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Al teatro San Carlo il 19 marzo film inedito su Pino Daniele

Al Lirico un docufilm inedito di Giorgio Verdelli sulla sua carriera

 

 

Un eroe tira l’altro: dopo Maradona, Pino. Il San Carlo non si ferma alla celebrazione dell’ex Pibe de oro e al trentennale dello scudetto, ma va avanti a ritmo serrato nella vena “pop”, se così si può dire. Sempre nel rispetto del cartellone della lirica e sinfonica, il 19 marzo – giorno del compleanno del cantante – al Massimo (il 20 al Verdi di Salerno e in seguito anche a Scampia, che è stato uno dei set) sarà proiettato il film sul percorso artistico di Pino Daniele a due anni dalla sua scomparsa. Titolo provvisorio “Vai mo’” (ma l’ultima decisione spetta a Raicinema e alla distribuzione): sarà un docufilm di un’ora e quaranta minuti, con la regia di Giorgio Verdelli, autore televisivo che ha firmato “Unici”, il programma di Rai 2 che ha registrato il maggior numero di download nel 2015.

Un cercatore d’oro infaticabile ed entusiasta, Verdelli, che sa accontentare più pubblici. Con intelligenza e capacità di mediazione è riuscito in un’impresa difficile: mettere insieme tutti gli eredi aventi diritto del cantante scomparso, i 5 figli, Alessandro e Cristina, con la prima moglie, Dorina Giangrande, e Sara, Sofia e Francesco, figli della la seconda, Fabiola Sciabbarrasi. È stata proprio Fabiola, con i ragazzi, a dare il consenso per il montaggio del raro materiale inedito ritrovato nell’archivio di Pino Daniele nel docufilm di Verdelli. Il film, prodotto come progetto di interesse culturale con il sostegno del Mibact, vedrà la compartecipazione della Siae e delle società editoriali delle opere di Daniele.

“Non è la sua biografia. Quella l’ho già fatta in una puntata di “Unici”, mandata in onda tre volte dalla Rai – spiega il regista – Sarà la storia di un percorso artistico ricostruito per la prima volta raccontata da lui in prima persona e da molti personaggi, anche inaspettati”. Per esempio, ci sarà una foto di Pino Daniele mentre mangia una pasta “choux” con Diego Maradona. Interviste, immagini e filmati tratti da quella miniera delle Teche Rai. E tra i compagni di percorso, artisti noti come Pat Metheny ma anche collaborazioni di cui non si sapeva niente, delle quali si è scoperto ripescando i video girati in sala prove. Quindi le sorprese non mancheranno. La voce narrante sarà Claudio Amendola, marito di Francesca Neri, attrice dei film di Troisi: un filo che unisce tutto nella sala di incisione dove Pino Daniele ha lavorato ininterrottamente negli ultimi 15 anni, con la fotografia di una giovane direttrice, Francesca Amitrano, e il mix del fonico di fiducia di Daniele.

“Pino – conclude Verdelli – è patrimonio di Napoli, ma anche del resto d’Italia e dell’Europa”. Ieri il sopralluogo al San Carlo. Dopo la proiezione, alla quale parteciperà il ministro Franceschini, uscirà in tutt’Italia nelle sale e passerà in tv, per diventare poi un dvd.

 

 

di Stella Cervasio

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I video, le foto e le chitarre: tutto il mondo di Pino Daniele

Nell’ex Hotel de Londres un intero piano è dedicato al musicista. Il figlio: “Borse di studio per i giovani talenti”

 

 

Tra piazza Municipio e via Depretis, nell’ex Grand Hotel de Londres, è nato il Museo della Pace-Mamt. L’acronimo ne sintetizza i contenuti con un esasperato senso materno: “La madre, a Napoli, è colei che accoglie” , racconta l’architetto Michele Capasso, che ne è stato il fondatore 27 anni fa.
“Nei cinque piani in cui si sviluppa l’edificio si raccoglie ciò che unisce i popoli del Mediterraneo: musica, scienza, religione, tradizioni, costumi, arredi, cibo”. Da oggi, l’accesso è gratuito con tre tipologie di visite (prenotazione obbligatoria al 340 8062908 o scrivendo a info@mamt.it). “Stavolta vogliamo parlare non di brutture e violenze bensì di convivenze e bellezza. Fatti esemplari del Mediterraneo in cui viviamo. Offriamo dodici itinerari emozionali che includono 28 mila contributi audio, 8 mila libri, opere di Mario Molinari e 5 mila video. Gran parte è proiettata su schermi con tecnologia a 4K, con la colonna sonora di tante musiche inedite di Pino Daniele “.

È così che si entra nei retroscena dell’avventura artistica/ umana del musicista scomparso nel gennaio 2015. A due livelli dal marciapiede d’ingresso – anche al pian terreno c’è un tesoro inestimabile: la fragile chitarra Louis Panormo che servì a scrivere “Chillo è nu buono guaglione” al ritmo charango – inizia l’apnea nel capitolo “Pino Daniele Alive”.

Ieri c’era il figlio Alex a introdurre il viaggio: “I giovani saranno i protagonisti di questo esperimento museale permanente e in divenire – ha detto – Ai ragazzi papà era attento. Abbiamo intenzione, con il ministero dell’Istruzione e i conservatori, di mettere a bando delle borse di studio per chi ha talento e pochi mezzi. Il talento va difeso. Pino aveva relazioni intense con i musicisti più giovani: da Jovanotti a Clementino. È giusto che l’intero secondo piano sia dedicato a lui perché con Capasso avevano intenzione anche di produrre un concerto in mezzo al mare dedicato al Mediterraneo. Si doveva fare nel porto, lo faremo nel 2017.

Ora abbiamo sette ambienti in cui sono custoditi strumenti, abiti, foto (con Chick Corea, Santana, Gato Barbieri), videoclip, appunti, documenti, la moka elettrica con cui preparava il caffè in camerino”. In questo patrimonio, splendono la pagellina della prima comunione (col grossolano errore nel riportare il suo nome: Danieli Giuseppe, 3 luglio 1966, aveva 11 anni) e il diploma con il voto di 44/60, nel ’75. In una stanza, che da marzo accoglierà un ologramma e il mapping-video, è stato ricostruito il suo vero studio di registrazione: dallo sgabello amato, disposto ad hoc per “sentire il suono in faccia”, ai preziosi microfoni. Quasi santificate, le chitarre: la Paradis; la Gibson ES-335, come quella di BB King; la 10 corde elettrica bianca, un 8 gigante, sul modello della chitarra battente con cui scrisse le canzoni di “Musicante”: “Lazzari felici” e “Keep on Movin'”. La Suhr che non portava mai in tour. Il basso Fender con cui compose “Il mare”.

“Ci tengo a riassumere un concetto – dice Alex – Lui studiava da matti però aveva una teoria: sul palco non voglio fare il fenomeno. Conta solo la nota che suono alla gente” . Presto, il fratello Salvatore donerà pure la foto cercata che manca ancora e che durante la visita inaugurale ha rivelato di possedere: Pino e Bob Marley nei camerini dello stadio San Siro, sommersi dal fumo della marijuana. Quando il principe giamaicano del roots-reggae e il menestrello partenopeo suonarono a Milano. Era giugno del 1980, era appena uscito il suo capolavoro: “Nero a metà”.

 

 

di Gianni Valentino

Pino Daniele, il primo cofanetto è realizzato dal figlio Alessandro: "Fedele a se stesso"

   (26 Dicembre 2015)

Si intitola “Tracce di libertà” la raccolta con i tre album cardine di Daniele e tre cd di rarità. A realizzarlo, a un anno dalla morte, il figlio Alessandro: “Era giusto lasciare tutto così com’era stato registrato, con i rumori della casa, i clacson delle auto in strada, il respiro della città”

 

 

Alessandro Daniele, figlio di Pino Daniele, ha una difficile eredità da gestire. E’ lui che ha realizzato il primo cofanetto, a un anno dalla morte del padre, con il quale iniziare un lungo percorso di valorizzazione del catalogo del grande musicista napoletano. Il cofanetto, intitolato Tracce di libertà, contiene Terra mia, Pino Daniele e Nero a metà ma soprattutto 3 cd con demo, provini, versioni alternative e 6 brani inediti e un libro di 60 pagine con foto inedite, aneddoti, curiosità e testi biografici. Un album live era già uscito, ma per Alessandro questo è un nuovo inizio “Il disco live era nato da una necessità contrattuale, questo è invece il primo progetto nato davvero dopo la morte di mio padre. Volevo ripartire dall’inizio, riproporre i primi tre album di Pino ma anche, soprattutto, cose registrate prima, provini, nastri che aveva conservato Rosario Iermano, bobine a due o quattro tracce. Abbiamo pensato che queste registrazioni avrebbero dato davvero senso al progetto”.

 

Molte sono registrazioni quasi amatoriali…
“Secondo me era giusto lasciare tutto così com’era stato registrato, non mettere le mani su niente, mi piaceva l’idea di lasciare tutto nella versione originale, sia le registrazioni casalinghe, con i rumori della casa, i clacson delle auto in strada, il respiro della città. Ascoltandoli sembra di essere lì insieme a Pino. E poi quelli fatti con la casa discografica. L’idea era quella di mettere nel cofanetto delle tracce di vita, una finestra su questo ragazzo che amava la musica e che viveva di musica, le sue prove prima di arrivare alla realizzazione dei primi dischi. Credo che si capisca molto di lui ascoltando queste registrazioni”.

Sembra di avere tra le mani delle foto scattate all’epoca.
“Si, credo che ci sia molto altro oltre la musica in quelle registrazioni, ci sono le amicizie, la tribù dei musicisti con cui viveva, le cose che amava, e soprattutto i suoi sogni di ragazzo. Spero che chi ascolta queste cose, soprattutto i più giovani, possa trovare una fonte d’ispirazione per un proprio linguaggio musicale. Come faceva lui, che ascoltava Coltrane, la Nccp, i Blind Faith, per trovare la sua voce, la sua musica. C’è tutto quello che viveva all’epoca, poi qualche curiosità, come Donna Cuncetta registrata con un giocattolo comprato all’autogrill, e tanti brani conosciuti registrati in maniera diversa. Brani che raccontano la sua ricerca, il modo in cui è arrivato a realizzare i suoi primi dischi”.

Riscoprire il passato di suo padre è anche un modo per guardare avanti?
“Ovviamente è così, sperando che il meglio debba ancora venire. Guardando indietro puoi trovare la strada giusta per andare avanti, ascoltare le cose del passato per trovare cose giuste per oggi. La cosa bella di tutto questo lavoro è che alla fine mio padre è sempre stato fedele a se stesso, anche rischiando di sbagliare, provando costantemente cose diverse. E credo che questa sia la cosa che si scopre ascoltando queste registrazioni”.

 

 

di Ernesto Assante

Fiorella Mannoia: "Pino Daniele mi insegnò a cantare napoletano"

          (8 marzo 2015)

Intervista alla cantante che ricorda la sua amicizia con l’artista recentemente scomparso

 

“Pino mi ha insegnato a cantare napoletano, ho imparato dalle sue canzoni, mi ha fatto da coach durante il nostro tour in quartetto con Ron e Francesco De Gregori, mi correggeva quando sbagliavo e ci facevamo un mare di risate. Vedere piazza del Plebiscito piena di gente dopo la sua morte è stato commovente, è stato come se fosse morto un re”. Fiorella Mannoia omaggia il grande amico bluesman, scomparso due mesi fa, e le donne domenica 8 marzo al Plauto Teatro Studio di San Nicola la Strada (Caserta) nello show che porta il nome di un suo famoso verso “Anna verrà e sarà un giorno pieno di sole”, idea e regia del cantautore Felice Romano. La Mannoia tornerà in tour a Napoli il 28 aprile al Teatro Augusteo.

Mannoia parteciperà al concerto commemorativo per Pino Daniele in piazza del Plebiscito previsto in estate?
“Vado sempre con i piedi di piombo con le celebrazioni, non mi piace mettermi in mostra per ricordare un amico, ma se sarà un concerto fatto bene, nel rispetto di Pino, come abbiamo fatto per Lucio Dalla, io ci sarò”.

Che ricordo ha di Pino Daniele?
“Pino era molto spiritoso, aveva sempre la battuta pronta, ci divertivamo un sacco insieme. Durante il nostro tour in quartetto con Ron e Francesco De Gregori, ad un certo punto sul palco gli dissi una cosa, non ricordo cosa, lui smise di cantare e scoppiò a ridere, disse al pubblico che era colpa mia. Era un burbero dal cuore morbido, molto simpatico ma non aveva un carattere facile, era intransigente, permaloso, però io sapevo che dietro quel fare da orso si nascondevano sensibilità e fragilità. Gli piaceva stare da solo, come i grandi artisti aveva un velo di malinconia negli occhi”.

Lei ha cantato molte delle sue canzoni, da “Napule è” a “Quando”, nel suo ultimo disco ha inserito una cover di “Senza ‘e te” che ha già cantato molte volte dal vivo con lui. Qual è la prima canzone che avete cantato insieme?
“Credo sia stato proprio “Quando”. Lui mi ha fatto da coach, mi correggeva la pronuncia napoletana. Anche prima di conoscerlo ho sempre cantato a memoria le sue canzoni, fanno parte della mia formazione, quando eravamo ragazzi, e lui era già famoso, andavo a tutti i suoi concerti. E’ stato un riferimento per la mia generazione e per le seguenti, ha saputo coniugare la melodia napoletana con la musica anglosassone come mai nessuno aveva saputo fare prima. Lui è l’essenza della musica partenopea, aveva un modo di comporre alla Sergio Bruni. Il suo modo di cantare, la sua voce con le influenze arabe e il blues sono stati unici. Ho amato tutte le sue canzoni, ma in particolare quelle in napoletano, con questa lingua lui ritrovava la sua dimensione, una poesia sublime arrivata a milioni di persone in maniera universale, e non importava capire cosa esattamente stesse dicendo, arrivava ugualmente la sua anima”.

Cosa le raccontava di Napoli il suo amico Pino Daniele?
Aveva un sentimento di amore e odio per la sua città, gli ricordava un periodo della vita che non deve essere stato facile, l’amava molto anche se ne rimaneva lontano, Napoli rappresentava una ferita nel suo passato intimo, me ne ha parlato spesso ma rispetterò le sue confidenze e non ne parlerò. Per capire la sua Napoli poi basta ascoltare “Napule è”, lì c’è tutto, si respira la città, c’è anche la sofferenza e l’abbandono di un luogo difficile. Per me “Napule è” è come “Imagine” di John Lennon. Pino anche se non viveva più a Napoli non ha mai smesso di denunciarne il degrado e di sentirsi uomo del Sud.

Qual è, invece, il suo legame con Napoli?
Nelle canzoni di Pino ho imparato ad amare quella Napoli che ho vissuto quarant’anni fa quando facevo la controfigura di Monica Vitti nei film, vivevo al Borgo Orefici, ricordo i bassi, i vicoli, e oltre il Lungomare che trovo stupendo, mi è sempre piaciuta anche la città dall’alto, dal Vomero e Posillipo. Quando giravamo a Castel Volturno poi la sera si andava in birreria a Napoli, nei club c’erano i marines della base Nato, ricordo quando facevano a botte ubriachi, si ascoltava la musica, era l’inizio degli anni Settanta, andava forte il Neapolitan Power di cui poi è stato protagonista Pino Daniele con James Senese e tanti altri musicisti. Amo Napoli così com’è, perché o la ami o la odi com’era per Pino, nel bene e nel male.

 

 

di Ilaria Urbani

Una serata Pino Daniele le hit cantate dai suoi amici

           (04 marzo 2015)

 

Saranno resi noti martedì i dettagli del recital voluto dal fratello dell’artista con il Comune e Avitabile, D’Angelo, Lanzetta e Senese.

 

Martedì 10 marzo si conosceranno dettagli e ospiti della commemorazione ufficiale di Pino Daniele. Da un lato, vanno naturalmente rispettati i desideri e le esigenze sia della famiglia di origine che quella che include i tanti figli dei cantautore. Poi vanno esaudite le cosiddette volontà dei musicista scomparso lo scorso gennaio. Così la giornata in suo ricordo programmata per il 19 marzo (data in cui avrebbe compiuto 60 anni) avrà tanto un tono soft nelle scelte cerimoniali quanto uno rigoroso nei contenuti artistici.

“Je sto vicino a te”. Proprio come la hit che apriva l’album omonimo “Pino Daniele” pubblicato nel 1979 (in quella collezione erano contenuti i classici “Chi tene ‘o mare”, “Donna Cuncetta”, “Je’ so pazzo”) si intitola la manifestazione che vede in cabina di regia suo fratello Nello, che nelle settimane passate aveva accennato all’ipotesi di fare un tour in estate nel quale avrebbe ridato luce allo sterminato repertorio di Pino.
L’idea era battezzare i live “Nello canta Daniele”. ln attesa di capire se effettivamente l’impresa sarà realizzata Nello sta elaborando con Palazzo San Giacomo una strategia di comunicazione.

Appuntamento il 19 mattina al Maschio Angioino, dove il sindaco Luigi De Magistris consegnerà ai familiari – invitati i fratelli, le sorelle, le due mogli e l’ultima compagna – le copie della dozzina di libri su cui gli ammiratori hanno scritto il loro ultimo pensiero al loro mito. I libri originali restano custoditi dall’amministrazione. Dopo, nel cortile del castello, un gruppo selezionato di fan produrrà un flash-mob.

«Perché la riflessione è stata una – racconta Nello Daniele –, i protagonisti delle canzoni di Pino erano due: lui e i suoi fan. Se lui non può più esserci, è giusto che ci siano le persone che lo hanno amato». Di sera, invece, al teatro Mediterraneo si svolgerà un recital (ingresso a inviti da prenotare sul sito del Comune) in cui alcuni amici artisti ricorderanno Daniele con un mini ì-set dal vivo. Tra i nomi per certi, Enzo Avitabile, James Senese, Nino D’Angelo e Peppe Lanzetta.

Ma il cast è in costruzione giorno dopo giorno. Così come si sta componendo pure quello del concerto in piazza Plebiscito (in data da definire, a fine estate), che dovrebbe accogliere sul palco anche nomi stranieri. E si vocifera di Eric Clapton, che all’indomani della scomparsa del bluesman gli dedicò la ballad “Pino5”. Intanto Rai Due sta preparando la replica dello speciale “Unici” a cura di Giorgio Verdelli. Alla messa in onda, il 3 febbraio, il programma registrò un audience di 1.460.000 spettatori; ad oggi sono 45 mila le visualizzazioni sul canale Rai Replay. Il bis della serata tv è previsto per il 3 giugno.

 

di Gianni Valentino

Pino Daniele, "così timido e riservato, vi racconto il genio in bianco e nero"

    (13 gennaio 2015)

Intervista a Cesare Monti, l’artista che firmò le copertine dei dischi storici di Pino Daniele: “Passavamo ore a parlare di musica”

 

Il mitico gruppo è tutto lì, in una foto in bianco e nero che a Napoli è famosa almeno quanto quella dei Beatles sulle strisce di Abbey Road. Non manca nessuno. Pino Daniele, James Senese, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Tony Esposito e Rino Zurzolo. La scattò Cesare Monti, fotografo, artista visivo, regista, ma soprattutto l’autore delle copertine di album che hanno fatto la storia della musica italiana. Nel suo studio di Milano, negli anni Settanta, sono nate le cover di dischi per i Dik Dik (gruppo in cui milita il fratello Petruccio Montalbetti), Lucio Battisti, Fabrizio De André, Pfm, Edoardo Bennato, Ivano Fossati. E Pino Daniele, appunto, di cui ha firmato le copertine degli album “Pino Daniele”, “Nero a metà”, “Vai mo’” e “Bella ‘mbriana”. Nacque subito un’amicizia. «Avevamo un feeling speciale — racconta Monti — ho lavorato con molti musicisti importanti ma lui è uno dei pochi di cui sono andato a sentire un concerto. Battisti è stato il più grande musicista che ho incontrato, ma Pino è quello che ho amato di più».

Ricorda il vostro primo incontro?
«Fine anni Settanta, il periodo in cui cominciavo a staccarmi dalla discografia. Però Pino mi piaceva e volevo lavorarci. Venne a Milano, io e mia moglie lo portammo in un negozio a comprare dei vestiti nuovi, perché lui vestiva un po’ così… da scugnizzo diciamo. Era un ragazzo timido, un gigante buono».

Lei è l’autore della foto che ritrae Pino Daniele con il suo gruppo storico.

«Mi hanno detto che è diventata un simbolo a Napoli. La scattai allo Stone Castle di Carimate, dove Pino stava registrando “Vai mo’”. La nostra collaborazione però era cominciata qualche anno prima, con la copertina del disco “Pino Daniele” con le quattro foto in ordine di tempo».

Che è anche una sorta di rompicapo.

«Sì, perché solo la prima e l’ultima hanno lo stesso orario anche se non sono uguali. La scattai nel bagno del suo albergo sotto la Galleria del Corso a Milano. Il concetto alla base è la ciclicità della vita. Riprende la teoria dei corsi e ricorsi storici di Francesco Guicciardini: le cose si ripetono continuamente, ma ripetendosi cambiano anche se di poco».

È la sua foto più bella?
«Io preferisco quella in bianco e nero, sempre di quell’album. Pino seduto su un panca con la chitarra, con la testa rivolta di lato. Sembra un Donatello».

 

Scatti inediti di Cesare Monti (tratti da repubblica.it)

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Poi ci sono “Nero a metà” e “Bella ‘mbriana”.
«La copertina di “Nero a metà” è nata all’improvviso. Ci incontrammo sulla strada tra Roma e Siena e mi venne l’idea di fare questa foto di Pino con chitarra in spalla e un fiumiciattolo alle spalle. Per “Bella ‘mbriana” invece siamo sulle scale della mia casastudio di viale Monte Nero a Milano. Ho voluto scattarla lì perché ci vedevo un’ambientazione napoletana, le scale di un palazzo un po’ fatiscente del centro storico».

Pino frequentava la sua casastudio?

«Sì, veniva sempre a trovarmi. Ma non era il solo, anche De André si fermava spesso, sembrava un club, un ritrovo di artisti. Ricordo che appena arrivava Pino, tante volte in compagnia di James Senese, mi diceva: “Cesare, fà nu cafè, jà”. E si restava lì per ore a parlare di musica».

Qualche episodio particolare?
«Una volta mi raccontò che il riferimento a Masaniello in “Je so’ pazzo” è legato a un’esperienza diretta, a una presenza che “abitava” nella casa in cui viveva da piccolo e che lui pensava essere lo spirito di Masaniello. Da lì quindi «Masaniello è turnato». Un’altra volta mi raccontò della sua sorpresa per piazza Plebiscito strapiena in occasione del suo concerto del 1981. Appena intonò “‘Na tazzulella ‘e cafè”, la gente cominciò a cantare così forte che Pino non riusciva nemmeno a sentire la sua voce. Mi disse: “Capisci, Cesare? Cantavano a squarciagola una canzone che io avevo scritto così, un giorno, al cesso. Incredibile”».

Un affetto travolgente.

«Ma i napoletani sono così. Autentici, di cuore e dotati di un’ironia impareggiabile. Ne ho conosciuti tanti: Edoardo Bennato, Enzo Avitabile, Lino Cannavacciuolo. Io, milanese doc, ho sempre lavorato benissimo con loro, mi sono sempre divertito. Hanno la forza di una cultura unica e una passione straordinaria. De Piscopo, per esempio. Ha una vitalità eccezionale, ci mette il cuore in quello che fa. E poi l’amore dei napoletani per Pino credo rappresenti la voglia di rivalsa di una città che vuole liberarsi dall’oleografia e tributare il giusto riconoscimento a un musicista di altissimo livello».

Il successo cambiò Pino?

«Divenne più sicuro di sé, ma mai presuntuoso. Battisti invece era uno sempre molto convinto delle sue possibilità. Pino, in questo, somigliava più a De André».

Dicono fosse burbero.

«Non è vero. Era timido e riservato, sì. I burberi spesso sono timidi, basta trovare la chiave per farli entrare dentro di te. Poteva dare quest’impressione, ma in realtà era un uomo molto dolce, affettuoso, profondo. Come il suo amico Troisi. Un uomo burbero e antipatico non scrive quei capolavori».

Ai funerali in piazza Plebiscito c’erano centomila persone. A Pino, così schivo, avrebbe fatto piacere?
«Penso proprio di sì. Non credo che possa non far piacere così tanto amore, no?».

 

di Mario Basile

"Nero a metà", il ritorno. Pino Daniele e i suoi: la musica di una vita

Sabato sera al Palalottomatica un appuntamento per ripercorrere 30 anni di carriera. Con lui James Senese e Tullio De Piscopo


E’ difficile, se non impossibile, non amare Pino Daniele. La sua musica, le sue canzoni, sono di quelle che è facile legare a doppio filo alla nostra vita, conservarle in qualche cassetto del cuore quando sono più sentimentali e appassionate, metterle in sintonia con le gambe quando spingono sull’acceleratore del ritmo, sedersi è ascoltarle quando sono musicali, raffinate, sorprendenti. È difficile non amare la musica di Pino Daniele perché non è mai uguale a se stessa, perché ha scavato solchi profondi nella cultura contemporanea del nostro paese, perché è ormai parte integrante della colonna sonora della nostra vita. È difficile non amare, poi, “Nero a metà”, prodigioso album con il quale più di trent’anni fa Pino si è ritagliato un posto d’onore nell’Olimpo della nostra musica, album geniale e popolare al tempo stesso, in cui creatività e ricerca si mescolavano sapientemente con l’ironia e l’intelligenza.

È difficile, quindi non andare a vedere Pino Daniele riproporre ancora una volta dal vivo le canzoni di quel disco, in un concerto come quello che terrà al Palalottomatica domani sera, accompagnato da una straordinaria band, quella con la quale diede vita a quel progetto e che ancora oggi è al suo fianco, composta da James Senese (sax), Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano), Rosario Jermano (percussioni), mentre l’Acoustic Set vedrà sul palco Rino Zurzolo (contrabbasso), Elisabetta Serio (piano) e la partecipazione di Tullio De Piscopo. Del resto è la formazione giusta per mettere sulla tela i colori musicali della sua tavolozza, il blues, il rock, il pop, il jazz, il funk, la melodica, le sonorità mediterranee e quelle più acustiche, in uno show che si muove sulle note dell’omonimo storico terzo album di Pino, dove protagoniste saranno le canzoni più belle di Pino Daniele, da “Quanno chiove”, al brano che dichiara la sua passione di sempre, “A me me piace ‘o blues”, da “I say i sto ccà” a “Nun me scuccià”.

E se è vero che dischi come “Nero a metà” non subiranno mai le ingiurie degli anni e resteranno sempre attualità, bellissimi, coinvolgenti, è anche vero che ascoltare dal vivo quelle canzoni ci consente ancor di più di verificarne l’attualità, e la capacità di Daniele di riproporle senza farle mai diventare oggetto di nostalgia. Pino è un grande cantante, un bravissimo autore, ma è soprattutto un’eccellente musicista, che assieme ai suoi musicisti riesce a rileggere, a interpretare, a ricostruire ogni sera in maniera diversa le sue canzoni, trasformandole in materia viva, in emozione bruciante, in commovente melodia. Ecco, dunque, l’appuntamento con Pino Daniele è di quelli che, per scrivere una frase davvero ovvia, è “da non perdere”, perché ogni concerto di Pino è un atto unico, irripetibile, diverso da tutti gli altri che ha proposto prima e proporrà ancora. Perché a differenza di molti suoi colleghi Pino Daniele è nato per suonare dal vivo, perché in concerto da il meglio di se, con la sua voce e la sua chitarra.

 

 

di Ernesto Assante

Pino Daniele: "A sessant’anni ancora nero a metà"

Il cantautore in concerto al Palapartenope il 16 e il 17 dicembre

 

MUSICANTE senza tempo, Pino Daniele sarà in concerto il 16 e il 17 dicembre al Palapartenope nell’ambito del tour “Nero a metà”, che prende il titolo dal suo leggendario album del 1980 (biglietti da 35 a 70 euro). In scaletta soprattutto i classici dell’epoca, eseguiti dal cantautore prima con un trio acustico (Tullio De Piscopo alle percussioni, Rino Zurzolo al contrabbasso, Elisabetta Serio al piano) e poi dalla band originale di “Nero a metà” (James Senese al sax, Gigi De Rienzo al basso, Agostino Marangolo alla batteria, Ernesto Vitolo al piano e Rosario Jermano alle percussioni). Più un ospite a sorpresa. “Il primo settembre  –  racconta il cantautore  –  abbiamo fatto un concerto all’Arena di Verona: doveva essere un evento unico, ma il pubblico ha reagito con un entusiasmo incredibile, cosa che francamente non mi aspettavo. Così abbiamo deciso di partire per un tour. Volevo riportare alla luce una sonorità differente, quella dei primi anni Ottanta, in un momento in cui tutto è un po’ massificato, anche in senso musicale. Un suono a cui molti oggi fanno riferimento. Non perché la musica di ieri sia migliore di quella di oggi, ma perché allora lo spirito era diverso”.

In che senso, Daniele, lo spirito di quegli anni era diverso?
“Allora si era più concentrati più sull’abilità dei musicisti, sulla loro personalità. Quelli della mia generazione sono cresciuti così e non possono cambiare. Anche se “Nero a metà” quest’anno è stato ristampato in edizione speciale, direi che non si tratta di un’operazione meramente discografica: quanti dischi possiamo vendere, alla fine? È più importante rivalutare l’identità dei musicisti in un’epoca come questa, fatta di suoni tutti uguali, senza personalità”.

Vuol dire che un tempo i musicisti erano più amati, più rispettati anche come persone?
“Sì, pensiamo a gente come Eric Clapton o Santana, oppure a Battiato e alla Pfm, solo per fare qualche nome. Erano uno diverso dall’altro e la musica era un modo per esprimere la loro personalità “.

Non si può parlare di nostalgia?
“No, questo modo di vivere la musica ha sempre fatto parte della mia vita, non appartiene al passato. L’unica differenza è che allora avevo 25 anni e ora ne ho 60”.

Li compie a marzo. Festeggiamenti in programma?
“Soltanto privati, nessuna celebrazione, non le ho mai amate. Ma nel 2015 uscirà il mio nuovo album di inediti, ho già dei pezzi pronti”.

Da molti anni non vive a Napoli, ma non ha mai troncato i rapporti con la sua città: ne ha seguito gli ultimi eventi politici e culturali?
“Sì e no, non sono uno che ama schierarsi. Vedo però quello che succede: quando uno dà fastidio e cerca di cambiare le cose, provano a toglierlo di mezzo, magari appigliandosi a degli errori che può aver fatto in buona fede, a fin di bene”.

Allude ovviamente a de Magistris, alla sua sospensione e al suo reintegro….
“Secondo me lo stavano aspettando come si dice in fondo al vico. Ma non credo che abbia fatto cose scorrette, chissà a chi ha dato fastidio, a chi era destinata quella poltrona”.

E ha seguito le celebrazioni per il trentennale della morte di Eduardo?
“Finalmente si è tornato a parlarne, era ora. Ma forse si dovrebbe fare un’operazione diversa. Non soltanto ricordarlo ma farlo studiare nelle scuole: è sconcertante che molti giovani non lo conoscano. Il teatro è come la letteratura, va studiato, altrimenti se ne perde la memoria”.

Lei non sembra avere questo problema, viene seguito da gente di ogni età…
“La canzone è diversa, ha un’altra immediatezza. Alcune canzoni sono arte, poesia, e quelle restano. È anzi il tempo a rivelarne il valore. Altre sono legate al costume del momento e non sono destinate a durare”.

E a proposito di artisti che restano. I concerti napoletani di fine anno sono per tradizione i più seguiti, anche i più rappresentativi. Quest’anno toccano a lei, il 16 e il 17 dicembre, e a Nino D’Angelo, il 27.
Intramontabili?
“No, per carità, guai a pensare che esistiamo soltanto noi. Un altro grande della nostra generazione è Enzo Gragnaniello, un vero poeta. Poi ci sono i più giovani, Clementino, Rocco Hunt. Tutti degnissimi artisti di questa città”.

 

di Antonio Tricomi

Pino Daniele show: “Capisco chi si ritira ma io voglio ancora suonare”

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Trentaquattro anni dopo l’uscita di “Nero a metà” il musicista celebrerà l’album del successo con un concerto il 1° settembre all’Arena di Verona

Nero a metà non è un disco qualsiasi. Non lo è per Pino Daniele, che nel 1980, al suo terzo album, si affermò definitivamente come uno degli autori principali della nuova canzone italiana. E non lo è per la storia musicale del nostro paese perché quel disco, con le sue melodie, la fusio- ne tra tradizione partenopea, blues, rock e jazz, ha segnato una svolta importante per la nostra canzone.
Daniele ha deciso di celebrare Nero a metà che oggi viene ripubblicato in versione “deluxe”, con una raffica di inediti, demo e outtake dell’epoca, con un grande concerto, il 1° settembre all’Arena di Verona, assieme ai musicisti che con lui crearono quell’album e a un’orchestra sinfonica di 50 elementi, la Roma Sinfonietta diretta da Gianluca Podio.
Per l’occasione arriveranno anche gli amici a festeggiare: Elisa, Fiorella Mannoia, Mario Biondi, Emma e molti altri si aggiungeranno. Abbiamo incontrato il musicista a Roma, poco prima dei Music Award dove stasera verrà premiato proprio per Nero a metà .

Daniele, perché tornare a proporre questo disco?
“Mi sembrava giusto tornare a un album che per me è stato davvero importante. All’estero alcuni grandi artisti hanno fatto operazioni di questo tipo e credo che anche da noi possano avere un senso. Certo, c’è bisogno che ci sia una storia, un disco che funziona non basta “.

Niente nostalgia, dunque? Neanche all’Arena?
“No, perché a Verona ci sarà quello che ho fatto, quello che sto facendo e quello che farò. E ha tutto un senso, come proporre gli album in vinile, o andare in giro quest’estate con due band diverse. Il fatto è che mi diverto a essere me stesso, con tutto quello che ho fatto e che amo”.

Dopo tutti questi anni riesce ancora a divertirsi?
“Sì, anche se dietro al divertimento c’è lavoro, sacrificio, impegno, nella mia vita c’è musica tutti i giorni. Oggi mi diverto con le canzoni di Nero a metà, poi tornerò alla chitarra elettrica e preparerò un disco nuovo, tentando la scommessa di farlo tutto in napoletano. È la stessa cosa di trent’anni fa e se non fosse così smetterei. So che ogni giorno è importante, potrei fare un assolo che non ho mai fatto o scrivere una canzone che non ho mai scritto…”.

Ivano Fossati e Guccini pensano che non ne valga più la pena…
“Per molti di noi questo ambiente è diventato insopportabile. Capisco Ivano al duemila per mille: non siamo abituati a vivere la musica come un prodotto per il mercato. Ma a me piace provarci ancora”.

Cioè il “lavoro” del musicista non supera il “piacere” della musica?
“Ho sempre cercato di far prevalere la musica su tutto. Amo suonare, mi sono sempre sentito più vicino ai musicisti jazz che ai cantanti pop. Alle volte devo fare i conti con il mercato, alle volte ho fatto cose frivole o semplici, ma ho cercato di accettare pochi compromessi e di trovare una coerenza anche nei cambiamenti”.

Certo, i dischi non hanno più la centralità di una volta, la tecnologia ha travolto il mercato, la crisi è forte…
“Sicuramente passare dalle novantamila persone alle duemila, o anche alle duecento, è stato difficilissimo per molti di noi. All’inizio mi sono preoccupato anche io, ma poi ho capito che l’importante è continuare a suonare con onestà, con passione. Anche se resto convinto che un conto sia vedere un concerto su YouTube e un conto è esserci: certe emozioni non possono proprio passare attraverso uno schermo”.

Dopo tanto tempo si sente ancora “nero a metà”?
“Sì, ma sono anche un uomo che ha fatto pace con se stesso. Mi hanno cambiato le esperienze, le famiglie, i matrimoni, i problemi fisici, il non avere più trent’anni e la necessità di adeguarmi ai quasi sessant’anni che ho oggi. Ma ho ancora tanto entusiasmo, e quello che sono oggi mi piace”.

 

di Ernesto Assante

Pino Daniele in concerto, prima acustico poi sinfonico

Due appuntamenti con il cantautore. A Ravello il 6 luglio, a Caserta l’11. “Sono stanco della routine, voglio fare cose nuove, suonare in posti in cui non ho mai suonato prima. Saranno recital diversi tra loro ma intimamente legati al mio mondo, alle radici latine: in scaletta ci saranno i brani più classici

 

Prima la band acustica. Poi l’orchestra sinfonica. Soltanto due concerti estivi per Pino Daniele in Campania, il 6 luglio a Ravello (Villa Rufolo, ingresso 50 euro) e l’11 luglio nel Parco della Reggia di Caserta (da 35 a 52 euro). Due set diversi, due diversi modi di trattare il repertorio “classico” del cantautore napoletano. In attesa di altri due eventi speciali: la riproposizione in chiave sinfonica dello storico album “Nero a metà”, il primo settembre all’Arena di Verona, e la terza edizione della kermesse “Tutta ‘n’ata storia”, negli ultimi giorni di dicembre al Palapartenope.

È la sua strategia per quest’anno, Daniele? Pochi concerti, uno diverso dall’altro, e nessun disco nuovo. Anzi, l’accento è sul repertorio storico e sulle sue possibili riletture.
“La verità è che non m’interessa più la solita routine: il nuovo disco, il tour promozionale, gli stadi eccetera. Sono cose che ho già fatto, non mi appartengono più. Non mi voglio fermare, voglio andare avanti. Non ho mai suonato né a Ravello né nella Reggia di Caserta e quest’anno lo farò per la prima volta. A Ravello con un quartetto acustico, a Caserta con un’orchestra sinfonica”.

Il repertorio?
“Due concerti diversi. Ma entrambi intimamente legati al mio mondo, alle mie radici, alla mia vocazione latina. E in scaletta ci saranno i miei brani più classici”.

E Napoli? Resta fuori da questo giro di concerti?
“A  Napoli tornerò subito dopo Natale. Al Palapartenope, per il terzo anno consecutivo, con una serie di show centrati sulle nostre radici, sull’impareggiabile vicenda musicale della nostra città. L’anno scorso c’erano la Nuova Compagnia di Canto Popolare, gli Osanna e Clementino tra gli altri. Quest’anno ci saranno altri artisti. Il concerto era aperto dal pazzariello: mio figlio non l’aveva mai visto, ma quando io ero piccolo era una figura molto popolare nelle strade di Napoli. Questo per dire dell’importanza delle radici, di come sia necessario insistere sulla nostra identità”.

Ha seguito le polemiche tra sindaco e soprintendente sulla concessione di piazza Plebiscito?
“Quest’anno c’è la Nutella, vero?”.

E l’anno scorso Bruce Springsteen, neanche allora le polemiche mancarono. Lei fu il primo a sdoganare quella piazza nel 1981. Concerto storico, folla sconfinata…
“Prima di me, in quel modo, la piazza l’aveva riempita solo il papa. Ma in entrambi i casi l’accesso era gratuito. Poi ci sono tornato altre volte. Diciamo che per un concerto in una piazza come quella non si dovrebbe pagare il biglietto. O se sì, l’incasso dovrebbe essere devoluto per una finalità sociale.  Però è anche vero che siamo tutti figli del marketing e forse non ha molto senso irrigidirsi contro le così dette manifestazioni commerciali”.

Lei in quella piazza ha suonato diverse volte, così come ci hanno suonato tanti altri artisti. Ai tempi, però, nessuna polemica sul rispetto dei monumenti.
“Ma non si possono paragonare cose tanto diverse e tanto lontane nel tempo. Con Bassolino sindaco la piazza veniva molto utilizzata per la musica, con manifestazioni a ingresso libero, ma c’era un’idea diversa della conduzione della cultura in città. De Magistris si muove in modo diverso, tra difficoltà che all’epoca non c’erano”.

Di qui le scelte “commerciali”?
“Il problema non è tanto vietare lo striscione di questo o quel prodotto, ma la gestione dei beni culturali in generale. Poi si può anche suonare per uno sponsor, l’importante è la qualità della proposta. Non molti anni fa, sempre in piazza Plebiscito, mi sono esibito per il Cornetto Algida. C’era anche Santana. Insomma, la qualità era garantita. Io poi non so nemmeno chi suonerà per la Nutella. Chi suonerà?”.

Mika.
“Eh… auguri”.

 

di Antonio Tricomi

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