di Giampiero Solari. Una produzione di BALLANDI Multimedia e F&P Group.

 

Milano, 28 dicembre 2014

Ufficio stampa: Parole & Dintorni

“Alla soglia dei sessant’anni ricomincio da capo. E sempre da Napoli”

   (Settimanale N.48 del 22 novembre 2014)

 

Vi ricordate Nero a metà? Era il 1980 e con quel disco Pino Daniele divenne famoso. Oggi lo ripubblica e parte per un tour con la vecchia band. In attesa di festeggiare. In cucina

Uno arriva a 60 anni e deve decidere. O scopre una nuova vita col burraco e il modellismo o riscopre se stesso. Pino Daniele ha scelto la seconda strada. Ha da poco ripubblicato Nero a metà, il suo album del 1980 in cui trovò una sintesi perfetta fra la tradizione napoletana, l’America del jazz e del blues e la canzone italiana. E dopo la serata speciale del 1° settembre all’Arena di Verona, dedica a quell’album altri sei concerti. il 6 dicembre a Conegliano il debutto: un set acustico in apertura (con Rino Zurzolo, Elisabetta Serio e la presenza di Tullio De Piscopo) e poi sul palco assieme alla band dell’epoca (James Senese, Gigi De Rienzo, Agostino Marangolo, Ernesto Vitolo, Rosario Jermano) che a Verona ha dimostrato di aver attraversato gli anni senza perdere smalto.

 

L’effetto nostalgia è dietro l’angolo.

Non ci interessava riproporre, come ho visto fare ad altri, gli show del passato, magari con la stessa scenografa e gli stessi costumi. la nostalgia è un sentimento che guarda solo al passato mentre in questi concerti c’è tutta la mia storia musicale.

Lo scopo del progetto è un altro?

Le nuove tecnologie offrono a chiunque i mezzi per fare un disco, ma il rischio è che alla fine tutto suoni allo stesso modo. la differenza fra una canzone e un’altra non può essere limitata alla voce di chi la interpreta. Allora siamo andati alla ricerca della nostra identità di suono. Una cosa che tutti in passato, da De André a Battiato, hanno avuto.

E dove l’ha trovata?

A Napoli: il nostro era un modo nuovo di fare la canzone napoletana. Anche se non ci vivo più da tempo mi sento ancora parte della città. Ne sento ancora i problemi.E artisticamente sto tornando lì: ho già scritto 2-3 canzoni in napoletano e chissà che il prossimo disco non sia tutto così…

Sessanta candeline in arrivo e capelli bianchi(ma il pizzetto è nerissimo)…

Cerco di non pensarci. A 30 anni se vedevo uno di 60 mi dicevo: “Ma guarda quel vecchio…”. Adesso vedo i Rolling Stones e il mio amico Clapton ancora in forma più o meno a 70 anni e mi sento molto meglio.

Potrebbe essere l’occasione per un Pino Daniele and friends…

Non so ancora come festeggerò, ma non farò eventi particolari. Vorrei fare qualcosa a casa con la mia famiglia e cucinare per loro.

Gli chef sono le nuove rockstar: sta per caso facendo il salto del fosso?

Nooo. Però in tv mi diverte quel cattivissimo di Cannavacciuolo (ride).

Passiamo ai suoi gusti.

Amo il sushi, ma quando passo ai fornelli sono per la cucina semplice: paccheri con il sugo pomodoro, mozzarella e basilico. Un classico. E poi, senza esagerare, un buon calice di vino che non riesco proprio a eliminare.

Un’altra cosa che non può mancare dalla sua vita è la chitarra.

Ne ha sempre avuta una in braccio. Avrò cominciato a 13-14 anni con chitarra e metodo Eko. Da subito divenne il tramite per comunicare le mie emozioni. Non mi affeziono alle chitarre, ne ho comprate e vendute molte, ma ce n’è una, una classica, che conservo da 40 anni. Più in generale mi piace tenere gli strumenti musicali in giro per casa, toccarli, prenderli in mano, suonarli.

L’amore è il tema ricorrente delle sue canzoni.

Non è mai cambiato il modo di pormi nei confronti di quel sentimento. È qualcosa che sento, che è parte di me. Scrivere d’amore è diffcile, e il momento che attraversi ti influenza, ma nei testi ho sempre cercato un linguaggio universale, simile alla poesia.

A ogni appuntamento del Nero a metà Tour ci sarà un ospite diverso?

Sì. Di sicuro ci saranno anche dei rapper. In carriera ho collaborato con J-Ax e Clementino, adesso mi piace molto Fedez. Sono i nuovi poeti. La forza del rap però non è solo nei testi, c’è anche il ritmo da tenere in considerazione.

Nelle rime dell’hip hop c’è la fotografa dell’Italia di oggi, con i suoi tanti vizi e le poche virtù. Si riconosce in questo Paese?

Più che riconoscermi ci vivo (e parte un sorriso). E vedo che i tempi della giustizia sono lunghissimi, che la burocrazia è allucinante e quando va in coppia con l’incompetenza mi fa paura. Se poi ci aggiungiamo un pizzico incoscienza siamo al disastro.  •

 

di Andrea Laffranchi

Pino Daniele al Palapartenope, emozioni senza tempo

 

Masaniello è cresciuto, è vero, ma ogni anno torna e sono emozioni, sensazioni, ricordi, orizzonti che si aprono davanti a un passato che brilla come l’oro. O come loro, musicisti napoletani rari da trovare nel panorama nazionale e internazionale: tutti alle dipendenze del Masto, del Nero a metà che ama tessere nuove relazioni e nuove melodie, anche se le canzoni hanno trenta e passa anni. Il Palapartenope è pieno in ogni ordine di posto, la gente ha voglia di godere della musica dei suoi mascalzoni: Pino Daniele è in gran forma, James Senese e Tullio De Piscopo sono i soliti concentrati di groove, Rino Zurzolo è una sola cosa con il suo basso, Elisabetta Serio, Ernesto Vitolo, Agostino Marangolo, Gigi De Rienzo e Rosario Jermano completano alla grande un quadro variopinto che trasmette sentimenti senza tempo.

La serata si apre con A testa in giù e I say je sto ccà, poi l’intro di ‘A me me piace ‘o blues scatena i cuori e le mani del Palapartenope prima di lasciare spazio ad una fantastica Voglio di più: “sai che non striscerò per farmi valere”, canta Pinuccio, che ha ricevuto e continua a ricevere critiche per alcune scelte ma che quando sale sul palco con la sua chitarra lascia pochissimo spazio ai mugugni. Resta cu’ mme canta un amore di cui non si può fare a meno, Alleria sembra riprendere il discorso lasciato sospeso con Voglio di più: “passa ‘o tiempo e che fa se la mia voce cambierà”. Non fa niente, se poi ogni volta ci regali il paradiso con le tue note.
“Adesso suoneremo un pezzo che non faccio spesso”, annuncia Pino: è Sulo pe’ parlà, una perla di rara bellezza concentrata in un minuto o poco più nel quale il pubblico resta con il fiato sospeso prima di sciogliersi in un applauso scrosciante. Appocundria fa l’occhiolino al flamenco con la chitarra di Gianni Guarracino, poi arrivano Mareluna, Vento di passione, ‘Na tazzulella ‘e cafè e I got the blues, un’altra pietra miliare del repertorio dell’artista napoletano. Al pubblico bastano le prime quattro parole, “Tu dimmi quando quando”, per sentire il brivido di un’amicizia che non finisce di emozionare in una delle più belle canzoni della storia della musica italiana, mentre in Je so’ pazzo non vede l’ora di urlare insieme al suo beniamino “Nun ce scassate ‘o cazzo!”.
Pino chiama sul palco suo fratello Nello Daniele e il compagno di scuola Enzo Gragnaniello, che incrociano le voci in Donna Cuncetta e Chi tene ‘o mare: “Chi tene ‘o mare cammina cu ‘a vocca salata…”, non si potrebbe descrivere meglio l’amarezza di una città che non sa sfruttare le sue potenzialità. I musicisti giocano su Sotto ‘o sole, E so’ cuntento ‘e sta precede la storica Quanno chiove, che accoglie il rap di Rocco Hunt, visibilmente emozionato e forse per questo apparso non al meglio. Dettagli, la musica continua insieme al sogno di un repertorio indimenticabile: Musica musica, Nun me scuccià, Puozze passà nu guaio, Io per lei, Tutta n’ata storia; ogni canzone ha il suo perché, ogni vecchia melodia è resa nuova da stupendi arrangiamenti. ‘O scarrafone è un grido contro la Lega che continua a essere una vergogna, con Clementino che rappa alla grande e chiama in causa Matteo Salvini.
La festa si chiude con Yes I know my way e il consueto bis con Napule è e E sona mo’, sulla quale i due “artisti del futuro” (come li ha definiti lo stesso Daniele) si danno alla pazza gioia inserendo anche i ritornelli dei pezzi che li hanno portati all’attenzione generale, ‘O viento e Nu’ juorno buono, e ringraziano Zio Pino per un’occasione speciale.
Domani si replica, sempre al Palapartenope. Ma saranno emozioni nuove, questo è certo.

 

 

di Pierpaolo Orefice

Pino Daniele protagonista della sesta puntata di “Canzone”

In onda il 30 dicembre in seconda serata su Rai 1

 

Dopo il successo delle precedenti puntate, è PINO DANIELE il protagonista del sesto appuntamento di “CANZONE”, speciale dedicato alla grande musica italiana. La puntata, intitolata PINO DANIELE “Nero a Metà”, andrà in onda martedì 30 dicembre in seconda serata su Rai 1 (dalle ore 22.40).

Un’ora di racconto tra musica e parole con cui il cantautore e musicista svela come è nato “NERO A METÀ” (1980), l’album della consacrazione per Pino Daniele, simbolo di quel sound inconfondibile, tra sonorità blues, rock, jazz e l’immancabile tradizione napoletana, che è diventato il suo marchio di fabbrica in Italia e all’estero. Protagoniste le canzoni più belle di Pino, da “Quanno chiove”, al brano che dichiara la sua passione di sempre, “A me me piace ‘o blues”, da “I Say I’ Sto Ccà” a “Nun me scuccià”: grandi classici che all’epoca definirono un nuovo stile musicale e che ancora oggi risultano di sorprendente freschezza.

Ad aneddoti e racconti inediti dell’artista sulle sue tante collaborazioni con i grandi della musica italiana e internazionale, si alterneranno le immagini della data di “NERO A METÀ” tenuta il 13 dicembre scorso a Roma. Una serie di concerti che ha visto Pino Daniele salire sul palco delle principali città italiane con uno spettacolo che racchiude tutta la sua storia musicale e l’identità di suono che ha caratterizzato il suo percorso artistico. Insieme a Pino la band composta dai musicisti che parteciparono alle registrazioni dello storico album “NERO A METÀ”: Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano, tastiere ed organo) e Rosario Jermano(percussioni), gli amici Rino Zurzolo (contrabbasso) ed Elisabetta Serio (piano) e con la partecipazione straordinaria di due musicisti che hanno arricchito e stimolato il percorso artistico di Pino: Tullio De Piscopo alla batteria e James Senese al sax.

 

 

di Antonio Galluzzo

Pino Daniele, l’apologia live di “Nero a metà”

 

L’apologia live di “Nero a Metà” non è solo un evento bensì una vera e propria costatazione tangibile di come Pino Daniele rappresenta per il suo popolo – e per la musica italiana – un vero e proprio pioniere e mentore. Sogna ancora di dar vita ad un festival tutto suo, un festival del mediterraneo, ma nel frattempo fa registrare il tutto esaurito in ogni location in cui porta il suo neapolitan sound…quello nato nei vicoli dell’undergroundpartenopeo in compagnia degli amici storici. Ora come prima. “Nero a Metà” è l’album della consacrazione, prodotto da Willy David nel 1980 (etichetta EMI Italiana) e ancora oggi suona bene. Ci ha pensato anche Rolling Stone Italia ad inserirlo al 17° posto tra i 100 migliori dischi italiani di tutti i tempi.

Gioca in casa il mascalzone latino e con lui gli amici di un tempo che si ritrovano sul palco del Palapartenope di Napoli la sera del 16 Dicembre (si replica questa sera) per dar spazio ad unsound che è il marchio di fabbrica di Pino Daniele. Ad attenderlo più di 3000 persone impazienti fino all’ultimo di vedere sul palco i protagonista della colonna sonora della loro vita. Si parte con “A testa in giù”, tono scherzoso ma consapevole dice al pubblico “Abbiamo trovato questo suono per caso e lo abbiamo portato avanti”. Ad accompagnarlo James Senese al sax, Ernesto Vitolo alle tastiere, Rosario Jermano alle percussioni, Rino Zurzolo al contrabbasso, Gigi De Rienzo alla chitarra che accompagna Pino Daniele sulle note di“Alleria”, “I got the Blues” e “Puozze passà nu guaio”, Agostino Marangolo alla batteria, Elisabetta Serio al piano e alle tastiere e la partecipazione di Tullio De Piscopo.

“Voglio di più”, “Musica Musica”, “I say i’ sto’ ccà”, “A me me piace ‘o blues”,“Appocundria”, “E’ so cuntento ‘e stà”, “Sott ‘o sole” quasi tutte in sequenza perché questo è il tour “Nero a Metà” e tutto l’album è intriso di grandi capolavori oramai entrati di diritto nella storia della musica italiana. Nel mezzo ci troviamo “Nà tazzulella ‘e cafè”, “O’ scarrafone”, “Quando” e “Quanno chiove” momento in cui sul palco piomba il giovanissimoRocco Hunt che dice divertito “ma dove stava scritto che a 20 anni mi trovo sul palco insieme a Pino Daniele!?”

E poi ancora “Resta resta cu mmè”, “Je so pazzo” perché Pino Daniele dice “Nun sò bbuono a parlare, so soltanto suonare”. E sul palco arriva l’altro giovanissimo Clementino, che si diverte sulle note di “Yes I Know my Way” prima di cimentarsi in un esilarante duetto con Rocco Hunt sulle note di “E’ sona mò” mescolata con le strofe dei loro successi più conosciuti “Nu juorno buono” e “O’ vient”. Prima dei saluti ufficiali c’è anche tempo per l’intramontabile“Napul è” mentre la gioia e il divertimento traspare dai volti dei protagonisti, degli ospiti e del pubblico partecipante.

Quello che risalta maggiormente all’occhio è che per davvero la musica in ogni suo forma è un collante perfetto per dimenticare, anche solo per un istante, tutti gli affanni. E i musicisti, quelli veri, non smettono mai di divertirsi per questo. Né di divertire.

 

 

di Angelo Moraca

Daniele & Friends, la magia continua: show con Clementino e Rocco Hunt

 

Il mucchio selvaggio del neapolitan power (ri)annoda fili mai spezzati, mette in mostra le radici nobili e i frutti più recenti e succosi. Sono teneri, emozionati, fieri, Clementino e Rocco Hunt mentre aspettano il proprio turno dietro il palco di «zio Pino». Sono giganti James Senese e Tullio De Piscopo, l’uomo chiamato sassofono e l’uomo chiamato tamburo, mentre regalano schegge veraci di America napoletana, di Napoli americana.

È un lazzaro più che mai felice Daniele, che intorno a «Nero a metà», lp-capolavoro del 1980, ha cucito questa nuova avventura che va oltre l’amarcord e non solo perché i rapper newpolitani sparano rime che vestono di nuovo groove e melodie che sono carne viva della città porosa, della nuova Napoli sognata e mai costruita, della grande bellezza verace immersa nella nuttata che non passa mai. Il Palapartenope è gremito, la giornata di pioggia non ha tenuto a casa nessuno, tanto stanotte diluvia with love, altro che schizzicheare. L’uomo in blues guida una doppia superband che nessun altro può permettersi in Italia, anche perché nessun altro è «suonautore» come lui. C’è la formazione originale di quello storico terzo lp (Gigi De Rienzo al basso, Agostino Marangolo alla batteria, Ernesto Vitolo alle tastiere, Rosario Jermano alle percussioni), ma anche Senese e De Piscopo, e poi Rino Zurzolo al contrabbasso, ed Elisabetta Serio alle tastiere.

I cambi di set sono cambi di atmosfera, il momento acustico cucito intorno ad «Appucundria» spezza il fiato, il flamenco sa di tufo con la chitarra ospite di Gianni Guarracino. In fondo, il rito recente di «Tutta n’ata storia» continua così, con musicisti che si ritrovano, con note che si confondono. «A testa in giù» e «I say ’i sto cca’» aprono la serata, quando arriva «A me me piace ’o blues» non ce n’è più per nessuno e più della nostalgia canaglia può il beat dei mascalzoni latini, la solidità contemporaneissima di un repertorio che non mostra una ruga. «Voglio di più», «Quanno chiove» con le strofe melodiche di Rocchino da Salerno, «Nun me scuccià», «Puozze passa nu’ guaje» con il suo ritmo blues-reggae che racconta un’intera epoca sonora sotto forma di esorcismo, «’O scarrafone» rappato da Clemente che Sanremo non va voluto ma non ha bisogno di santi in Paradiso per un flow travolgente che Moreno e Nesli non si potranno mai permettere.

«Je so’ pazzo» cerca masanielli prossimi venturi, sul palco si divertono almeno quanto sotto il palco, e si vede, e si sente ascoltando «Alleria», «’Na tazzulella ’e cafè», «I got the blues», «Quando», «Sotto ’o sole», «Musica musica». Ai microfoni arrivano anche Enzo Gragnaniello e Nello Daniele, alla prima esibizione dopo un’operazione di by-pass. Pino li chiama in campo per dividere «Donna Cuncetta», lamento dell’armonia perduta e anzi mai esistita, elegia del tuppo nero, canzone della consapevolezza che «’o tiempo d’’e cerase è già fernuto». Per ricordare con loro che «chi tene ’o mare, o’ssaje, nun tene niente». Daniele è in forma, si sente a casa e si gode il calore di chi lo segue da sempre come dei fans più giovani.

La voce si scalda brano dopo brano, le sue chitarre – acustiche ed elettriche – anche di più, tra assoli latini, echi di flamenco, citazioni malandrine. I finali corali spesso sono caciaroni, magari anche questo non sfugge alla regola, ma la foto di gruppo e la carica dei neri a metà è un’emozione da ricordare. «Yes I know my way» cantano, rappano e suonano quelli che quel pezzo l’hanno visto nascere e quelli che non erano ancora nati. «Napule è», ricordano, sorridenti ma pensosi, mentre a «voce d’’e criature saglie chiano chiano e tu saje che non si sulo», nonostante la città irriconoscibile che ti circonda. «E sona mo’, sona mo’, sona mo’», allora, che non ci sono parole per dire la Partenope perduta eppure ritrovata in un pugno di note a cui si aggiungono, nel tripudio generale, quelle di «’O viento» e di «Nu juorno buono». E stasera si replica.

 

 

di Federico Vacalebre

Pino Daniele, concerto a Roma 2014 di "Nero a metà" tour: la Neapolitan Power torna a vivere

 

I Grandi non hanno bisogno di presentazioni.
I Grandi non hanno bisogno di fare rumore, di praticare arti circensi sul palco durante un concerto per attirare l’attenzione.
Basta che i Grandi accennino un solo passo sul palco e la festa è pronta a cominciare.

Questo è quello che succede a Pino Daniele quando varca la soglia del proscenio e ringrazia per applausi, urla e sorrisi.
Ieri sera al Palalottomatica di Roma, il cantautore napoletano ha riportato i suoi fan indietro di trent’anni proponendo i brani della sua carriera degli anni ’80.

Stessa formazione del tempo (James Senese al sax, Agostino Marangolo alla batteria, Gigi De Rienzo al basso, Rosario Jermano alle percussioni, Ernesto Vitolo al piano. Ospiti speciali Tullio De Piscopo alla batteria, Rino Zurzolo al contrabbasso, Tony Esposito alle percussioni. Elisabetta Serio ha domato le tastiere e il piano), stesso sound e stessa consapevolezza di donare musica buona come sempre.
“Nero a metà” è il tour nostalgico – ma non in senso negativo – di Daniele che, a quasi 60 anni, rimane un’icona della musica italiana. Ne hanno avuta la certezza i fan che lo hanno accolto a braccia aperte, dai giovani ai diversamente giovani.

Quello che abbiamo ascoltato ieri sera non sono state solo le parole di un poeta (anche se dir questo non è poco), ma musica, quella che fanno i veri Musicisti che conoscono come le loro tasche metrica, ritmo, attacchi e stacchi. Basta un battito di bacchette, un riff di chitarra, un soffio accennato al sax che i brividi non stentano affatto ad arrivare.

“Nero a metà” è la storia del blues napoletano, la vivace essenza del rock, la melodia acustica, il funky perseverante, una commistione di generi che in Pino Daniele convivono come anime gemelle fatte l’uno per l’altra.
“Quanno chiove”, “O’ scarrafone”, “ Na tazzulella e cafè”, sino a “Napule è”, “Resta cù mmè”, “Io per lei”, “Nun me scuccià”, “A me me piace o blues”, “Je so pazz”, ogni canzone è un’emozione. “Nero a metà” resta uno di quei concerti che bisogna vedere almeno una volta nella vita per ricordarsi cos’è la musica, cos’è l’arte. Ed ogni tanto non fa male.

Come ama ribadire “non so buon” a parlare, Daniele parla con la musica, ha un rispetto ancestrale dei ruoli che la spocchia di certi musicisti di oggi hanno scordato.

Tony Esposito, Tullio De Piscopo, James Senese, poi, sono animali da palcoscenico e in questi casi l’età non conta, il talento rimane fulgidamente attaccato alla pelle di cotanti artisti come un veleno che nemmeno l’antidoto più potente riesce a debellare via.

 

 

di Antonella Dilorenzo

Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese mix esplosivo e scoppia la festa della musica

 

© Egidio Magnani

Sono passati 34 anni, dall’uscita del suo album ‘Nero a metà’ ma le sue canzoni ci appaiano evergreen perché la sua musica e i suoi testi sono ancora oggi attuali.

Stiamo parlando di Pino Daniele che dopo il concerto evento all’arena di Verona, è salito sul palco al Pala Florio di Bari, portando con sé la sua musica. Un concerto dove si traspira e si mescolano con armonia canti e usanze popolari napoletani, ma anche il sound mediterraneo, che si sposa e spazia con equilibrio tra i generi musicali del rock, del blues del funky e del jazz.

Propendetemene l’anima nera del cantautore napoletano emerge in questo concerto che ha preferito dare un’impronta più jazzistica ai suoi brani.

E’ proprio Pino Daniele prima di iniziare il concerto spiega che questo percorso per lui non è altro che un viaggio con un gruppo di amici iniziato tanti anni fa. Musicisti che per il loro piacere hanno sperimentato nuovi suoni e canzoni e che oggi vogliono condividerli e riviverli anche a noi.

Quindi con la sua immancabile chitarra inizia a intonare “A testa in giù” per poi “I say ‘i sto ccà” “ a me me piace ‘o blues”, “voglio di più”, brani del suo terzo album d’esordio ‘Nero a metà’ album che descrive la sua maturazione artistica e affermazione in campo nazionale.

Ad accompagnarlo sul palco una band di tutto rispetto, molti dei quali i suoi amici/musicisti/viaggiatori da Gigi De Rienzo al basso, Ernesto Vitolo alle tastiere e rhodes, Agostino Marangolo alla batteria, Rosario Jermano alle percussioni. Al piano Elisabetta Serio.

L’acoustic music è stata affidata a Rino Zurzolo al contrabasso per avvicendarsi con altri due amici da Tullio De Piscopo che con le sue bacchette è riuscito a far scuotere il Pala Florio come la musica appassionata del suono del sax di James Senese.

Fa l’ingresso sul palco la salentina Alessandra Amoroso che insieme a Pino in unplugged cantano “Quando” e “Vento di passione”.

E’ un crescendo il concerto di Pino Daniele dove gli spettatori gridavano i brani che volevano ascoltare e che non sono stati disattesi.

Infatti non poteva mancare “na tazzulella ‘e caffè”, “I got the blues”, “Je so pazzo”, “Che Dio ti benedica”, “e so cuntento’e sta”, “quanno chiove”, “nun me scuccia”, “o scaraffone”, “Yes I kown my way”, per terminare con “Napule è”.

27 brani che ci parlano di Napoli e delle sue incoerenze, ma che ci parlano dell’amore di Pino Daniele per la sua città e per la sua musica senza tempo.

 

 

di Anna deMarzo

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