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«Siamo una scuola musicale e di pensiero»

  (31 dicembre 2012)

TONY ESPOSITO E GLI ANNI CON PINO DANIELE E TUTTA LA BAND TORNATI PROTAGONISTI AL PALAPARTENOPE

 

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80 vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd/dvd live “Tutta n’ata storia” (che ripercorre quel magico concerto in piazza del Plebiscito), Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo, Joe Amoroso, Tony Esposito più Enzo Gragnaniello, raccontano dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (gli ultimi tre il 4-5-6 gennaio) che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Tony Esposito, percussionista del riciclo in tempi non sospetti (suonava le padelle di alluminio di una volta), musicista con all’attivo tantissimi album ma anche attore di film e della soap “Un posto al sole”, è uno dei “magici” protagonisti di questo evento live.

Sono passati più di 30 anni che effetto fa ritrovarsi di nuovo tutti insieme?
«Abbiamo vissuto momenti importanti anche di formazione musicale 30 anni fa, io venivo da esperimenti come musicista (“Processione sul mare”, “La banda del sole”) e poi da lì è partita anche la mia carriera da solista (“Kalimba de luna”, “Sinuhe”), quella legata alla forma-canzone che mi è nata proprio nel supergruppo. Oltre al piacere di ritrovare i vecchi amici, suonare con tutti gli altri è una situazione estremamente comoda: c’è una grande nave ben guidata e ognuno deve solo pensare a suonare e divertirsi, senza responsabilità organizzative».
Ognuno la racconta a modo suo, cosa vi portò alla separazione?
«Le cose hanno una loro vita e una loro morte: l’espressione di quel periodo, quell’esperienza si era conclusa e ci è servita per intraprendere ognuno il proprio viaggio. Era un periodo concluso ma sapevamo tutti che prima o poi si sarebbe riaperto ».
Neapolitan Power: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti che erano famosi negli anni ’80?
«Avevamo in più la sostanza del suono, una cosa che oggi manca. Avevamo pochi microfoni e pochissima tecnologia, ma avevamo il suono, il tocco, il timing, tutte cose che il computer ha cancellato nei nuovi musicisti: Pino è uno che passa 6-7 ore al giorno sulla chitarra, anche se non deve fare concerti… La nostra musica era speranza e riscatto, ambivamo a confrontarci con i grandi, i nostri grandi, quelli che hanno fatto la storia della musica, dei suoni e dei generi…».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«Saremmo andati lontanissimo, però forse non avremmo fatto le altre cose: sono fatalista, la vita ha un suo percorso organico per cui forse ci saremmo fermati un po’ dopo, ma ci saremmo fermati. Trovo giusto che siano andate così come trovo giustissimo che sia rinato, non per una decisione a tavolino, ma perché nell’aria c’è questo bisogno. Ne ho parlato tantissimo con Pino, in questo momento questa idea è un’esigenza primaria per dare un’immagine di Napoli unita e nuova.
Si è sempre detto che i musicisti partenopei sono talentuosi ma litigiosi, ed in parte è vero: questo
evento in qualche modo vuole riunire quella che è stata una scuola musicale e di pensiero».
Un aneddoto che ricordi di quegli anni?
«Ricordo il famoso concerto di piazza del Plebiscito, io e Tullio eravamo su una pedana soprelevata e sotto il palco si erano infilati decine di ragazzini per assistere al concerto e un paio di volte rischiammo di cadere con tutti gli strumenti».
Secondo te questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«Conosco bene Pino, lui è attento e aperto a tutto, sono convinto che ci sia la volontà di creare qualcosa per Napoli e poi lavorando lavorando potrebbero venire fuori anche cose nuove… Sarebbe un grande respiro per la città che si aspetta un nuovo Rinascimento».
I tuoi progetti personali?
«Sono molteplici: sto collaborando con Mark Kostabi, (un pittore e compositore che lavorò con Andy
Warhol) a delle performance sospese tra pittura e musica strumentale, e poi lavoro con i musicisti
dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma per un progetto di musica classica. Non smetto logicamente
di essere il Tony Esposito che gioca con gli strumenti in attesa di un’idea nuova, ma in questo momento non sottraggo linfa a questo evento col Supergruppo in cui credo tantissimo sia per noi che per Napoli».

 

di Gigi Avolio

«Rappresentiamo il riscatto di Napoli»

 (27 dicembre 2012)

JOE AMORUSO RACCONTA I RETROSCENA DELLA “REUNION” DELLA BAND DI PINO DANIELE

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80 vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd-dvd live “Tutta n’ata storia”, racconteranno dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (28-29-30 dicembre, 4-5-6 gennaio) che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Abbiamo incontrato singolarmente i protagonisti di quel sogno in una sorta di interviste parallele. Oggi è la volta di Joe Amoruso, l’enfant prodige di quel gruppo, il più giovane (aveva 21 anni in piazza del Plebiscito nell’81), apprezzato e stimatissimo “al nord” (Zucchero, Vasco, Pfm, Fortis se lo “contendevano”), indubbiamente artefice di quel suono che la superband di Pino Daniele aveva.

Sono passati più di 30 anni: che effetto fa ritrovarsi di nuovo tutti insieme?
«La cosa particolare, che è poi il segreto della nostra storia, è che nonostante gli anni, nonostante le varie esperienze che ognuno di noi ha fatto, quando ci ritroviamo sembra davvero che il tempo non
sia passato. Siamo più grossi e più vecchierelli, ma si innescano sempre gli stessi meccanismi di
quando eravamo ragazzi, al di là della musica abbiamo tante cose da dirci, ma quando mettiamo
mano agli strumenti il tempo non è passato».
Ognuno la racconta a modo suo: cosa vi portò alla separazione?
«La band originale dopo qualche anno iniziò a disgregarsi, lo zoccolo duro eravamo io, Rino, Tullio e Pino, le canzoni le provavamo prima in trio, ma dopo un po’ anche per problemi personali con
Pino ci siamo persi».
“Neapolitan Power”: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti che erano famosi negli anni ‘80?
«Avevamo una fortuna che in nessun’altra città c’era: avevamo gli americani che suonavano con
noi nei club intorno al porto: noi tutti di quella generazione siamo passati da quei locali, dopo una
certa ora piazza Municipio e dintorni sembrava una città americana con le camionette della “Mp” che garantivano l’ordine. Facevamo delle jam session interminabili e questo si rifletteva nel modo di suonare di tutti noi, siamo gli ultimi depositari di una commistione di blues, jazz, rock e tradizione napoletana».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«Sono convinto, senza scomodare grandi esempi, che saremmo stati un gruppo e un progetto di
respiro internazionale, che avremmo avuto una consacrazione di pubblico che avrebbe oltrepassato
le mode, i decenni e i cicli».                                                                                                                                          Questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«Ti do un parere spassionato, quasi da esterno: ho la sensazione che questa sia la volta buona
che si ricuciano le fila di quel progetto, mi sembra che sia arrivato il tempo di rimettere in moto
quella macchina, abbiamo tutti voglia di farlo e solo qualche fattore esterno potrebbe impedirlo.
Credo che nessuno se lo aspettasse, sembra quasi che la gente ci stesse aspettando, e in un momento di crisi come questo è un dato da tenere ben presente: prima due, poi tre poi sei concerti e
sono quasi tutti esauriti. La gente ci sta premiando, è un messaggio muto da parte del nostro
pubblico, della nostra città che purtroppo è ultima tra le ultime, una città messa in ginocchio. È
quasi una responsabilità sociale che ci stanno dando, non rappresentiamo più la musica, ma siamo
una sorta di bandiera per Napoli e i napoletani, così come lo eravamo 30 anni fa, abbiamo rappresentato e rappresentiamo di nuovo oggi una sorta di riscatto, un punto di riferimento. È importante che anche noi rivestiamo questi concerti di responsabilità»
I tuoi progetti personali?
«Ho almeno tre dischi pronti nel cassetto oltre a tanti altri progetti paralleli, ma negli ultimi anni
lavorato tantissimo per gli altri mettendo da parte i miei lavori: ora c’è un produttore che mi ha
chiesto di realizzare il mio terzo disco, pensavamo di realizzarlo nel 2013 ma ho l’impressione che
dovrà aspettare un pochino, perché dopo i sei concerti ci sarà ancora da fare».

di Gigi Avolio

featured_Joe

«Insieme saremmo stati una band mondiale»

(22 dicembre 2012)

JAMES SENESE TRA I PROTAGONISTI DELLA “REUNION” ORGANIZZATA DA PINO DANIELE AL “PALAPARTENOPE”

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80, vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd-dvd live “Tutta n’ata storia” (che ripercorre quel magico concerto in piazza del Plebiscito), Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo, Joe Amoroso, Tony Esposito più gli ospiti Enzo Avitabile ed Enzo Gragnaniello, racconteranno dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (28-29-30 dicembre sold out; 4 (“sold out”), 5 e 6 gennaio che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Abbiamo incontrato singolarmente i protagonisti di quel sogno in una sorta di interviste parallele. Oggi incontriamo James Senese, il musicista che già c’era prima di Pino, il crocevia che poi ha fatto incontrare le strade di tutti e che anche dopo ha continuato a mantenere rapporti personali e musicali con tutti, senza mai perdere di vista il suo percorso, non ultimo la partecipazione al fortunatissimo film-concerto “Passione”.

Sono passati più di 30 anni: che effetto fa ritrovarsi di nuovo tutti insieme?
«In fondo non ci siamo mai persi, siamo come una moglie e un marito, basta uno sguardo per capirsi e ritrovare lo stesso entusiasmo della prima volta».
Ognuno la racconta a modo suo: cosa vi portò alla separazione?
«Non ci siamo sciolti perché non eravamo una band, ognuno di noi aveva già i suoi progetti ma c’era
abnegazione l’uno per l’altro: furono questioni economiche, dovute al manager di allora, ma non ci sono mai state gelosie o litigi».
“Neapolitan Power”: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti che erano famosi negli anni ‘80?
«Venivamo tutti da Napoli avevamo una passione e un’abnegazione enorme, non c’erano invidie e soprattutto cantavamo in napoletano che è una vera lingua compresa un po’ ovunque come l’inglese».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«Sono sicuro che eravamo, e siamo, fortissimi: ancora oggi siamo conosciuti e apprezzati anche all’estero, se fossimo rimasti insieme saremmo l’unica band italiana famosa nel
mondo».
Un aneddoto che ricordi di quegli anni?
«Ce ne sono tantissimi, però mi ricordo quando feci comprare un cannocchiale a Pino che già allora non vedeva bene».
Questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«Come ti dicevo prima non ci siamo mai persi, dopo lunghe assenze ci siamo sempre ritrovati, per cui credo che prima o poi ci saranno ancora dei progetti che ci vedranno uniti».
Vedi nel panorama napoletano un artista o un gruppo che in qualche maniera ha dei legami con il “Neapolitan Power”?
«No, ci vogliono 50 anni prima che possa nascere un’altra generazione come quella che si incontrò alla fine degli anni ‘70».
I tuoi progetti personali?
«È stato un anno formidabile con il mio ultimo disco “È fernuto ‘o tiempo” e con il film-concerto “Passione”: io non mi sono fermato mai in tanti anni, sto già lavorando ad un nuovo disco».

di Gigi Avolio

featured_James

«La gente ama le nostre canzoni»

(28 dicembre 2012)

RINO ZURZOLO TRA I PROTAGONISTI DEI LIVE DI PINO DANIELE

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80 vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd-dvd live “Tutta n’ata storia”, racconteranno dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (28-29-30 dicembre, 4-5-6 gennaio) che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Abbiamo incontrato singolarmente i protagonisti di quel sogno in una sorta di interviste parallele. Oggi è la volta di Rino Zurzolo.

Sono passati più di 30 anni: che effetto fa ritrovarsi di nuovo tutti insieme?
«In realtà non c’è stata una lunghissima interruzione perché con Pino sono sempre rimasto in contatto e anche con gli altri ho continuato a collaborare, poi nel 2008 c’è stato quel lungo periodo che abbiamo suonato insieme. In ogni caso succede sempre una cosa strana: appena prendiamo gli strumenti viene fuori subito quel back round che ci ha uniti da sempre, una dimensione, una specie di codice musicale e umano che ci unisce e ci fa essere una cosa sola quando suoniamo insieme. Stavamo provando l’altro giorno io, Joe e Pino e ci siamo divertiti da morire, ma senza nostalgia, anzi suonando cose nuove: la cosa bella è che oggi 30 anni dopo ognuno porta in più le esperienze personali accumulate in questo tempo, però quando ci ritroviamo sembra sempre che ci siamo lasciati la sera prima nella sala prove di tanti anni fa».
Ognuno la racconta a modo suo: cosa vi portò alla separazione?
«Penso che eravamo tutti giovani, meno maturi e più legati ai personalismi, ognuno pensava al proprio io, ognuno pensava a essere e a fare le proprie cose, senza capire che invece eravamo noi stessi proprio facendo le cose insieme. E così gli equilibri saltano».
“Neapolitan Power”: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti che erano famosi negli anni ‘80?
«Insegnando ai ragazzi in Conservatorio dico sempre che per fare le cose bene ci vuole la passione. Noi non avevamo le tecnologie che hanno i ragazzi di oggi, ma avevamo la passione, ci vedevamo ogni giorno e suonavamo 3-4 ore di seguito: Pino mi veniva a prendere al Conservatorio ogni giorno e andavamo nella sala prove e buttavamo giù idee musicali. Un po’ come andare ogni giorno in palestra per allenarsi, solo così venivano fuori i risultati, e quando vai sul palco questa passione si sente: ci sono tanti ottimi musicisti, ma senza la passione sei solo uno strumentista».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«È difficile fare ipotesi, eppure nonostante siano passati tanti anni la gente ama ancora quelle canzoni, ci ferma ancora per strada e ci chiede di quei tempi: fare il tutto esaurito per 4 o 5 concerti oggi è un segnale importante».
Questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«So solo che ci siamo rincontrati con grande gioia, avverto una sensazione molto forte in tutti noi che potrebbe alimentare un futuro: sei concerti quasi tutti esauriti sono un segno fortissimo»
I tuoi progetti personali?
«Non faccio tanti dischi, sto preparando delle cose, ho un progetto che verrà presto fuori: io incamero e poi quando sono pieno metto fuori un progetto che segua una linea e porti avanti un linguaggio musicale».

di Gigi Avolio

featured_Rino

«L’evento rimarrà negli annali della grande musica d’autore»

 (20 dicembre 2012)

DE PISCOPO SULLA “REUNION” DI PINO DANIELE

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80, vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano
insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd-dvd live “Tutta n’ata storia” (che ripercorre quel magico concerto in piazza del Plebiscito), Pino Daniele, Tullio De Piscopo (nella foto), James Senese, Rino Zurzolo, Joe Amoroso, Tony Esposito più gli ospiti Enzo Avitabile ed Enzo Gragnaniello, racconteranno dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (28-29-30 dicembre sold out; 4-5-6 gennaio) che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Abbiamo incontrato singolarmente i protagonisti di quel sogno in una sorta di interviste parallele. Tocca a Tullio De Piscopo il mitico batterista di quel gruppo, che oltre alle tantissime collaborazioni internazionali, vanta un successo e una considerazione personale in ambito jazzistico ma anche in quello più pop(olare), oltre a tenere da anni un ambitissimo corso di batteria a Milano. Nel 2010 ha festeggiato 40 anni di carriera con un doppio cd antologico dal titolo “Questa è la storia”.

Sono passati più di 30 anni: che effetto fa ritrovarsi di nuovo tutti insieme?
«È stato tutto semplice e naturale, passano gli anni e non si può mai dire di essere arrivati, perché guardandoci dietro ci accorgiamo di quanto grandi possano essere le piccole cose del passato. Dovevano essere solo due date, ora siamo a 6 e le prime tre sono esaurite. Questo evento rimarrà negli annali, la grande musica d’autore non muore mai, questo dimostra quanta attesa c’era. Nonostante giochiamo in casa sono convinto che molti spettatori verranno anche da altre città: il pubblico ha ripreso gusto a partecipare ai grandi live, quando la musica tocca il cuore, come quella di Pino, quando instaura un feeling diretto col cuore delle persone, solo allora ha adempiuto in pieno il suo compito. Da parte mia posso dire che avrò ancora una volta un’emozione immensa a condividere il palco con tanti amici con i quali ho suonato in centinaia di memorabili concerti non solo in Italia. Il mio connubio con Pino non s’è mai sciolto, anche quando siamo stati lontani tanti anni, è un legame speciale che ci unisce e ci fa ritrovare con lo stesso entusiasmo e amore per la musica».
Ognuno la racconta a modo suo: cosa vi portò alla separazione?
«Ci furono anche dei giochi discografici, io avevo dei contratti che sciolsi grazie a Pino e Willy David per cui realizzammo il famoso “Acqua e vient”. Anche gli altri avevano situazioni simili per cui pian piano ognuno ha preso la sua strada, anche se credo che pur mantenendo le proprie strade separate, si poteva continuare a fare le cose insieme ma c’erano giochi manageriali che non hanno favorito questo evento».
“Neapolitan Power”: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti famosi negli anni ‘80?
«’O sangh int all’uocchie».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«Non lo so, io credo molto in questo tipo di musica, ai testi e alle poesie di Pino, canzoni entrate nella storia. Io credevo e credo che avremmo potuto girare e sbancare in tutto il mondo: lo avremmo potuto fare allora, lo avremmo potuto fare anche nel 2008 e lo potremmo fare anche ora».
Un aneddoto che ricordi?
«Mi ricordo il concerto a Milano in piazza del Duomo: vedemmo un mare di teste, una folla infinita. Salii sul palco a provare, vidi questo mare di gente e tornai nei camerini. “Mamma do’ Carmine guagliù, cca c’accireno”, e invece la nostra musica e il nostro sentimento ebbero un successo straordinario».
Questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«Nella vita c’è sempre un futuro, non bisogna mai guardare dietro. Ma questa band vive nel passato e ha anche un futuro. Secondo me dopo questi concerti succederà sicuramente “qualcosa”, non siamo più ragazzini, siamo diventati nonni, abbiamo dei nipoti: bisogna avere intorno persone capaci che ci amino senza false amicizie».
Nel panorama napoletano c’è un artista o un gruppo che, in qualche maniera, ha dei legami con il “Neapolitan Power”?
«No, semplicemente perché è impossibile trovare un nuovo Pino Daniele. Un ragazzo che prova a scrivere oggi, deve stare attento a non copiare le poesie di Pino: ci potranno essere dei bravi strumentisti ma senza qualcuno che scrive e canta cose che emozionino…».
Progetti personali?
«Il mio passato, presente e futuro è quello di stare tra la gente e suonare, se poi capiterà qualche progetto discografico perché no».

di Gigi Avolio

featured_Tullio

Pino Daniele: «Non sarà un live nostalgico»

 (21 dicembre 2012)

IL CANTAUTORE PRESENTA LE SEI DATE DI “TUTTA N’ATA STORIA” IN PROGRAMMA AL PALAPARTENOPE

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80, vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd dvd live “Tutta n’ata storia” (che ripercorre quel magico concerto in piazza del Plebiscito), Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo, Joe Amoroso, Tony Esposito più gli ospiti Enzo Avitabile ed Enzo Gragnaniello, racconteranno dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (28-29-30 dicembre sold out; 4 (“sold out”), 5 e 6 gennaio che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Abbiamo incontrato singolarmente i protagonisti di quel sogno in una sorta di interviste parallele. Oggi è la volta del grande protagonista, Pino Daniele, il “Nero a metà”, il “Musicante”: un artista che ormai non ha bisogno di presentazioni ma che continua ad avvertire la voglia e la necessità di “parlare” ed essere vicino al suo pubblico.

«Non è assolutamente un evento nostalgico – precisa Pino Daniele – è una proposta musicale per mostrare il percorso musicale di Napoli degli ultimi 30-40 anni, che è diverso dalla canzone napoletana, per questo si chiama “Tutta n’ata storia” perché siamo artisti venuti dopo la canzone napoletana. Non ci aspettavamo una risposta simile, infatti nella seconda parte allargherò gli inviti anche ad altri artisti: la gente vuole le cose vere, c’è bisogno di emozione, con artisti che hanno cose da dire e hanno una storia. Le mie canzoni e gli artisti come Tullio, James, Enzo, Rino, Joe hanno una credibilità e una storia che gli permette di proporre cose nuove, diverse dalla canzone classica napoletana».
Sono passati più di 30 anni che effetto fa ritrovarsi di nuovo tutti insieme?
«Oggi ha un effetto più significativo, perché in tanti anni si è venuta a verificare la conferma di una realtà che negli anni ‘70-’80 diventò in Italia e anche in Europa un fatto di costume, questa realtà ha continuato a rivivere attraverso le generazioni, queste canzoni sono rimaste nell’aria e perché non riproporle come un appuntamento fisso ogni anno? Anche per la città, in un momento che Napoli ha bisogno di turismo, di affluenza di pubblico e visibilità: non deve essere un concerto di Pino Daniele, ma un concerto di artisti che mi hanno aiutato dall’inizio e di nuove proposte che si riuniscono.
Non solo a Napoli hanno acquistato i biglietti, in molti verranno da altre regioni, è la testimonianza che la città vive attraverso un certo tipo di musica e di eventi, perché non farlo diventare un appuntamento per la città».
Ognuno la racconta a modo suo, cosa vi portò alla separazione?
«Avevamo voglia di fare esperienze personali, volevamo creare la propria entità, trovare la realizzazione di se stessi e confrontarci con altri artisti».
“Neapolitan Power”: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti che erano famosi negli anni ‘80?
«Avevamo la ricerca abbinata alle radici forti che sono venute fuori attraverso le cose che ci piacevano: il rock, il blues, il jazz. Il vero successo lo abbiamo avuto, lo abbiamo
raggiunto tutti, non abbiamo bisogno di dimostrare niente a nessuno: questi sei concerti sono semplicemente la verifica di chi ci vuole bene veramente e sottolineo il ci vuole bene, perché questo non è l’evento di un singolo artista, ma è tutto un fatto, è “Tutta n’ata storia”, un treno che cammina ed e targato “Napoli city”».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«Anche se non siamo rimasti sempre insieme, le canzoni di quegli anni sono diventate un classico che ha superato i tempi e i confini, questo è il più grande successo che potevamo avere. Sono le canzoni ma anche il modo di fare le canzoni, non è il suonare in sè per sé, ma è il modo in cui facciamo la musica. Credo che questa band debba riunirsi ogni tanto per fare delle cose, perché tra noi siamo molto legati, faccio un esempio tra gli altri: con Rino non “mi sono mai allascato”, anche seguendo percorsi diversi. È una cosa strana che succede a tutti noi e mi piace ogni tanto rimettere tutto insieme e trovare quelle emozioni, è una cosa che mi appartiene. Si cerca di andare avanti e creare delle cose, potranno piacere o meno, ma non c’è nessun tipo di ambizione, solo una grande proposta e la voglia di fare musica».
Un aneddoto che ricordi di quegli anni?
«E come faccio, ce ne sono tanti di ricordi. Mi ricordo i viaggi col bus, Senese era il capobanda mi ricordo gli scherzi che io James e Tullio facevamo agli altri, mi ricordo che Rino e Joe che erano i più piccoli spesso erano un po’ le vittime. Joe è sempre stato un geniaccio e lo è anche adesso… Mi ricordo di Enzo Gragnaniello alle elementari, io l’ho conosciuto prima di tutti, avevamo 6 anni. Mi ricordo le prove giù alle Fontanelle da Enzo Cierro che era un grande artista che purtroppo non c’è più. Sono talmente tante le storie che si potrebbe scrivere un libro».
Secondo te questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«Abbiamo visto come si muovono le cose anche all’estero, stiamo cercando di far diventare questo raduno un appuntamento annuale. James e Tullio, ma anche tutti gli altri, nonostante l’età hanno un entusiasmo fantastico, la stessa passione di ieri ed è una cosa che non ha prezzo: ho conosciuto tantissimi musicisti, ma raramente ho trovato quell’entusiasmo e quella passione. Sicuramente ci potrebbe essere qualche incidente di percorso, qualcuno che s’appicica cu n’ato, ma sono screzi che si superano. L’altro giorno provavamo io Rino e Joe e ci siamo emozionati provando i pezzi di allora: io proverò a farlo diventare un appuntamento fisso e poi chissà che pur mantenendo e rispettando i nostri percorsi non si possa anche creare delle nuove cose. I miei percorsi attuali mi portano in Europa e in America e mi piacerebbe portare anche questo tipo di spettacolo».
Il 22 gennaio esce “Tutta n’ata storia” il cd-dvd del concerto inpiazza del Plebiscito nel 2008…
«Ho recuperato quelle registrazioni e le abbiamo messe a punto, anche per testimoniare le cose che abbiamo fatto, per rivalutare e spingere questo che potrebbe diventare un appuntamento fisso. Nel cd ci sono anche due brani che ho realizzato con Phil Palmer e tantissime altre partecipazioni».
Ma non solo, da poco ha aperto il reparto dell’opedale pediatrico Pausilipon ristrutturato grazie al concerto del 2011 con Eric Clapton…
«Anche questo è un percorso che non abbandonerò, cercherò di organizzare altri eventi simili, però queste non sono cose da pubblicizzare, va pubblicizzata l’importanza di aiutare le persone che soffrono e se la musica può farlo ben venga».
Erri De Luca difendeva Napoli dalla classifica che vede la nostra città penultima, ma i napoletani lo hanno attaccato…
«Oggi si attacca tutto, tutto è discutibile, anche il nostro concerto. L’importante è fare qualcosa, qualcosa per migliorare se stessi e il rapporto con la vita e con la città: c’è una crisi di identità in Italia e nel mondo, non solo a Napoli. Il popolo ha sempre attaccato il re, lo hanno fatto con Diego Armando Maradona, con me e anche con Eduardo De Filippo, che reputo il più grande genio della nostra cultura: l’importante è esserci, l’importante è fare qualcosa per Napoli e i napoletani veri in fondo al cuore sanno chi è che dà e fa qualcosa per la città».

 

di Gigi Avolio

«È il nostro ritorno alle radici»

 (23 dicembre 2012)

GRAGNANIELLO COMMENTA LA “REUNION” ORGANIZZATA DA PINO DANIELE

 

Fu un periodo di grande fermento culturale, il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80, vide un manipolo di musicisti napoletani conquistare l’Italia e l’Europa in nome del “Neapolitan Power”, una band di “terroni” riempire San Siro come i Rolling Stones e prima dei Vasco dei Ligabue o di chiunque poi abbia suonato in quello stadio. Poi qualcosa andò storto, ognuno prese la sua strada e quella potenza che sviluppavano insieme si diluì nei differenti percorsi artistici. Si sono ritrovati nel 2008 e ora, in attesa che a gennaio venga pubblicato il cd dvd live “Tutta n’ata storia” (che ripercorre quel magico concerto in piazza del Plebiscito), Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo, Joe Amoroso, Tony Esposito più gli ospiti Enzo Avitabile ed Enzo Gragnaniello, racconteranno dal vivo la loro storia musicale in sei concerti (28- 29-30 dicembre “sold out”; 4 (“sold out”), 5 e 6 gennaio che faranno tornare indietro nel tempo il pubblico del Palapartenope. Abbiamo incontrato singolarmente i protagonisti di quel sogno in una sorta di interviste parallele. oggi parliamo con Enzo Gragnaniello, che non ha fatto parte di quel progetto musicale ma che essendo coetaneo e compagno di scuola di Pino, negli stessi anni portava avanti un percorso parallelo che gli ha regalato grandissimi successi ed indimenticabili ed emozionanti collaborazioni (Murolo, Mia Martini, Bocelli, Vanoni oltre a tutti i musicisti della band di Pino).

Da musicista, da napoletano, da compagno di scuola: sono passati più di 30 anni che effetto fa ritrovare quella storica band riunita?
«È un ritorno alle radici, è un progetto di Pino che potrebbe diventare un evento annuale, anche per riportare la nostra cultura primordiale ai giovani che sono stati distratti da tante mode vuote».
Ognuno la racconta a modo suo: secondo te cosa li portò alla separazione?
«Non stiamo parlando di musicisti normali, ma di virtuosi e talentuosi dello strumento: quella band aveva un’alchimia perfetta, era un sistema solare, tanti pianeti che ruotavano intorno a Pino. Avendo talento, ed essendo giovani, ogni pianeta voleva
anche splendere come il sole, e troppi soli s’appicciano…».
“Neapolitan Power”: cosa avevate in più rispetto agli altri artisti che erano famosi negli anni ‘80?
«Non si tratta di avere qualcosa in più, semplicemente avevamo cose da dire interessanti per tutti».
Dove sarebbe arrivata quella band se fosse rimasta unita?
«E ‘na manera, o e n’ata, fossero sempe arrivate, erano troppo forti: sarebbero diventati una band internazionale, avevano un’alchimia magica».
Un aneddoto che ricordi di quegli anni?
«Ricordo le elementari con Pino, io venivo da una famiglia poverissima, ed un Natale Pino mi regalò il suo Babbo Natale di cioccolato che io non avevo ricevuto: mi era quasi
passato di mente, me lo ha ricordato l’altro giorno Pino mentre provavamo a Roma e mi sono emozionato».
Questi concerti sono un evento unico o potrebbe esserci un futuro comune?
«Oggi sono tutti più maturi, hanno tutti coscienza ed equilibrio, come un mare calmo di cui si può vedere il fondo: Pino ha chiesto a tutti di partecipare a questo evento e credo
che lui voglia dare un seguito a questi concerti».
Vedi nel panorama napoletano un artista o un gruppo che in qualche maniera ha dei legami con il “Neapolitan Power”?
«Purtroppo bisogna essere di quell’epoca per avere quel suono, i giovani di oggi sono cresciuti con la tecnologia e non hanno quelle radici».

 

di Gigi Avolio

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