La musica di Pino Daniele diventa sinfonia

       (24 agosto 2015)

 

Umbria Jazz 2006

 

Il tour «Sinfonico a metà», culminato nella notte all’Arena di Verona, è stato uno degli ultimi progetti a cui Pino Daniele ha lavorato, mettendo a frutto per l’ennesima volta la sua curiosità di musicista, di cantautore che sempre più si sentiva suonautore. È a quella stagione della creatività dell’uomo in blues che guarda il progetto con cui Gianluca Podio sbarca sabato al Ravello Festival.

Romano, classe ’69, direttore d’orchestra, pianista e compositore nato studiando con Petrassi e Stockhausen, Sciarrino e Morricone, Podio è stato al fianco del caposcuola napoletano dal 1997 sino alla fine, diventando il suo punto di riferimento «colto» fondamentale: «Lui mi permette di realizzare cose e suoni che altrimenti riuscirei soltanto a pensare», ebbe modo di dire Pino alludendo alla fortunata e lunga collaborazione instaurata. Tra i tanti – troppi? – omaggi che continuano a ricordare una figura centrale nel Novecento sonoro italiano, Podio ricorda il suonautore più del cantautore, «il neomadrigalista, il chitarrista, il musicofilo onnivoro».

Sul belvedere di Villa Rufolo presenterà infatti in anteprima assoluta «’O mare», suite su musiche dell’amico da lui orchestrate in forma sinfonica e polifonica, cucite con intermezzi originali, ed affidate all’Orchestra Nuova Scarlatti e all’Ensemble Vocale di Napoli. «Iniziamo dalla sua passione per Gesualdo Da Venosa e l’esperimento di scrivere in quello stile, che ci portò a dividere la firma di pezzi come “Ali di cera” e “Voci sospese”, ma anche ad arrangiare con piglio madrigalista “Quando“, “Quanno chiove”, “Napule è”. Poi il coro va via e lascia spazio ad un viaggio nel suo repertorio dedicato al mare, da “Mareluna“ a “Terra mia“, o viceversa. Provo a rendere la complessità della sua scrittura, a far finta che l’assenza della sua voce possa sentirsi di meno se si chiama in campo un’orchestra intera di archi senza impossibili primati solisti, a vivere come un esorcismo la decisione di affidare le parti della sua chitarra ad un’arpa, quasi a renderne solo l’aura fantasmatica. Pino, che mi manca innanzitutto come amico, ha scritto versi importanti, e nella sua prima parte di carriera è stato un apripista prestigioso. Ma non bisogna sottovalutare la produzione successiva, considerarla alla stregua di banalità pop: ci sono sue canzoni frutto di studi profondi sull’armonizzazione, sull’uso dei rivolti. Non è presuntuoso sentire la sua musica come produzione sinfonica».

Gianluca ha pensato anche a due bis speciali, immaginando come conclusione della serata «Anima» in una versione che guarda al bolero: «A quel punto, se il pubblico avrà premiato il nostro sforzo, se saremo riusciti a rendere al maestro l’omaggio che merita, l’Ensemble Vocale di Napoli resterà sul palco per chiudere la nostra dedica con “Lazzari felici”, un autentico capolavoro, e con “Melodramma”, un brano che merita molta più attenzione e fortuna di quella che abbia avuto. Un po’ come “Per te”, uno strumentale di cui andava pazzo Eric Clapton: avrebbe voluta suonarla nella notte di note allo stadio di Cava de’ Tirreni», conclude con non velata nostalgia Podio, che del mascalzone latino ha ereditato anche lo studio di registrazione a Roma ed è già a Ravello, dove il direttore artistico Stefano Valanzuolo l’ha invitato anche per un masterclass di pianoforte jazz.

 

di Federico Vacalebre

Jovanotti, Ramazzotti e Senese nel nome di Daniele

 

 

Lo aveva promesso, un omaggio a Pino Daniele, e lo sta preparando, alla sua maniera, mentre al San Paolo fervono i lavori al palco a forma di fulmine con cui domenica tornerà nello stadio di Napoli, in cui esordì quel 13 giugno 1994. Era l’anno del supertrio Daniele, Jovanotti e Ramazzotti, «Pino ritrovava la sua città dopo una lunga assenza, era spaventato, entrò nei camerini a prima mattina e ci rimase chiuso fino al momento di entrare in scena: fu un sabba d’amore», ricorda Lorenzo Cherubini, che poi strinse amicizia con il nero a metà, e l’amico ha promesso di ricordare, oltre che l’artista, il caposcuola, il faro di riferimento, l’icona di una città-cultura e di un popolo musicale: «Farò qualcosa per lui, non so ancora cosa, ci sto ancora pensando», ha detto nelle settimane passate.

«È inevitabile, può essere frainteso, ma io sento di doverlo fare: mi esibirò nella sua casa, nel suo stadio, davanti alla sua gente… devo farlo, sarebbe illogico fare altrimenti». E lo sta preparando alla sua maniera, coinvolgendo in segreto l’amico che era con lui in quel tour mai documentato da un cd o un dvd, quell’Eros a cui è toccato l’ingrato compito di comunicare al mondo con un tweet la morte dell’uomo in blues. E poi cercando il musicista-simbolo della prima stagione creativa del neapolitan power, James Senese, un sassofono chiamato «Chi tene ’o mare, ’o ssaje, nun tene niente». Appena possibile proveranno, si sentiranno per capire cosa e come fare, in quale momento dello show inserire quella che doveva essere una sorpresa, valuteranno se ci saranno le condizioni per renderla realtà. Un supertrio inedito, un supertrio-citazione, un supertrio pronto al grido squassante della notte di Fuorigrotta: «Pino, Pino, Pino». Quando c’era lui al San Paolo era Troisi l’oggetto dell’omaggio, era «Massimo, Massimo, Massimo» il grido d’ordinanza. Oggi sul campo verde che fu casa di Maradona l’inno quasi ufficiale della squadra è diventato «Napule è», ed anche Vasco Rossi, riaprendolo alla musica, non ha potuto fare a meno di dedicare un pensiero ad uno dei maestri assoluti della canzone, e della musica, d’autore italiana. Quattro, sembra, i brani che Jovanotti, Senese e Ramazza («lo chiamavamo così con Pino») potrebbero proporre assieme, non si sa ancora quali, probabilmente tratti dal canzoniere pinodanieliano, probabilmente conditi da un rap-pensiero del ragazzo fortunato: «Fortunato di averlo conosciuto, di averlo frequentato, di essere stato ammesso nella sua famiglia», spiega.

«Ci frequentavamo con le nostre fidanzate poi diventate mogli, lui mi parlava sempre di musica, ed io mi nutrivo dei suoi insegnamenti. Il primo concerto che ho visto nella mia vita, al Palaeur di Roma, nel 1981, era suo, mi ha segnato l’esistenza, artistica e sentimentale. “Nero a metà“ è un album-capolavoro, per parole certo, ma anche per sound, lui aveva qualcosa che tanti altri grandi cantautori non avevano: la musica, la superband, il groove, il senso del ritmo, il saper parlare alla testa come al cuore, all’anima come ai piedi. “Yes I know my way” credo sia stato il primo funky italiano, arrabbiato, combattente, ma funky, anzi funkyssimo. Daniele sta a Napoli come Marley alla Giamaica. Come James Brown alla black music». Agli amici Pino confessava di aver imparato molto, a suo volta, da Lorenzo: «Frequentarlo, durante e dopo il tour del trio, mi ha consegnato una leggerezza nell’affrontare la quotidianità che avevo perduto», ammetteva, «Prima avevo paura di scendere per strada, di mischiarmi tra la gente, l’affetto del pubblico si trasformava in paranoia. Il suo sorriso, la sua semplicità, la sua maniera di affrontare le cose, e il successo, mi hanno aiutato non poco a fare la pace con me stesso, a ritrovare una normalità che credevo non essere più alla mia portata». Lorenzo in quei giorni canticchiava «Putesse essere allero», aveva studiato il dialetto per penetrare la poetica popolare di quel blues del Mediterraneo. Magari potrebbe chiedere a James di soffiare forte nel suo sax proprio sulle note di quell’antica perla. Quando tornò al San Paolo, stavolta ospite del lazzaro felice, il 18 luglio 1998, rappò chiaro e forte la sua ammirazione, devozione, amicizia: «Generazioni cresciute col suono di Pino Daniele/ la sua voce ci ha spinto come fossimo vele/ sul mare delle emozioni/ le sue canzoni il grido che è della città/ del vulcano che illumina la verità/ come una ninna nanna, come un grido di guerra/ come un canto d’amore per una donna/ per questa terra, per questa gente, per questi quartieri/ di grandi culture. di bianchi e di neri/ di vento, di Africa e sole orientale/ Pino Pino Pino Pino Daniele… Napoli Napoli Napoli capitale/ Pino Pino Pino Daniele». Vai Lorenzo vai mo’, sarà tenera la notte dell’abbraccio con Eros e con James, dell’abbraccio al mascalzone latino.

 

di Federico Vacalebre

A Napoli una strada intitolata a Pino Daniele: inaugurazione il 19 settembre

    (16 luglio 2015)

 

 

Tante sono le accuse che si possono rivolgere al Comune, non quella di non aver reagito prontamente, e nel migliore dei modi, alla scomparsa di Pino Daniele ed al successivo sentimento di lutto collettivo.

Dopo il funerale per centomila persone organizzato in extremis in piazza del Plebiscito, dopo il lungo addio con l’esposizione delle ceneri al Maschio Angioino, dopo la non-festa del sessantesimo compleanno il 19 marzo al Palapartenope, dopo l’annunciata mostra del suo fotografo personale Alessandro D’Urso da ottobre al Pan, una nuova, significativa, scelta della giunta De Magistris sottolinea l’affetto identitario della città con la sua voce musicale più importante. La commissione toponomastica del Comune ha, infatti, deliberato l’intitolazione di una strada al nero a metà.

E, attenta alle date dell’itinerario sentimentale danieliano, organizzerà la cerimonia di scoprimento della targa del nuovo toponimo il 19 settembre, anniversario dello storico concerto in piazza Plebiscito del 1981 con il supergruppo del neapolitan power. Dopo le tante suggestioni, c’era chi chiedeva di intitolargli l’aeroporto e chi reclamava lo stadio o addirittura la stessa piazza del Plebiscito, è stata scelta una via del suo centro storico, via Donnalbina, «nelle immediate vicinanze della casa natale dell’artista», recita il comunicato stampa, annunciando anche l’intitolazione dell’Istituto Professionale Industria e Artigianato di Miano ad Attilio Romanò, vittima innocente nel 2005 della criminalità organizzata e di uno slargo di via Aniello Falcone al leader socialista Francesco De Martino, morto nel 2002.

Finora a Napoli non si era mai riusciti a intitolare strade a cittadini eminenti prima del decimo anniversario della loro scomparsa: Murolo, Bruni e Carosone, per cui pure era stata iniziata la procedura toponomastica, attendono ancora un indirizzo che ricordi la loro opera. Per Daniele si è fatta, più che saggiamente, eccezione, dimostrando volontà e capacità di pronto intervento. Magari consapevoli anche che, intorno ai luoghi del cantautore di «Terra mia», sta nascendo un piccolo turismo, con tanto di tour organizzati. Nei giorni scorsi persino l’ultima compagna dell’uomo in blues, Amanda Bonini, si è fatta accompagnare, in visita alle case di Pino. Il lazzaro felice nacque il 19 marzo 1955 in vico Foglie a Santa Chiara, oggi via Francesco Saverio Gargiulo, al numero 20. Nel suo libro «Mascalzone latino» edito da Pironti ricordava così: «Le lancette degli orologi stavano tra le due e tre del pomeriggio. ”È nato all’ora ‘e magna’”, commentarono nel rione».

Poi venne la casa in via Santa Maria La Nova 32, che più tardi comprerà per la sua famiglia, e in cui abitava anche Ennio Nicolucci, a lungo suo road manager. Li dentro, su un divano, scrisse «Napule è». Via Donnalbina è ad un tiro di schioppo ed era l’unico toponimo «libero» disponibile in zona. Le vie dei canti, direbbe Chatwin a Napoli passano anche da qui: dietro la palma di santa Maria La Nova, Daniele sedeva e iniziava a suonare le sue prime chitarre, incontrando amici di scuola come Enzo Gragnaniello, discutendo con Gianni Battelli mentre si dirigeva verso il conservatorio per raggiungere Rino Zurzolo.

A pochi passi c’era il Diaz, istituto di Ragionieria che frequentava con Peppe Lanzetta. «Napule è ’a’ camminata, inte ’e viche miezzo all’ate». Dal 19 settembre uno di quei vicoli porterà il nome di Pino Daniele. «Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui», per dirla con il titolo del suo album del 2007.

 

 

di Federico Vacalebre

Tuscany Bay, il top creato da Pino Daniele

Il viaggio lungo i bagni della costa: ora al timone della struttura c’è il figlio Alessandro

 

Il top in Maremma. Tuscany Bay, sul tombolo della Giannella, a metà strada tra Argentario e Orbetello, ha appena compiuto due anni. È l’ultimo arrivato tra gli stabilimenti balneari maremmani. Una struttura esclusiva in un luogo incantevole, magico. La sua storia è nota: due amici che si incontrano: uno ristoratore, l’altro musicista. Si assomigliano, si annusano e alla fine iniziano un’avventura insieme. Stiamo parlando di Paolo Fantoni, già titolare del Cartello ad Ansedonia e del compianto Pino Daniele. Un progetto di successo, in crescita, in grado di rappresentare un traino per il turismo di tutta la zona sud della Maremma. Oggi, dopo la scomparsa di Pino, a portare avanti il progetto imprenditoriale è il figlio primogenito Alessandro Daniele. C’era una vecchia colonia marina, alla Giannella, un edificio degli anni Trenta, dove sono passati tanti bimbi di Orbetello, di Grosseto (ora anziani, molti defunti). Nel 2010 Paolo Fantoni e Pino Daniele presero in concessione la colonia dal Comune di Orbetello (18 anni), ristrutturandola e realizzando il Tuscany Bay.

Il nome l’aveva proposto Pino per dare all’operazione un tocco di internazionalità. I locali su cui si è lavorato – investendo cifre a cinque zeri – sono tre: un fabbricato principale di circa 160 mq, una ex tettoia di 140 mq e un ulteriore manufatto (le ex cabine) di 50 mq, più una pedana in cemento armato di 90 mq. Allo stabilimento è asservito un arenile di 1.500 mq, pulitissimo e con gli arredi perfettamente integrati, davvero irriconoscibile rispetto a cinque anni fa. All’interno del Tuscany Bay c’è il ristorante “Le Colonie” (chef Matteo Gradi) dove si fa cucina di alta qualità, con uno staff molto giovane: pesce in estate e una carta dei vini di prima qualità. A fianco c’è il “T- Bay Jazz bar”, dove si può gustare l’aperitivo in riva al mare, spesso con musica dal vivo. E poi la spiaggia con ombrelloni distanti, tende con servizio di ristorazione, pedane sulle dune e wi-fi libero. E ancora scuola di vela e di “paddle surf” (la pagaia in piedi).

Passare un paio d’ore qui, seppure con il taccuino in mano, rimette in pace col mondo. Si gode di una vista eccezionale. La cura dei dettagli non imbarazza, ma anzi rende piacevole e confortevole ogni momento: a partire dall’aperitivo, con cocktail di frutta sotto i gazebo- privacy. Va detto che il Tuscany Bay non è proprio per tutte le tasche. Qui si pagano 50 euro al giorno in media per un ombrellone con due lettini in tek, una sedia regista, cassapanca porta oggetti, parcheggio, doccia e servizio spiaggia. A metà giugno c’è stato il primo appuntamento del T-Bay Summer Live 2015, la prima serata senza l’artista partenopeo. Ad animarla è stato Nick The Nightfly, storico conduttore radiofonico di Radio Monte Carlo, con il suo programma “Monte Carlo Nights” e direttore artistico del tempio milanese del jazz Blue Note Milano.

«A prendere in mano la situazione – spiega il direttore del locale Pierluigi Civita – è stato il primogenito del cantante, Alessandro Daniele, quindi tutto continua con la famiglia del musicista». Lo spirito con cui è iniziata la nuova stagione è di grande entusiasmo proprio per rendere omaggio a chi nel locale ha investito e creduto molto”. «Andiamo avanti con il sogno di Pino Daniele – prosegue Civita – cercando di portare avanti con tutte le nostre forze quella che era l’idea del fondatore». E al cantante napoletano, ogni sera, al tramonto, viene riservato un tributo musicale. Al calar del sole il dj di turno mette il “Nessun dorma” di Pino. «Siamo partiti un po’ in ritardo – sono parole di Alessandro Daniele – ma stiamo facendo alcune correzioni di rotta e contiamo da ora alla fine dell’estate di recuperare terreno. Abbiamo un ricchissimo programma in spiaggia: il 24 luglio sarà la volta di una star internazionale come Sara Jane Morris. In programma per il 28 agosto una serata con radio Virgin che vedrà ospiti, fra gli altri, Marco Biondi».

Impossibile fare il conto dei vip passati da qui, in alcuni casi, come per Irene Grandi o altri ospiti del mondo della musica – dopo una giornata trascorsa in riva al mare – poteva capitare di vederli seduti al pianoforte o dietro a un microfono. E succederà ancora. Ci scommette Alessandro.

 

di Gabriele Baldanzi

NERO A METÀ LIVE – la recensione di Sony Music Legacy Italy

      

Sony Music Legacy Italy

 

“ …vecchie canzoni, che sono entrate nella vita di tutti….

Vecchie canzoni, però noi siamo quelli di oggi “

Pino Daniele

 

L’atmosfera è quella calda e confortante di una riunione tra vecchi amici, legati da esperienze, risate e tanta, tanta buona musica. Quei legami che si fanno fratellanza eterna. Amici che decidono di ritrovarsi ancora per suonare insieme, per ripercorrere canzoni che sono diventate oramai patrimonio comune a tutti noi. Nasce così una jam session di grandissima qualità, musicisti affiatati, rodati ed entusiasti che suonano canzoni bellissime, rileggendole con nuova energia, talvolta nuovi arrangiamenti.

Questa esperienza unica è diventata un doppio cd: “Pino Daniele – Nero a metà live”, tratto dal concerto che l’artista partenopeo ha tenuto con la sua band a Milano il 22 dicembre 2014.

Protagoniste le canzoni dell’album omonimo del 1980 e altri grandi successi, più un inedito, “Abusivo” del 1975.

Sul palco, insieme a Pino, ritroviamo quindi James Senese al sax, Tullio De Piscopo e Agostino Marangolo alla batteria, Ernesto Vitolo al piano e alle tastiere, coadiuvato dalla bravissima Elisabetta Serio, Rosario Jermano alle percussioni, Gigi De Rienzo al basso.

Apre il disco “A testa in giù”, e subito si scivola nelle piacevoli suggestioni della canzone, che si rifà quasi in toto all’originale del 1980. Il genio compositivo, lo stile unico, la grande classe, la capacità indiscussa di musicisti di grande caratura – Agostino Marangolo alla batteria, Vitolo al Rhodes, –‐ , sono messi in bella copia in questa canzone dall’andamento funky e dall’aria solare, rilassata, soffusa di leggerezza e di gioia. Un’autostrada di felicità, canta Pino Daniele, alternando l’italiano alla lingua napoletana, percorrendola tutta, e lasciando spazio anche ai nostri pensieri di spaziare, liberi, contagiati dalla sua luce.

Brano d’apertura scelto non a caso, perchè è di strada da percorrere e ripercorrere che parla il musicista, salutando il pubblico con quella sua voce gentile e personalissima. “I say I’ sto ‘cca” è coinvolgente, rilassata e divertita. Al piano Elisabetta Serio, le percussioni caratteristiche del pezzo sono affidate alle sapienti mani di Rosario Jermano.
Il funky soul più nero sposa la tradizione partenopea ,e suoni, ritmiche , parole si mescolano dando vita ad un bellissimo momento, la fisarmonica originale del pezzo di BrunoDe Filippi è ben rimpiazzata dalle tastiere Ernesto Vitolo.

L’atmosfera si fa più tirata con la grintosa “A me me piace ‘o blues”. Tastiere, basso e percussioni sostengono e incalzano la voce sicura e “nera a metà” del cantautore, fino all’inciso, aperto,solare, di questo brano che trasuda sangue passione sudore e musica allo stato puro.
Voglio di più” ha un testo bellissimo, importante. La band ricalca l’arrangiamento originale quasi alla lettera, mentre la voce di Pino Daniele a volte si affatica sulle note più alte mentre canta“voglio di più di quello che vedi, voglio di più di questi anni amari”, e chiude il brano con un bel solo alla chitarra elettrica.

L’atmosfera si fa più raccolta con” Resta, resta cu mme”. E’ uno stretto abbraccio col pubblico, un momento intimo, riscaldato dall’arpeggio della chitarra acustica. Il pubblico canta e unisce la sua voce a quella di Daniele, l’emozione è palpabile.

E questa sensazione di comunione ravvicinata continua con la splendida “Alleria”. Al basso acustico Gigi De Rienzo si muove con eleganza e calda discrezione, al piano Ernesto Vitolo in una grande performance. Jazz rarefatto, smussato e morbido. Il tappeto alle tastiere rende ancora più sognante questa splendida canzone.

Percussioni, tastiere e la maestria della chitarra acustica di Pino Daniele in “Apucundria”. Napoli e l’America sono più che mai fuse ed intrecciate in questa canzone, mentre con “Sulo pe’parlà” tutto è sospeso come in una preghiera al cielo.

Tullio De Piscopo entra in scena con “Na tazzulella ‘e cafè”, e si recupera quell’aria beffarda e sorniona tipica del popolo napoletano. E’ un blues classico, che continua con venature jazz in “I got the blues”, che ci regala anche un gioco di rimando tra chitarra e batteria davvero godibile. La voce di Pino Daniele riveste tutto e tutto permea di verace passione, di quieta eleganza, di musica con la M maiuscola.

Fin dalle prime note “Quando” è un’emozione che trascina e travolge il pubblico. Chitarra in primo piano, tastiere e la batteria discreta sostengono la bellissima canzone, che fu colonna sonora del film “Pensavo fosse amore…invece era un calesse” . Ed è una stretta con l’amico Massimo Troisi quella che il pubblico percepisce, che tocca nel profondo.

Chiude il primo cd “Chi tene ‘o mare”, introdotta dal sax dell’amico e fratello James Senese. La canzone strappa il cuore grazie alla sua forza evocativa, alla malinconia insita in ogni singola nota . La canzone sembra finire in un istante, portata via dal vento, forse a ricordare che “Chi tene ‘o mare, ‘o sai, nun tene niente…”

Il cd 2 riapre con l’indedito “Abusivo”. Il brano –‐ racconta Rosario Jermano –‐ era nato nel 1975, e venne inciso su una musicassetta “arancione”, che, insieme ad altri pezzi venne poi presentata ai discografici. L’incontrò generò un contratto discografico, ma “Abusivo” non venne inserito in alcun disco. Detto provino è presente nella versione originale del 75 su Itunes e Spotify come bonus track, una vera chicca. Ma per la versione presente sul cd e sul vinile è stata proprio la band dei fedelissimi di Pino che si sono ritrovati in uno studio per risuonare il brano utilizzando le parti vocali originali rielaborando ed arricchendo questa storia che parla di povertà e precarietà, di dolcezza e rassegnazione, della mancanza di speranza di chi non ha altra scelta se non tirare a campà.

Sotto ‘o sole” si apre con un lungo solo di batteria di Marangolo, , poi il pubblico viene sommerso dal soffuso soul blues , in una declinazione di sofisticata “fusion”, dove Pino Daniele fraseggia con Senese in un affiatato duello. La band procede trasformando la canzone in una jam session, dove il cantante usa la voce come strumento al pari degli altri, fondendosi in un unico suono.

L’atmosfera torna a farsi rarefatta e delicata con “E so cuntento ‘e sta”, mentre “Quanno chiove”, tra le predilette del musicista, infonde sentimenti di malinconia e introspezione. L’esecuzione è fedele all’originale, e chiude col bel solo al sax di Senese.

Si torna ad un andamento più brioso con “Musica musica”, in “Nun me scuccià” risuona ancora il blues tanto caro all’autore, ed il pezzo si arricchisce di solo di tastiere e di chitarra, mentre per “Puozz passa’ nu guaio” ci si diverte a provare ritmiche reggae , che ben si adattano al testo agrodolce della canzone.

Funky blues per “Tutta n’ata storia”, impreziosito dal bellissimo riff di Senese nel ritornello. E’ la chitarra di Pino Daniele che apre “’O scarrafone”. Ritmiche caraibiche fuse ad atmosfere più soul fanno da tappeto a storie di ordinaria emarginazione, raccontate con beffarda ironia.

Il solo di Tullio De Piscopo diverte e coinvolge. Chiude l’opera “Yes I know my way”, Pino Daniele si congeda dal pubblico con questa bellissima canzone. Ancora ritmiche sposate a melodie in una fusione ritmica, sonora che cattura e rende assolutamente partecipe e felice l’ascoltatore.

Così ci saluta Pino Daniele, e le note di queste canzoni continuano a risuonare in un eco infinito e caro al nostro cuore.

Un musicista che ha saputo fondere come nessuno tradizione partenopea a sonorità d’oltremare, e che ha mescolato ironia e malinconia nei suoi testi, procurando sorrisi, commozione, aprendo la via a nuove forme della musica, che in pochi sanno seguire.

 

 

di Sony Music Legacy Italy (www.legacyrecordings.it)

Il chitarrista Pino Daniele

articolo tratto dal blog di Carlo Pasceri del 16/02/2014

 

Daniele si pone su quel piano d’intervento musicale che va al di là della semplice addizione della parte melodica solistica-improvvisativa come fosse una specie di adesivo che si applica alla superficie

 

Pino Daniele è uno dei chitarristi italiani più bravi in assoluto (ma pochi se ne sono accorti). Senza andare ad analizzare il suo pur ottimo lavoro di accompagnamento, in un quadro di riferimento dei chitarristi più evoluti, anche turnisti professionisti, i suoi interventi solistici sono su un piano diverso e superiore.

Daniele è sempre stato a suo agio nel tracciare improvvisazioni o comunque archi melodici solistici nell’uso delle varie “declinazioni” dello strumento chitarra: classica, elettrica (sia “pulita” sia “sporca”) e sinth. Mai pretestuoso e sempre opportuno, il flusso delle sue idee è stato spesso originale senza essere bizzarro, anzi…
Nel realizzare assoli ci sono aspetti comuni a tutti i grandi solisti e che appunto li differenziano e li elevano rispetto ad altri musicisti: per meglio comprendere l’operato di Daniele, seppur brevemente, li andremo ad analizzare.
Innanzitutto l’originalità del flusso è data dalla non adozione di quelle efficaci formulette idiomatiche e locuzioni fraseologiche melodiche consumatissime dall’uso e dall’abuso storico (lick e pattern): così almeno Daniele si è allontanato dalla banalità e si è dovuto sforzare, riuscendoci, di manifestare idee musicali più fantasiose, accumulate e ordinate con più emancipazione.

Non ci sono nemmeno gli andirivieni per le scale musicali come si eseguono appunto quando ci si addestra, e poche reiterazioni di porzioni di scale dislocate ad hoc per modellare sorte di frasi, ma una libera e creativa associazione di note che attiene anche ad assegnazioni di durate sincopate pertanto poco lineari e simmetriche (ritmica). Infatti la scansione metronomica, perlomeno nei suoi accenti predominanti convenzionali (forte/debole), non è “vissuta” da Daniele come costringente il flusso fraseologico e le note non sono pronunciate a grappoli come multipli pari della scansione principale: se la scansione è quarti a 100 bpm la maggior parte delle note non sono ottavi a 200 bpm, sedicesimi a 400  bpm ecc., pertanto di durata come prestabilita e quindi con uniforme e prevedibile “ritmica”.
Anche quando deve iniziare e finire le frasi (oltre che nel fraseggio intermedio), Daniele non si preoccupa di stare necessariamente sui e nei tempi convenzionalmente assegnati, questo gli permette un pensiero musicale che travalica le cesure delle battute; almeno per un po’ (Es. Keep On Movin, Annaré).
Tutto questo insieme con un’articolazione tecnica (il controllo esecutivo delle quattro fasi d’inviluppo sonico: attacco, decadimento, sostegno e rilascio) di livello superiore, poiché le scelte predominanti di controllo di emissione sonica sullo strumento (pronuncia) sono anch’esse prive di schematicità limitanti: sia quello dato dalla mano destra dinamico e timbrico (curve d’intensità di volume sonoro, accenti, staccati e gli armonici) sia quello dato dalla mano sinistra che è determinato sulla chitarra con bending, legati, hammer on – pull off, glissati, vibrati, ecc. (Es. Ue Man, Puozze Passà Nu Guaio, Io Vivo Fra Le Nuvole).

Nella musica del chitarrista napoletano gli episodi non prevalgono sulla trama: le canzoni non sono pretesti per assoli, anzi, spesso l’effetto di un suo ottimo assolo è per causa di un’ottima canzone che è, di fatto, pure interpretata e sviluppata proprio mediante quell’assolo. Daniele si pone, infatti, su quel piano d’intervento musicale che va al di là della semplice addizione della parte melodica solistica-improvvisativa come fosse una specie di adesivo che si applica alla superficie: a un ascolto attento degli assoli si distingue essendo più capace di altri di calibrare un creativo flusso d’idee coerenti con il brano stesso però senza usare quella astuta strategia che prevede di riprendere la melodia principale del pezzo e variarla un po’.
Lui esalta la continuità incoraggiando la progressiva conoscenza della sua espressione musicale, con un moto dinamico e rutilante della trasformazione stessa nella successione temporale degli eventi musicali con mutazioni minime ma incessanti: l’assolo in questo quadro è il massimo grado di mutazione, ma nella cornice della rappresentazione stessa di un intreccio di costanza narrativa, senza forti irruzioni né espressive né di contenuti.
Daniele, facendoci accettare quel continuum narrativo, non permette facilmente l’emersione della sua peculiarità qualitativa nel ruolo di chitarrista solista: questo è perciò il suo pregio/difetto.

Insomma a differenza di alcuni grandi solisti, che dal contesto emergono quasi prepotentemente, lui concretizza idee musicali che si sviluppano in una maniera particolarmente scorrevole producendo ulteriori micro melodie derivate direttamente dal linguaggio del brano stesso, pertanto sagoma interventi che sembrano la continuazione del discorso in atto e che s’innestano nei brani in modo naturale. In questo modo egli realizza assoli ineluttabili, quasi “dovuti”, che, proprio per questo, possono sembrare un po’ scontati… (Es. Appocundria, Voglio di più, Viento e Terra, Sono un cantante di Blues.).
Tuttavia è evidente che ciò che Daniele ha voluto modellare e produrre è appunto questa compattezza dialettica ed espressiva: la massa del tutto e non il particolare elemento.
Talvolta il materiale scalare scelto dal musicista napoletano, già poco dopo l’inizio carriera, perciò nei primi anni ’80, non era quello del comune chitarrista di rock e dintorni, e quindi il più esteso lessico base optato gli ha offerto ulteriori condizioni di sviluppo del linguaggio musicale (Es. Tarumbò pt1 e pt2, Mo’ Basta in Sciò live ’84, Soleado).
P.S. Segnalo inoltre tre brani contenuti in dischi di altri nei quali Pino Daniele ha suonato, realizzando dei notevolissimi assoli: Stand Up e Things Must Change (Richie Havens “Common Ground”), Se Guardi Su (Claudio Baglioni “Q.P.G.A.”).

 

 

articolo tratto dal blog di Carlo Pasceri

Pino Daniele e la melodia di "chi tene ‘o mare" nel postumo "Nero a metà live"

 

Sono passati sei mesi e una manciata di giorni dalla morte di Pino Daniele, da quell’incredibile notizia rimbalzata a velocità pazzesca, tanto da sembrare irreale. “Nero a metà live“, uscito da poche ore, è la registrazione dell’ultimo concerto, suonato il 22 dicembre a Milano con la stessa formazione dello straordinario album del 1980; trentacinque anni trascorsi a diventare uno dei più importanti musicisti su scala internazionale.

“È la solita operazione sciacalla e necrofila”, è stato scritto in rete. Un album inutile e un’operazione commerciale opportunistica, dunque? Nulla di più lontano dalla realtà, almeno per chi abbia la voglia di ascoltarlo. Per la semplice ragione che questo live da l’opportunità ai tanti che non hanno potuto seguire quella tournée di conoscere l’ennesimo sorprendente lato di Pino Daniele; non una raccolta sciatta di successi, ma un percorso ragionato del tempo trascorso e delle relative ricerche di senso.

In apertura, è lo stesso chitarrista scomparso a dire che la serata di musica sarebbe stato un modo per stare con gli amici di ieri nella pelle di oggi, con l’obiettivo di “stare bene” col pubblico “e basta”, aggiunge. E, infatti, in quello svolgersi musicale, ed è questa la forza dell’album, scorre una “tranquilla grandezza”, un evolversi mai sdrucciolo del discorso musicale; abbandonata ogni volontà di stupire con fuochi d’artificio o sperimentazioni di latitudini altre, il gruppo si muove con una sola anima e con la voglia di stare bene insieme, che per chi fa musica è una specie di Graal.

L’incredibile alchimia è tutta là e la fortuna è che ne sia rimasta traccia in questo live, che insegna tanto al pubblico, ma anche a chi fa musica (sempre che sia abbia l’umiltà per imparare). C’è “appocundria” in ognuna delle canzoni dell’album, quella sensazione di intraducibile insofferenza, tanto vicina allo “spleen” o alla “saudade”, che si traduce nell’esser sazi e dire d’esser digiuni. E però, è un’appocundria sopra la quale sono passati gli anni e le esperienze, trasformandola in qualcosa di nuovo e più maturo, forse più dolente, perché ancora irrisolta. Una resilienza, insomma, intima e piena di malinconia.

Pino Daniele, con Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo, Gigi de Rienzo e gli altri amici (straordinari musicisti), raccontano coralmente l’impossibilità di cercare per trovare, perché dietro ogni ricerca c’è un nuovo inappagamento, che obbliga a una nuova ricerca. È la condizione di “chi tene ‘o mare” e che ha trasfigurato la lingua napoletana in linguaggio universale e la melodia contaminata in musica internazionale.

Certo, è terribile e triste ascoltare questo Nero a metà live sapendo che è stata l’ultima volta che Pino Daniele ha potuto “star bene” col suo pubblico, coi suoi amici “e basta”. Ma è la prova più forte che la sua musica c’è e resterà, dietro ogni retorica o timore di sfruttamento commerciale.

 

 

di Paolo Romano

Pino Daniele, l’ultimo show e l’inedito «Abusivo»

        (09 giugno 2015)

L’incipit, con il calore della folla e il riff di «A testa in giù», si fa mozzafiato quando, alla fine del pezzo, la voce del lazzaro felice spiega: «Siamo tornati insieme per raccontare la storia di un viaggio cominciato tanti anni fa, delle canzoni che poi sono entrate nella vita delle persone… Abbiamo deciso di proporre un concerto con quelle vecchie canzoni, però noi siamo quelli di oggi. Niente, volevamo solo stare bene insieme». Ed eravamo stati bene davvero, in tanti, in quel tour che rileggeva «Nero a metà», dal debutto l’1 settembre 2014 all’Arena di Verona all’ultimo concerto del 22 dicembre al Forum di Assago, passando pochi giorni prima – il 16 e 17 – per le serate napoletane al Palapartenope con «friends» veraci. Poi, però, a soli 13 giorni da quella chiusura di tour milanese… «Nero a metà live» è la testimonianza spietata di un addio imprevisto, l’impossibile tentativo di ovviare a un vuoto incolmabile, l’affettuosa dedica di Alessandro Daniele – che questo disco, pubblicato anche su doppio vinile e accompagnato da un bel booklet fotografico, ha fortemente voluto – a suo padre e i suoi fans. Il sound, il repertorio, la superband – quella dell’epoca e l’ultima, con James Senese, Tullio De Piscopo, Gigi De Rienzo, Agostino Marangolo, Ernesto Vitolo, Rosario Jermano, Rino Zurzolo, Elisabetta Serio – fanno faville, il miglior neapolitan power brilla di luce intramontabile in pezzi come «I say i sto cca», «A me me piace ‘o blues», «Voglio di più», «Alleria», «Appocundria», «Sulo pe’ parla’», «’Na tazzulella ‘e caffè», «I got the blues», «Quando», «Chi tene ‘o mare», «Sotto ‘o sole», «E so cuntento ‘e sta’», «Quanno chiove», «Musica musica», «Nun me scuccia’», «Puozz’ passa’ nu guaio», «Tutta n’ata storia» e «Yes I know my way», un bis lungo quasi sette minuti, con tanto di ringraziamenti ai musicisti, gli ultimi ringraziamenti. Il canzoniere danieliano duro e puro, con poche concessioni agli hit successivi, giusto «Resta resta cu’mme» e «’O scarrafone». In mezzo c’è «Abusivo», inedito d’epoca, recuperato da una registrazione del 1975. Il titolo originale era «’O posteggiatore», Rosario Jermano, il più antico dei collaboratori dell’uomo in blues, l’ha ritrovato su una musicassetta che era stata registrata sul suo quattro piste Tech insieme con «Ca’ calore», «Fortunato» e «’O padrone». Si trattava dei provini che il manager che scoprì il cantautore, Claudio Poggi, portò a Bruno Tibaldi, allora direttore della Emi: i primi due pezzi finirono nell’lp di debutto «Terra mia» del 1977, gli altri due furono bocciati e rimasero nei cassetti del percussionista. «C’erano solo la voce e la chitarra di Pino e un po’ di percussioni di Jermano. Abbiamo ripreso il pezzo, io ci ho aggiunto la batteria, De Rienzo il basso, Vitolo l’organo. Ma era come se Pino fosse lì con noi», ricorda De Piscopo.

E il bassista: «Abbiamo fatto tutto in un giorno, senza snaturare il fascino grezzo della testimonianza. Abbiamo soltanto accompagnato quello che c’era, ripetuto qualche frase per dare corpo alla canzone, che era poco più di un abbozzo». In primo piano c’è una mandola, suonata da Daniele, che rimanda molto al lavoro sulla tradizione dei suoi primi pezzi, proprio come il testo. «Abusivo so’ nato/ abusivo aggio campato/ E chelle duje ca tutto ‘o juorne/ mo nun mme vonno manco da’/ Ma quando a sera chella vecchia/ me vene a vasa’/ me fa passa’ a paura/ ringrazia a Madonna/ ‘na casa vado trouann’», dicono i versi, che danno voce ad un anziano che per sbarcare il lunario è costretto ad uno dei mestieri più detestati dai napoletani tutti: «Assetato tutta ‘a mattina/ cheste macchine aggia guarda’/ ma vedite a vecchiaia/ che vita c’aggia fa’/ Ma quando a sera chella vecchia/ me vene a vasa’/ me rice nun da’ retta/ è n’atu ppoco c’amma campa’». Poco più di un abbozzo, una curiosità, che forse sarebbe stato meglio ascoltare nella versione originale (disponibile come bonus track solo nella versione digitale), ma che restituisce il senso di una creatività in nuge. Poggi, che poi ha lavorato con Gragnaniello e D’Alessio, allora scriveva per il mensile «Nuovo Sound», Daniele militava nei Batracomiomachia con Enzo Avitabile ed era in tour come chitarrista di Bobby Solo (cinque concerti, compreso uno da supporter ad uno dei padri del rock’n’roll, Fats Domino). «In quei nastri c’era l’esuberanza del primo Pino», ricorda oggi il produttore, «ma non credo gli si faccia un buon servizio rendendo pubblico quello che lui, e quelli che lavorarono con lui come me, aveva deciso di non far ascoltare. Non ho ascoltato la versione postuma del pezzo, ma rendergli omaggio è comunque cosa buona e giusta».

Autorizzatissima, altro che abusiva, è l’emozione strappacuore che rimane dopo l’ascolto di «Nero a metà live»: «Quella notte a Milano scendemmo dal palco convinti che ai primi del 2015 ci saremmo rivisti per capire come continuare l’avventura meravigliosa che ci aveva riunito», commenta desolato Senese, «e invece…».

di Federico Vacalebre

Tullio De Piscopo: "Nell’ultimo concerto di Pino quel sound irripetibile"

 

Foto di Roberto Panucci

 

“Questo è un disco straordinario, stupendo, vibrante e straziante allo stesso tempo, perchè è l’ultima volta che abbiamo suonato tutti assieme con Pino. E contiene quel sound irripetibile che era il sound di Pino Daniele . C’è dentro tanta gioia e insieme tanta amarezza”.Tullio De Piscopo non riesce a trattenere le lacrime parlando con l’AdnKronos in occasione dell’uscita di ‘Nero a metà live’, il doppio album che immortala l’ultimo concerto di Pino Daniele tenutosi lo scorso 22 dicembre al Forum di Assago, con tutte le canzoni contenute nell’omonimo terzo album di Pino del 1980 ed altri grandi successi del cantautore partonopeo.

“Ho tanti ricordi indelebili di quel giorno -aggiunge De Piscopo- Mancavano due giorni a Natale. Dopo il concerto, abbiamo festeggiato con un brindisi in una sala del Forum. Ma chi se lo immaginava che sarebbe stata l’ultima tappa? Nessuno pensava che Pino potesse andarsene in maniera così improvvisa, così violenta e seguita da così tanti intrighi, pettegolezzi, sciacallaggi. Questo disco, che è davvero un omaggio bello e puro, è stato realizzato grazie al grande lavoro del figlio Alessandro, che si è dato tanto da fare per metterlo in distribuzione proprio per tutti quelli che amavamo Pino. E che sono molti più di quanto noi stessi potessimo immaginare. Forse in tanti si sono accorti di quanto fosse importante per loro e per la musica italiana, solo quando è scomparso”, sottolinea il batterista.

L’album contiene anche un brano inedito, ‘Abusivo’, realizzato grazie all’unione del recupero di un provino del 1975, con chitarra e voce originali dell’epoca, ed una jam session registrata nel 2015 con Tullio De Piscopo alla batteria, Gigi De Rienzo al basso ed Ernesto Vitolo all’organo. “Rosario Jermano -racconta De Piscopo- aveva conservato dei provini che Pino aveva fatto a casa sua quando aveva 21 anni. Uno di questi si intitolava ‘U pusteggiatore’, che è diventato appunto ‘Abusivo’, perchè recita ‘abusivo song’ nato, abusivo aggio campat’. C’erano solo la voce e la chitarra di Pino e un po’ di percussioni di Jermano. Quindi l’abbiamo ripreso e ci abbiamo aggiunto la batteria, il basso e l’organo. Ma era come se Pino fosse lì con noi. È molto bella e sicuramente l’ascolteremo molto in radio”.

Mentre è già in rotazione radiofonica la versione live di “A testa in giù” estratta dal doppio album, da domani “Nero a metà live” (Blue Drag Publishing/Sony Music) sarà disponibile nelle versioni doppio cd (con un booklet fotografico di 60 pagine per ricordare tutte le tappe del Tour tra backstage, prove, e concerti), doppio vinile 180 gr. (con un booklet fotografico di 16 pagine) ed in versione digitale dove sarà contenuto come bonus track anche il demo originale di “Abusivo”, datato 1975.

Il doppio album contiene la registrazione integrale del concerto del 22 dicembre 2014 e c’è dentro tutta la storia musicale di Pino, grazie anche alle partecipazioni straordinarie appunto di Tullio De Piscopo alla batteria e di James Senese al sax, sul palco la band composta dai musicisti che parteciparono alle registrazioni dell’omonimo album del 1980: Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano, tastiere ed organo), Rosario Jermano (percussioni) ed anche Rino Zurzolo al contrabbasso, ed Elisabetta Serio alle tastiere.

“Cosa mi manca di più di Pino? Dal punto di vista umano -dice Tullio- non riesco nemmeno a parlarne senza piangere. Perchè mi ha letteralmente salvato la vita riportandomi sul palco per questo ultimo tour dopo che mi era stato diagnosticato un brutto male. Mi ha dato la forza di lottare e di uscirne vincitore, forse anche per mantenere una promessa fatta proprio a lui, quando mi era venuto a tenere la mano in ospedale dopo un intervento molto delicato. Dal punto di vista musicale -prosegue- manca quella magia, quell’alchimia che lui riusciva a creare e che neanche noi riuscivamo a spiegare. Per quanto mi riguarda, solo lui riusciva a mettere in luce al cento per cento le mie qualità alla batteria”, conclude il musicista.

Nella tracklist del doppio album live tutti i pezzi dell’album della consacrazione del 1980 ‘Nero a metà’ e molti altri successi: nel cd1 “A testa in giù”, “I Say i sto cca”, “A me me piace o blues”, “Voglio di più”, “Resta resta cu mme”, “Alleria”, “Appocundria”, “Sulo pe parlà”, “’Na tazzulella ‘e caffè”, “I Got the Blues”, “Quando”, “Chi tene o mare”; nel Cd2 “Abusivo” (inedito del 1975), “Sotto ‘o sole”, “E so cuntento ‘e sta”, “Quanno chiove”, “Musica musica”, “Nun me scuccià”, “Puozz passa’ nu guaio”, “Tutta n’ata storia”, “’O scarrafone”, “Yes I Know My Way”.

 

 

di Antonella Nesi

Da domani, martedì 9 giugno, sarà disponibile “NERO A METÀ LIVE”!

NERO A METÀ LIVE

IL CONCERTO – Milano, 22 Dicembre 2014

L’ULTIMO CONCERTO DI PINO IN UN IMPERDIBILE DOPPIO ALBUM LIVE

CON UN BRANO INEDITO DEL 1975 “ABUSIVO” e BOOKLET DI 60 PAGINE

DA DOMANI DISPONIBILE

IN DOPPIO CD, DOPPIO VINILE 180 GR. E IN DIGITALE

 

 

Esce domani, martedì 9 giugno, “NERO A METÀ LIVE”, il doppio album che immortala tutte le note e le emozioni dell’ultimo concerto di PINO DANIELE che ha avuto come protagoniste, lo scorso 22 dicembre al Mediolanum Forum di Assago-Milano, tutte le canzoni contenute nell’omonimo terzo album di Pino del 1980 ed altri grandi successi.

L’album contiene anche un brano inedito, “Abusivo”, realizzato grazie all’unione del recupero di un provino del 1975, con chitarra e voce originali dell’epoca, ed una jam session registrata nel 2015 con Tullio De Piscopo alla batteria, Gigi De Rienzo al basso ed Ernesto Vitolo all’organo.

Mentre è già in rotazione radiofonica la versione live diA TESTA IN GIÙ estratta dal doppio album, da domani NERO A METÀ LIVE(Blue Drag Publishing/Sony Music) sarà disponibile nelle versioni DOPPIO CD (con un booklet fotografico di 60 pagine per ricordare tutte le tappe del Tour tra backstage, prove, e concerti), DOPPIO VINILE 180 gr. (con un booklet fotografico di 16 pagine) ed in versione digitale dove sarà contenuto come bonus track anche il demo originale di Abusivo”, datato 1975.

NERO A METÀ LIVE” è la registrazione integrale del concerto del 22 dicembre 2014 a Milano, ultima trionfale tappa del tour “NERO A METÀ” dello scorso autunno, e c’è dentro tutta la storia musicale di Pino, grazie anche alle partecipazioni straordinarie di Tullio De Piscopo alla batteria e di James Senese al sax, sul palco la band composta dai musicisti che parteciparono alle registrazioni dell’omonimo album del 1980: Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano, tastiere ed organo), Rosario Jermano (percussioni) ed anche Rino Zurzolo al contrabbasso, ed Elisabetta Serio alle tastiere.

Questa la track listing di NERO A METÀ LIVE(versione Doppio Cd): CD1 “A testa in giù”, “I Say i sto cca”, “A me me piace o blues”, “Voglio di più”, “Resta resta cu mme”, “Alleria”, “Appocundria”, “Sulo pe parlà”, “’Na tazzulella ‘e caffè”, “I Got the Blues”, “Quando”, “Chi tene o mare”; CD2 “Abusivo” (inedito del 1975), “Sotto ‘o sole”, “E so cuntento ‘e sta”, “Quanno chiove”, “Musica musica”, “Nun me scuccià”, “Puozz passa’ nu guaio”, “Tutta n’ata storia”, “’O scarrafone”, “Yes I Know My Way”.

“Nero a Metà” uscito nel 1980 è l’album della consacrazione per Pino Daniele, simbolo di quel sound inconfondibile, diventato suo marchio di fabbrica in Italia e all’estero. Le melodie, la fusione tra tradizione partenopea, blues, rock e jazz hanno reso questo disco un pilastro della musica italiana.

 

 

Milano, 8 giugno 2015

Ufficio Stampa: Parole & Dintorni

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