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"QUANDO", il cofanetto di Warner Music che racchiude il meglio del repertorio pubblicato dal 1981 al 1999 e il DVD del film documentario "IL TEMPO RESTERÀ".

6CD con 95 brani rimasterizzati dai nastri originali

14 provini, demo e versioni alternative mai pubblicati!

LIBRO di 72 PAGINE + il DVD del Film documentario:

“PINO DANIELE – IL TEMPO RESTERA’”

 

Un documento straordinario

curato dal PINO DANIELE TRUST ONLUS per  Warner Music Italy

Disponibile anche in versione Light Box Edition su 3 CD

 

Esce venerdì 1 dicembre “QUANDO” il cofanetto di Warner Music che racchiude il meglio del repertorio di PINO DANIELE, pubblicato dal 1981 al 1999, e il DVD del film documentario “IL TEMPO RESTERÀ”.

Le tracce audio incluse in “QUANDO” sono state recuperate dai nastri analogici e digitali originali dei 15 Album di Pino Daniele pubblicati da Warner Music, tra i quali: “VaiMo’-1981“, “Bella ‘Mbriana -1983″ passando da “Non Calpestare i Fiori Nel Deserto – 1995“, “Dimmi Cosa Succede sulla Terra – 1997″ e tanti altri. Quello messo in atto è stato un nuovo e accurato lavoro di rimasterizzazione che ha donato nuova vita sonora a brani incisi più di 30 anni fa, migliorandone il suono senza stravolgerne l’essenza.

Gli archivi Warner arricchiscono questo cofanetto anche con demo, provini e versioni alternative mai pubblicati, versioni in spagnolo, special club remix, dj edition e instrumental mix dell’epoca.

Il LIBRO di 72 pagine racchiude testi, foto, commenti, rarità, memorabilia e approfondimenti sul percorso artistico di Pino Daniele, esplorato nello spazio temporale di questo progetto; sono presenti inoltre delle trascrizioni musicali per permettere di studiare lo stile chitarristico di Pino e fare pratica sullo strumento con l’ausilio delle basi musicali originali messe a disposizione in questo cofanetto.

QUANDO è un documento straordinario che, oltre a 6 CD audio e un libro, include il DVD del film “PINO DANIELE – IL TEMPO RESTERÀ”, scritto e diretto da Giorgio Verdelli, che ha ottenuto grande successo di critica e pubblico, proiettato per 3 giorni in oltre 270 sale cinematografiche italiane, con oltre 60.000 spettatori, posizionandosi sempre secondo al boxoffice.

L’Ente no profit Pino Daniele Trust Onlus ha ideato e curato per Warner Music la realizzazione di questo cofanetto.


“QUANDO” è disponibile in due versioni:

BOX DELUXE EDITION

DVD del film “PINO DANIELE – IL TEMPO RESTERÀ”, 6 CD (5 cd con 95 brani rimasterizzati dai nastri originali ed 1 cd di rarità, provini, demo e versioni alternative) + LIBRO di 72 pagine (con foto, commenti di Pino, spartiti musicali per studi di chitarra, analisi del testo e tanto altro…)

BOX LIGHT EDITION

3 CD con 55 brani rimasterizzati dai nastri originali


 

Milano, 3 novembre 2017

Ufficio stampa: Parole & Dintorni (Valentina Aiuto)

Promozione Radio/Tv: Warner Music Italy

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“Pino Daniele – Vai mò”, il post di Cesare Monti

Dopo il primo post tratto dal blog di Cesare Monti in cui ha raccontato il significato dell’artwork del disco “Pino Daniele” , in questo post del 2012 invece racconta dell’incontro con Pino (qualche anno dopo quel disco) in occasione della realizzazione di Vai Mò.

Post di Cesare Monti, venerdì 18 maggio 2012.

Quando lo incontrai per la prima volta, Pino era un ragazzo semplice e molto timido, poi quel suo modo di parlare un pò sottovoce ne facevano una persona deliziosa. Rincontrandolo dopo un paio di long playing anche se non erano cambiati i suoi modi, vidi che qualcosa in lui era mutato, era più sicuro anche quando camminava aveva un portamento convincente. In un momento di pausa quando a casa mia ci si trovava in cucina e le barriere cadevano, chiesi cosa gli era successo. Dopo aver bisbigliato frasi incomprensibili si decise a parlare con più chiarezza. L’anno prima il comune di Napoli aveva organizzato un grande raduno musicale in Piazza del Plebiscito. C’erano almeno duecento mila persone, ad un certo punto toccò a lui, salito sul palco fu accolto da una ovazione incredibile, dopo poco attaccò il pezzo che lo aveva reso celebre “Na tazzulella e caffè”, ma non riusciva a sentire la sua voce perchè tutta la piazza la cantava.
“ Capisci Cesare?!” mi disse ed io risposi “ E’ naturale, la conoscono tutti” e di nuovo Pino “E’ vero ma sentirla in quel modo mi dette i brividi, ma la cosa che mi fece riflettere era che stavano cantando una canzone che avevo composto scherzosamente mentre ero al cesso!!!”
Il rapporto che ho avuto con molti dei musicisti con i quali ho lavorato non si esauriva con la foto, o il progetto della loro copertina, andava oltre. Succedeva che passando da Milano venissero a trovarci, si mangiava insieme e si parlava di tutto, dei desideri, dei sogni, delle difficoltà, della vita insomma, alcuni si fermavano a dormire adattandosi, anche perchè non avevamo una stanza per gli ospiti. Durante una serata di queste, Pino mi raccontò che la canzone “Je sò pazzo” prendeva spunto da una sua esperienza. Aveva due zie con le quali viveva, da piccolo quando combinava qualche pasticcio o disubbidiva le due per punirlo lo rinchiudevano in una stanza che stava sul loro pianerottolo lontana dal loro appartamento. Dentro era buio pesto, succedeva che dopo poco tempo sentisse una presenza, non era amichevole perchè gli bisbigliava che da lì doveva andarsene. Non disse mai nulla per paura di essere considerato pazzo, ma all’età di diciotto anni fece delle ricerche e scoprì che quella era stata la casa di Masaniello l’eroe popolare che nel settecento si era messo a capo della rivolta di Napoli. Da qui è nata la frase “ I su pazzo masaniello è turnato”.

Post tratto dal blog di Cesare Monti

Ricordando Cesare Monti, il post in cui ha raccontato l’artwork dell’album Pino Daniele

Cesare Montalbetti, meglio conosciuto come Cesare Monti, fotografo, grafico, concept creative, regista, scrittore insomma un Artista a tutto tondo (e la A maiuscola non è un caso).

È stato negli anni ’70 ed i primi anni ’80, concept-creative per numerose case discografiche ideando e realizzando gran parte delle copertine degli album pubblicati in quel periodo. Tra gli artisti con i quali Cesare Monti ha lavorato ricordiamo Lucio Battisti, Fabrizio De Andrè, Dik Dik, Edoardo Bennato, Pfm, Equipe 84, Angelo Branduardi, Banco del Mutuo Soccorso e Pino Daniele.

Per Pino ha realizzato la cover e il progetto grafico di quattro album storici: Pino Daniele, Nero a metà, Bella ‘mbriana, Vai mò (oltre ad essere l’autore della foto simbolo del “supergruppo” presente in Vai Mò).

E soltanto il 13 gennaio scorso sulle pagine di la Repubblica, Cesare Monti in un’intervista diede un suo ricordo personale di Pino raccontando il loro primo incontro, aneddoti su Pino e sulla realizzazione delle copertine.

Lo scorso 23 febbraio Cesare Monti ci ha lasciati e noi di “PINO DANIELE wordpress.com” vogliamo ricordarlo e ringraziarlo pubblicando alcuni suoi post tratti dal suo blog in cui racconta di come sono nate le diverse cover realizzate per Pino, dell’idea che si cela dietro queste opere ed anche di alcuni preziosi aneddoti.

 

 

 

Post di Cesare Monti, domenica 17 novembre 2013.

 

 

Pino era un ragazzone che a denti stretti parlava un dialetto misto all’italiano, era difficile capire cosa dicesse, sembrava che bisbigliasse con quel tono un po’ afono. Mi piaceva l’idea di costruire un’immagine che rappresentasse la ciclicità della vita. Il giochino stava nell’aggiungere alla base l’orario delle quattro immagini, immagini in ordine di tempo, solo la prima e la quarta hanno il medesimo orario pur non essendo la stessa. E’ la teoria dei corsi e ricorsi storici le cose si ripetono continuamente, ma come specifica Francesco Guicciardini, nel ripetersi le cose mutano leggermente anche se tutto cambia per rimanere uguale così citava nel Gattopardo il principe di Salina.
Feci la foto nel bagno dell’albergo dove era alloggiato, un hotel sotto la Galleria del Corso. In quella Galleria era passata la storia della musica italiana e prima ancora il varietà, la rivista. Ai tavoli dei bar potevi vedere Battisti e Mogol, Modugno e Vaime, Dario Fo e Franca Rame, la Vanoni e la Mina, Giorgio Gaber e Celentano, Jannacci e Cochi e Renato, lì sotto nascevano le compagnie, i gruppi, c’erano le case discografiche più importanti tra le quali la Numero Uno, tutte le edizioni, insomma il mondo musicale.
Mi piaceva anche poter rompere gli schemi,  mettere in discussione ciò che nel fronte copertina avevo teorizzato. Lo scorrere dell’acqua a simboleggiare il tempo che trascorre, il lavandino che si riempie a significare che le cose non sono sempre uguali, ma per dare forza a tutto ciò occorreva un gesto imprevedibile non programmabile, così l’uomo si alza ed esce di scena, cambiando il percorso prestabilito, affermando quello che i cristiani chiamano, libero arbitrio.

 

 

 

Post tratto dal blog di Cesare Monti

Pino Daniele, "così timido e riservato, vi racconto il genio in bianco e nero"

    (13 gennaio 2015)

Intervista a Cesare Monti, l’artista che firmò le copertine dei dischi storici di Pino Daniele: “Passavamo ore a parlare di musica”

 

Il mitico gruppo è tutto lì, in una foto in bianco e nero che a Napoli è famosa almeno quanto quella dei Beatles sulle strisce di Abbey Road. Non manca nessuno. Pino Daniele, James Senese, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Tony Esposito e Rino Zurzolo. La scattò Cesare Monti, fotografo, artista visivo, regista, ma soprattutto l’autore delle copertine di album che hanno fatto la storia della musica italiana. Nel suo studio di Milano, negli anni Settanta, sono nate le cover di dischi per i Dik Dik (gruppo in cui milita il fratello Petruccio Montalbetti), Lucio Battisti, Fabrizio De André, Pfm, Edoardo Bennato, Ivano Fossati. E Pino Daniele, appunto, di cui ha firmato le copertine degli album “Pino Daniele”, “Nero a metà”, “Vai mo’” e “Bella ‘mbriana”. Nacque subito un’amicizia. «Avevamo un feeling speciale — racconta Monti — ho lavorato con molti musicisti importanti ma lui è uno dei pochi di cui sono andato a sentire un concerto. Battisti è stato il più grande musicista che ho incontrato, ma Pino è quello che ho amato di più».

Ricorda il vostro primo incontro?
«Fine anni Settanta, il periodo in cui cominciavo a staccarmi dalla discografia. Però Pino mi piaceva e volevo lavorarci. Venne a Milano, io e mia moglie lo portammo in un negozio a comprare dei vestiti nuovi, perché lui vestiva un po’ così… da scugnizzo diciamo. Era un ragazzo timido, un gigante buono».

Lei è l’autore della foto che ritrae Pino Daniele con il suo gruppo storico.

«Mi hanno detto che è diventata un simbolo a Napoli. La scattai allo Stone Castle di Carimate, dove Pino stava registrando “Vai mo’”. La nostra collaborazione però era cominciata qualche anno prima, con la copertina del disco “Pino Daniele” con le quattro foto in ordine di tempo».

Che è anche una sorta di rompicapo.

«Sì, perché solo la prima e l’ultima hanno lo stesso orario anche se non sono uguali. La scattai nel bagno del suo albergo sotto la Galleria del Corso a Milano. Il concetto alla base è la ciclicità della vita. Riprende la teoria dei corsi e ricorsi storici di Francesco Guicciardini: le cose si ripetono continuamente, ma ripetendosi cambiano anche se di poco».

È la sua foto più bella?
«Io preferisco quella in bianco e nero, sempre di quell’album. Pino seduto su un panca con la chitarra, con la testa rivolta di lato. Sembra un Donatello».

 

Scatti inediti di Cesare Monti (tratti da repubblica.it)

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Poi ci sono “Nero a metà” e “Bella ‘mbriana”.
«La copertina di “Nero a metà” è nata all’improvviso. Ci incontrammo sulla strada tra Roma e Siena e mi venne l’idea di fare questa foto di Pino con chitarra in spalla e un fiumiciattolo alle spalle. Per “Bella ‘mbriana” invece siamo sulle scale della mia casastudio di viale Monte Nero a Milano. Ho voluto scattarla lì perché ci vedevo un’ambientazione napoletana, le scale di un palazzo un po’ fatiscente del centro storico».

Pino frequentava la sua casastudio?

«Sì, veniva sempre a trovarmi. Ma non era il solo, anche De André si fermava spesso, sembrava un club, un ritrovo di artisti. Ricordo che appena arrivava Pino, tante volte in compagnia di James Senese, mi diceva: “Cesare, fà nu cafè, jà”. E si restava lì per ore a parlare di musica».

Qualche episodio particolare?
«Una volta mi raccontò che il riferimento a Masaniello in “Je so’ pazzo” è legato a un’esperienza diretta, a una presenza che “abitava” nella casa in cui viveva da piccolo e che lui pensava essere lo spirito di Masaniello. Da lì quindi «Masaniello è turnato». Un’altra volta mi raccontò della sua sorpresa per piazza Plebiscito strapiena in occasione del suo concerto del 1981. Appena intonò “‘Na tazzulella ‘e cafè”, la gente cominciò a cantare così forte che Pino non riusciva nemmeno a sentire la sua voce. Mi disse: “Capisci, Cesare? Cantavano a squarciagola una canzone che io avevo scritto così, un giorno, al cesso. Incredibile”».

Un affetto travolgente.

«Ma i napoletani sono così. Autentici, di cuore e dotati di un’ironia impareggiabile. Ne ho conosciuti tanti: Edoardo Bennato, Enzo Avitabile, Lino Cannavacciuolo. Io, milanese doc, ho sempre lavorato benissimo con loro, mi sono sempre divertito. Hanno la forza di una cultura unica e una passione straordinaria. De Piscopo, per esempio. Ha una vitalità eccezionale, ci mette il cuore in quello che fa. E poi l’amore dei napoletani per Pino credo rappresenti la voglia di rivalsa di una città che vuole liberarsi dall’oleografia e tributare il giusto riconoscimento a un musicista di altissimo livello».

Il successo cambiò Pino?

«Divenne più sicuro di sé, ma mai presuntuoso. Battisti invece era uno sempre molto convinto delle sue possibilità. Pino, in questo, somigliava più a De André».

Dicono fosse burbero.

«Non è vero. Era timido e riservato, sì. I burberi spesso sono timidi, basta trovare la chiave per farli entrare dentro di te. Poteva dare quest’impressione, ma in realtà era un uomo molto dolce, affettuoso, profondo. Come il suo amico Troisi. Un uomo burbero e antipatico non scrive quei capolavori».

Ai funerali in piazza Plebiscito c’erano centomila persone. A Pino, così schivo, avrebbe fatto piacere?
«Penso proprio di sì. Non credo che possa non far piacere così tanto amore, no?».

 

di Mario Basile

«Siamo una scuola musicale e di pensiero»

  (31 dicembre 2012)

TONY ESPOSITO E GLI ANNI CON PINO DANIELE E TUTTA LA BAND TORNATI PROTAGONISTI AL PALAPARTENOPE

 

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80 vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd/dvd live “Tutta n’ata storia” (che ripercorre quel magico concerto in piazza del Plebiscito), Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo, Joe Amoroso, Tony Esposito più Enzo Gragnaniello, raccontano dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (gli ultimi tre il 4-5-6 gennaio) che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Tony Esposito, percussionista del riciclo in tempi non sospetti (suonava le padelle di alluminio di una volta), musicista con all’attivo tantissimi album ma anche attore di film e della soap “Un posto al sole”, è uno dei “magici” protagonisti di questo evento live.

Sono passati più di 30 anni che effetto fa ritrovarsi di nuovo tutti insieme?
«Abbiamo vissuto momenti importanti anche di formazione musicale 30 anni fa, io venivo da esperimenti come musicista (“Processione sul mare”, “La banda del sole”) e poi da lì è partita anche la mia carriera da solista (“Kalimba de luna”, “Sinuhe”), quella legata alla forma-canzone che mi è nata proprio nel supergruppo. Oltre al piacere di ritrovare i vecchi amici, suonare con tutti gli altri è una situazione estremamente comoda: c’è una grande nave ben guidata e ognuno deve solo pensare a suonare e divertirsi, senza responsabilità organizzative».
Ognuno la racconta a modo suo, cosa vi portò alla separazione?
«Le cose hanno una loro vita e una loro morte: l’espressione di quel periodo, quell’esperienza si era conclusa e ci è servita per intraprendere ognuno il proprio viaggio. Era un periodo concluso ma sapevamo tutti che prima o poi si sarebbe riaperto ».
Neapolitan Power: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti che erano famosi negli anni ’80?
«Avevamo in più la sostanza del suono, una cosa che oggi manca. Avevamo pochi microfoni e pochissima tecnologia, ma avevamo il suono, il tocco, il timing, tutte cose che il computer ha cancellato nei nuovi musicisti: Pino è uno che passa 6-7 ore al giorno sulla chitarra, anche se non deve fare concerti… La nostra musica era speranza e riscatto, ambivamo a confrontarci con i grandi, i nostri grandi, quelli che hanno fatto la storia della musica, dei suoni e dei generi…».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«Saremmo andati lontanissimo, però forse non avremmo fatto le altre cose: sono fatalista, la vita ha un suo percorso organico per cui forse ci saremmo fermati un po’ dopo, ma ci saremmo fermati. Trovo giusto che siano andate così come trovo giustissimo che sia rinato, non per una decisione a tavolino, ma perché nell’aria c’è questo bisogno. Ne ho parlato tantissimo con Pino, in questo momento questa idea è un’esigenza primaria per dare un’immagine di Napoli unita e nuova.
Si è sempre detto che i musicisti partenopei sono talentuosi ma litigiosi, ed in parte è vero: questo
evento in qualche modo vuole riunire quella che è stata una scuola musicale e di pensiero».
Un aneddoto che ricordi di quegli anni?
«Ricordo il famoso concerto di piazza del Plebiscito, io e Tullio eravamo su una pedana soprelevata e sotto il palco si erano infilati decine di ragazzini per assistere al concerto e un paio di volte rischiammo di cadere con tutti gli strumenti».
Secondo te questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«Conosco bene Pino, lui è attento e aperto a tutto, sono convinto che ci sia la volontà di creare qualcosa per Napoli e poi lavorando lavorando potrebbero venire fuori anche cose nuove… Sarebbe un grande respiro per la città che si aspetta un nuovo Rinascimento».
I tuoi progetti personali?
«Sono molteplici: sto collaborando con Mark Kostabi, (un pittore e compositore che lavorò con Andy
Warhol) a delle performance sospese tra pittura e musica strumentale, e poi lavoro con i musicisti
dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma per un progetto di musica classica. Non smetto logicamente
di essere il Tony Esposito che gioca con gli strumenti in attesa di un’idea nuova, ma in questo momento non sottraggo linfa a questo evento col Supergruppo in cui credo tantissimo sia per noi che per Napoli».

 

di Gigi Avolio

«Rappresentiamo il riscatto di Napoli»

 (27 dicembre 2012)

JOE AMORUSO RACCONTA I RETROSCENA DELLA “REUNION” DELLA BAND DI PINO DANIELE

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80 vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd-dvd live “Tutta n’ata storia”, racconteranno dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (28-29-30 dicembre, 4-5-6 gennaio) che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Abbiamo incontrato singolarmente i protagonisti di quel sogno in una sorta di interviste parallele. Oggi è la volta di Joe Amoruso, l’enfant prodige di quel gruppo, il più giovane (aveva 21 anni in piazza del Plebiscito nell’81), apprezzato e stimatissimo “al nord” (Zucchero, Vasco, Pfm, Fortis se lo “contendevano”), indubbiamente artefice di quel suono che la superband di Pino Daniele aveva.

Sono passati più di 30 anni: che effetto fa ritrovarsi di nuovo tutti insieme?
«La cosa particolare, che è poi il segreto della nostra storia, è che nonostante gli anni, nonostante le varie esperienze che ognuno di noi ha fatto, quando ci ritroviamo sembra davvero che il tempo non
sia passato. Siamo più grossi e più vecchierelli, ma si innescano sempre gli stessi meccanismi di
quando eravamo ragazzi, al di là della musica abbiamo tante cose da dirci, ma quando mettiamo
mano agli strumenti il tempo non è passato».
Ognuno la racconta a modo suo: cosa vi portò alla separazione?
«La band originale dopo qualche anno iniziò a disgregarsi, lo zoccolo duro eravamo io, Rino, Tullio e Pino, le canzoni le provavamo prima in trio, ma dopo un po’ anche per problemi personali con
Pino ci siamo persi».
“Neapolitan Power”: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti che erano famosi negli anni ‘80?
«Avevamo una fortuna che in nessun’altra città c’era: avevamo gli americani che suonavano con
noi nei club intorno al porto: noi tutti di quella generazione siamo passati da quei locali, dopo una
certa ora piazza Municipio e dintorni sembrava una città americana con le camionette della “Mp” che garantivano l’ordine. Facevamo delle jam session interminabili e questo si rifletteva nel modo di suonare di tutti noi, siamo gli ultimi depositari di una commistione di blues, jazz, rock e tradizione napoletana».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«Sono convinto, senza scomodare grandi esempi, che saremmo stati un gruppo e un progetto di
respiro internazionale, che avremmo avuto una consacrazione di pubblico che avrebbe oltrepassato
le mode, i decenni e i cicli».                                                                                                                                          Questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«Ti do un parere spassionato, quasi da esterno: ho la sensazione che questa sia la volta buona
che si ricuciano le fila di quel progetto, mi sembra che sia arrivato il tempo di rimettere in moto
quella macchina, abbiamo tutti voglia di farlo e solo qualche fattore esterno potrebbe impedirlo.
Credo che nessuno se lo aspettasse, sembra quasi che la gente ci stesse aspettando, e in un momento di crisi come questo è un dato da tenere ben presente: prima due, poi tre poi sei concerti e
sono quasi tutti esauriti. La gente ci sta premiando, è un messaggio muto da parte del nostro
pubblico, della nostra città che purtroppo è ultima tra le ultime, una città messa in ginocchio. È
quasi una responsabilità sociale che ci stanno dando, non rappresentiamo più la musica, ma siamo
una sorta di bandiera per Napoli e i napoletani, così come lo eravamo 30 anni fa, abbiamo rappresentato e rappresentiamo di nuovo oggi una sorta di riscatto, un punto di riferimento. È importante che anche noi rivestiamo questi concerti di responsabilità»
I tuoi progetti personali?
«Ho almeno tre dischi pronti nel cassetto oltre a tanti altri progetti paralleli, ma negli ultimi anni
lavorato tantissimo per gli altri mettendo da parte i miei lavori: ora c’è un produttore che mi ha
chiesto di realizzare il mio terzo disco, pensavamo di realizzarlo nel 2013 ma ho l’impressione che
dovrà aspettare un pochino, perché dopo i sei concerti ci sarà ancora da fare».

di Gigi Avolio

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«Insieme saremmo stati una band mondiale»

(22 dicembre 2012)

JAMES SENESE TRA I PROTAGONISTI DELLA “REUNION” ORGANIZZATA DA PINO DANIELE AL “PALAPARTENOPE”

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80, vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd-dvd live “Tutta n’ata storia” (che ripercorre quel magico concerto in piazza del Plebiscito), Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo, Joe Amoroso, Tony Esposito più gli ospiti Enzo Avitabile ed Enzo Gragnaniello, racconteranno dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (28-29-30 dicembre sold out; 4 (“sold out”), 5 e 6 gennaio che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Abbiamo incontrato singolarmente i protagonisti di quel sogno in una sorta di interviste parallele. Oggi incontriamo James Senese, il musicista che già c’era prima di Pino, il crocevia che poi ha fatto incontrare le strade di tutti e che anche dopo ha continuato a mantenere rapporti personali e musicali con tutti, senza mai perdere di vista il suo percorso, non ultimo la partecipazione al fortunatissimo film-concerto “Passione”.

Sono passati più di 30 anni: che effetto fa ritrovarsi di nuovo tutti insieme?
«In fondo non ci siamo mai persi, siamo come una moglie e un marito, basta uno sguardo per capirsi e ritrovare lo stesso entusiasmo della prima volta».
Ognuno la racconta a modo suo: cosa vi portò alla separazione?
«Non ci siamo sciolti perché non eravamo una band, ognuno di noi aveva già i suoi progetti ma c’era
abnegazione l’uno per l’altro: furono questioni economiche, dovute al manager di allora, ma non ci sono mai state gelosie o litigi».
“Neapolitan Power”: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti che erano famosi negli anni ‘80?
«Venivamo tutti da Napoli avevamo una passione e un’abnegazione enorme, non c’erano invidie e soprattutto cantavamo in napoletano che è una vera lingua compresa un po’ ovunque come l’inglese».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«Sono sicuro che eravamo, e siamo, fortissimi: ancora oggi siamo conosciuti e apprezzati anche all’estero, se fossimo rimasti insieme saremmo l’unica band italiana famosa nel
mondo».
Un aneddoto che ricordi di quegli anni?
«Ce ne sono tantissimi, però mi ricordo quando feci comprare un cannocchiale a Pino che già allora non vedeva bene».
Questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«Come ti dicevo prima non ci siamo mai persi, dopo lunghe assenze ci siamo sempre ritrovati, per cui credo che prima o poi ci saranno ancora dei progetti che ci vedranno uniti».
Vedi nel panorama napoletano un artista o un gruppo che in qualche maniera ha dei legami con il “Neapolitan Power”?
«No, ci vogliono 50 anni prima che possa nascere un’altra generazione come quella che si incontrò alla fine degli anni ‘70».
I tuoi progetti personali?
«È stato un anno formidabile con il mio ultimo disco “È fernuto ‘o tiempo” e con il film-concerto “Passione”: io non mi sono fermato mai in tanti anni, sto già lavorando ad un nuovo disco».

di Gigi Avolio

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«La gente ama le nostre canzoni»

(28 dicembre 2012)

RINO ZURZOLO TRA I PROTAGONISTI DEI LIVE DI PINO DANIELE

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80 vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd-dvd live “Tutta n’ata storia”, racconteranno dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (28-29-30 dicembre, 4-5-6 gennaio) che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Abbiamo incontrato singolarmente i protagonisti di quel sogno in una sorta di interviste parallele. Oggi è la volta di Rino Zurzolo.

Sono passati più di 30 anni: che effetto fa ritrovarsi di nuovo tutti insieme?
«In realtà non c’è stata una lunghissima interruzione perché con Pino sono sempre rimasto in contatto e anche con gli altri ho continuato a collaborare, poi nel 2008 c’è stato quel lungo periodo che abbiamo suonato insieme. In ogni caso succede sempre una cosa strana: appena prendiamo gli strumenti viene fuori subito quel back round che ci ha uniti da sempre, una dimensione, una specie di codice musicale e umano che ci unisce e ci fa essere una cosa sola quando suoniamo insieme. Stavamo provando l’altro giorno io, Joe e Pino e ci siamo divertiti da morire, ma senza nostalgia, anzi suonando cose nuove: la cosa bella è che oggi 30 anni dopo ognuno porta in più le esperienze personali accumulate in questo tempo, però quando ci ritroviamo sembra sempre che ci siamo lasciati la sera prima nella sala prove di tanti anni fa».
Ognuno la racconta a modo suo: cosa vi portò alla separazione?
«Penso che eravamo tutti giovani, meno maturi e più legati ai personalismi, ognuno pensava al proprio io, ognuno pensava a essere e a fare le proprie cose, senza capire che invece eravamo noi stessi proprio facendo le cose insieme. E così gli equilibri saltano».
“Neapolitan Power”: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti che erano famosi negli anni ‘80?
«Insegnando ai ragazzi in Conservatorio dico sempre che per fare le cose bene ci vuole la passione. Noi non avevamo le tecnologie che hanno i ragazzi di oggi, ma avevamo la passione, ci vedevamo ogni giorno e suonavamo 3-4 ore di seguito: Pino mi veniva a prendere al Conservatorio ogni giorno e andavamo nella sala prove e buttavamo giù idee musicali. Un po’ come andare ogni giorno in palestra per allenarsi, solo così venivano fuori i risultati, e quando vai sul palco questa passione si sente: ci sono tanti ottimi musicisti, ma senza la passione sei solo uno strumentista».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«È difficile fare ipotesi, eppure nonostante siano passati tanti anni la gente ama ancora quelle canzoni, ci ferma ancora per strada e ci chiede di quei tempi: fare il tutto esaurito per 4 o 5 concerti oggi è un segnale importante».
Questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«So solo che ci siamo rincontrati con grande gioia, avverto una sensazione molto forte in tutti noi che potrebbe alimentare un futuro: sei concerti quasi tutti esauriti sono un segno fortissimo»
I tuoi progetti personali?
«Non faccio tanti dischi, sto preparando delle cose, ho un progetto che verrà presto fuori: io incamero e poi quando sono pieno metto fuori un progetto che segua una linea e porti avanti un linguaggio musicale».

di Gigi Avolio

featured_Rino

«L’evento rimarrà negli annali della grande musica d’autore»

 (20 dicembre 2012)

DE PISCOPO SULLA “REUNION” DI PINO DANIELE

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80, vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano
insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd-dvd live “Tutta n’ata storia” (che ripercorre quel magico concerto in piazza del Plebiscito), Pino Daniele, Tullio De Piscopo (nella foto), James Senese, Rino Zurzolo, Joe Amoroso, Tony Esposito più gli ospiti Enzo Avitabile ed Enzo Gragnaniello, racconteranno dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (28-29-30 dicembre sold out; 4-5-6 gennaio) che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Abbiamo incontrato singolarmente i protagonisti di quel sogno in una sorta di interviste parallele. Tocca a Tullio De Piscopo il mitico batterista di quel gruppo, che oltre alle tantissime collaborazioni internazionali, vanta un successo e una considerazione personale in ambito jazzistico ma anche in quello più pop(olare), oltre a tenere da anni un ambitissimo corso di batteria a Milano. Nel 2010 ha festeggiato 40 anni di carriera con un doppio cd antologico dal titolo “Questa è la storia”.

Sono passati più di 30 anni: che effetto fa ritrovarsi di nuovo tutti insieme?
«È stato tutto semplice e naturale, passano gli anni e non si può mai dire di essere arrivati, perché guardandoci dietro ci accorgiamo di quanto grandi possano essere le piccole cose del passato. Dovevano essere solo due date, ora siamo a 6 e le prime tre sono esaurite. Questo evento rimarrà negli annali, la grande musica d’autore non muore mai, questo dimostra quanta attesa c’era. Nonostante giochiamo in casa sono convinto che molti spettatori verranno anche da altre città: il pubblico ha ripreso gusto a partecipare ai grandi live, quando la musica tocca il cuore, come quella di Pino, quando instaura un feeling diretto col cuore delle persone, solo allora ha adempiuto in pieno il suo compito. Da parte mia posso dire che avrò ancora una volta un’emozione immensa a condividere il palco con tanti amici con i quali ho suonato in centinaia di memorabili concerti non solo in Italia. Il mio connubio con Pino non s’è mai sciolto, anche quando siamo stati lontani tanti anni, è un legame speciale che ci unisce e ci fa ritrovare con lo stesso entusiasmo e amore per la musica».
Ognuno la racconta a modo suo: cosa vi portò alla separazione?
«Ci furono anche dei giochi discografici, io avevo dei contratti che sciolsi grazie a Pino e Willy David per cui realizzammo il famoso “Acqua e vient”. Anche gli altri avevano situazioni simili per cui pian piano ognuno ha preso la sua strada, anche se credo che pur mantenendo le proprie strade separate, si poteva continuare a fare le cose insieme ma c’erano giochi manageriali che non hanno favorito questo evento».
“Neapolitan Power”: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti famosi negli anni ‘80?
«’O sangh int all’uocchie».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«Non lo so, io credo molto in questo tipo di musica, ai testi e alle poesie di Pino, canzoni entrate nella storia. Io credevo e credo che avremmo potuto girare e sbancare in tutto il mondo: lo avremmo potuto fare allora, lo avremmo potuto fare anche nel 2008 e lo potremmo fare anche ora».
Un aneddoto che ricordi?
«Mi ricordo il concerto a Milano in piazza del Duomo: vedemmo un mare di teste, una folla infinita. Salii sul palco a provare, vidi questo mare di gente e tornai nei camerini. “Mamma do’ Carmine guagliù, cca c’accireno”, e invece la nostra musica e il nostro sentimento ebbero un successo straordinario».
Questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«Nella vita c’è sempre un futuro, non bisogna mai guardare dietro. Ma questa band vive nel passato e ha anche un futuro. Secondo me dopo questi concerti succederà sicuramente “qualcosa”, non siamo più ragazzini, siamo diventati nonni, abbiamo dei nipoti: bisogna avere intorno persone capaci che ci amino senza false amicizie».
Nel panorama napoletano c’è un artista o un gruppo che, in qualche maniera, ha dei legami con il “Neapolitan Power”?
«No, semplicemente perché è impossibile trovare un nuovo Pino Daniele. Un ragazzo che prova a scrivere oggi, deve stare attento a non copiare le poesie di Pino: ci potranno essere dei bravi strumentisti ma senza qualcuno che scrive e canta cose che emozionino…».
Progetti personali?
«Il mio passato, presente e futuro è quello di stare tra la gente e suonare, se poi capiterà qualche progetto discografico perché no».

di Gigi Avolio

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Con Daniele e Co. soffia il vento dei ricordi

 (30 dicembre 2012)

IL MUSICANTE E LA SUPERBAND AL PALAPARTENOPE: “TUTTA N’ATA STORIA” INCANTA E TRASCINA LA PLATEA

 

«Non sarà un concerto per nostalgici» aveva preannunciato Pino Daniele nella sua intervista e il pubblico presente al Palapartenope per il primo dei sei concerti previsti fino al 6 gennaio lo ha confermato (ancora disponibili biglietti solo per il 5 e 6). C’erano in sala quelli che come noi erano presenti in piazza del Plebiscito nel 1981, ma la maggior parte degli spettatori erano giovani dai 30 anni in giù a conferma che Pino Daniele e la “Superband” hanno travalicato le generazioni e i ceti sociali, continuando a “contagiare nuovi malati” anche senza esibirsi più insieme. «È una serata speciale, una serata per voi in cui farò anche canzoni vecchissime, per cui mi potrò anche sbagliare» comincia da solo con la sua chitarra e per far capire meglio cosa intende per “canzoni vecchissime” rispolvera “Terra mia”, “Qualcosa arriverà” e “Lazzari Felici” con il sorprendente coro del pubblico che ricorda anche le parole dei brani più desueti. «Sono stato un ragazzo fortunato perché ho incontrato tantissimi musicisti, per cui era giusto ritrovarci così qui a Napoli»: abbraccia Tullio De Piscopo che con spazzole e rullante lo accompagna in “Putesse essere allero” e “Je sto vicino a te”. Altro grandissimo applauso la platea lo riserva a James Senese, al suo sax e i Napoli Centrale (Gigi De Rienzo, Enesto Vitolo, Fredy Malfi) che propongono cult come “Campagna” e “Simme jute e simme venute), poi rientra Pino e a Senese si aggiungono Rino Zurzolo al contrabbasso, Joe Amoroso, Rosario Jermano percussioni, Antonio Onorato e Michael Baker alla batteria per “amplificare” i brividi di “Chi tene o mare” (le tastiere di Amoruso e la chitarra di Onorato meritano una citazione a parte); “Quanno chiove” è un vento di ricordi soffiato dal sax di Senese che sostiene il coro del pubblico fino ad arrivare al “pariamiento” tra la chitarra slide di Pino e quella di Onorato sulle note di “Je so pazzo” (con un “nun c’è scassate o c….” liberatorio gridato dalla platea alzatasi appositamente in piedi per rafforzarlo) e “’O scarrafone” con la profetica strofa “questa lega è una vergogna”.

Con Enzo Gragnaniello si erano incontrati solo sui banchi delle elementari, per la prima volta si scambiano le canzoni e così lo “sciamano” dei Quartieri regala una intensissima “Cammina cammina” (il coro sempre presente…) mentre il Musicante lo accompagna a modo suo in “Senza voce”: poi si aggiungono Zurzolo, Onorato e Jermano per una toccante “Donna Cuncetta” con le voci di Gragnaniello e Pino che si incrociano strofa dopo strofa. Poi è la volta di Toni Esposito con la sua band che ripropone la sua hit “Kalimba de luna” per poi entrare in “trio” con Zurzolo e Gianluca Podio alle tastiere per esaltare la sei corde di Pino in “Appucundria” e “Mareluna”.
Davvero belle tutte le parentesi e le jam session che costituiscono l’evento “Tutta n’ata storia”, ma quando si ritrova la Superband al completo e attaccano “Bella mbriana” comincia il nucleo centrale del concerto, quello che tutti attendevano da una vita, sia quelli che li avevano già visti all’opera, sia i giovani che, dopo averli ammirati solo su YouTube, hanno vissuto un momento storico. Abbiamo dichiarato che noi eravamo al concerto del 1981 (era l’anno della maturità e ci accampammo in piazza fin dal mattino) ma da allora per lavoro e per passione abbiamo visto Pino Daniele suonare decine di volte con tantissime formazioni diverse e in collaborazione con tantissimageimi artisti di statura internazionale (non ultimo Eric Clapton due estati fa) per cui quello che affermiamo non è dettato dalla nostra parte nostalgica ma dall’averlo visto e sentito in ogni formazione. C’è un’alchimia, un legame, una istintiva veracità che si innesca quando Pino Daniele si ritrova con gli amici della Superband, un codice invisibile, una comunicazione e una condivisione di intenzioni che li rende di gran lunga più emozionanti e tecnicamente inimitabili rispetto anche “agli dei” internazionali che si sono misurati con la sua musica. L’apoteosi scatta sull’attacco di “I say je sto cca” con la meritatissima standing ovation che anticipa “Notte ca se ne va” per poi cambiare scena e lasciare spazio ad una composizione di Joe Amoruso, ad una versione intima di “Alleria” (Zurzolo, Amoruso, Daniele) e una creazione strumentale del virtuoso del contrabbasso accompagnato dalla moglie Valentina e da Elisabetta Serio alle tastiere. Anche De Piscopo ha la sua parentesi personale, che dopo una coinvolgente improvvisazione lo vede riproporre “Stop Bajon” (insieme a Tony Cercola) per poi lasciare il palco al “padrone di casa” che insieme a Baker, Podio, Zurzolo e la Serio abbandona i pezzi cult rielaborando le sue canzoni più recenti (“Coffe time”, “O frà”, “Sara non piangere”, “Dubbi non ho”, “Che male c’è”). A volerla dire tutta, la platea ha seguito questo “segmento” più recente con poca attenzione e partecipazione, che però sono subito tornate a livelli altissimi quando, con la stessa formazione, ha reinterpretato “A me me piace o blues”. Il finale appartiene alla Superband ed è li “ca se ne carett o teatr” (è li che arrivò l’apoteosi ndr) con “Vient e terra” che si merita una lunghissima standing ovation e “Yes I know my way” (doppia batteria De Piscopo-Baker e doppia tastiera Amoruso-Podio). Stremato ma felicissimo Pino Daniele regala solo un bis, una versione corale di “Napule è” con tutti i musicisti protagonisti della serata contemporaneamente in scena. Questo è solo il preludio, fino al 6 gennaio questo grandissimo incontro si ripeterà al Palapartenope, ma già si lavora alla progettazione di un evento ancora più sensazionale che dovrebbe avere luogo questa estate nel “salotto buono” del Plebiscito o sul lungomare liberato: la strada giusta è questa, loro sono l’orgoglio, il vanto e il riscatto di una città, oggi ancor più che nell’81. Questa è la cosa importante che la gente con la sua massiccia presenza poligenerazionale ha voluto comunicare al Musicante, al suo management e a tutti gli altri musicisti napoletani.

 

di Gigi Avolio

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