Pino Daniele. Il ricordo del fotografo ufficiale, Roberto Panucci: "Era un uomo generoso e sorridente"

            

                (05 gennaio 2015)

 

 

“Se oggi dovessi ricordarlo con una mia foto ne sceglierei una scattata a Verona, nel settembre del 2014. È un’immagine in cui Pino si inchina per salutare il pubblico; e i fari e le luci che si vedono nel buio sembrano delle stelle che lo accompagnano, questa volta per l’ultimo viaggio”. Così Roberto Panucci, il fotografo ufficiale di Pino Daniele, ricorda in un colloquio con l’HuffPost il cantante deceduto nella notte per un infarto. Una notizia che ha scosso il mondo della musica, tutti. E anche, naturalmente, chi con Pino ha lavorato a stretto contatto. Nel caso di Roberto, tre anni in giro per tour e concerti. L’ultimo incluso, quel “Nero a metà” di dicembre che ha toccato sei date tra Roma, Napoli e Milano.

Roberto ripete che non se lo aspettava. “Non è un segreto per nessuno che Pino avesse problemi al cuore e alla vista. Erano tutti molto attenti, a non farlo stancare, a farlo riposare. Eppure, che non arrivasse a 60 anni sono sicuro che nessuno poteva prevederlo”.

Quali sono le sue foto che secondo lei lo rappresentano di più?
Così, senza pensarci troppo, direi una del 2012, scelta peraltro come locandina per il concerto di Napoli “tutta ‘n’ata storia”. E’ una foto semplice, in cui impugna la chitarra e sorride, con una smorfia da rocker. Ecco, per me Pino è così e voglio ricordarlo così: uno che sorride, felice.

Ce ne sono altre, legate a momenti particolari?
Se penso alle più recenti, mi piace molto quella di Conegliano, scattata appunto qualche settimana fa durante l’ultimo tour. Anche qui, con l’amico Tullio De Piscopo, era felice. Così come secondo me lo rappresenta bene la foto in cui Fiorella Mannoia appoggia la testa sulla sua spalla, sempre a Verona.

Con Fiorella Mannoia erano molto amici, vero?
Sì, ma non è per questo. Per me Pino era un mostro sacro, il grande mito della mia adolescenza. Iniziando a lavorare con lui ero quasi timoroso, avevo un grande rispetto. Poi ho scoperto quanto sia una persona semplice e diretta. Davvero, un antidivo capace di mettere a proprio agio chiunque. A partire dal palco. La capacità di Pino di condividere il palco con i suoi ospiti mi ha sempre colpito molto: era un uomo generoso, che non prevaricava mai e lasciava sempre spazio agli altri. Era uno che credeva nei giovani, anche quando – come nel caso di Emma Marrone – le critiche non mancavano.

In cosa dimostrava la sua semplicità?
Condivideva con il pubblico dei sentimenti anche molto personali. Mi ricordo di quando sua figlia era tra il pubblico e lui disse che per forza, a quel punto, doveva dedicarle la sua canzone, “Sara non piangere”. Sara era appena tornata da un viaggio, e Pino disse che anche se era diventata grande – come ogni genitore – l’avrebbe sempre vista piccola, uno scricciolo da difendere.

Un ultimo ricordo?
Nell’ultimo tour era felice. Più felice del solito. Per questo mi sono ricordato della foto di lui che sorride con la chitarra. Perché nelle ultime settimane ha sorriso spesso. Era sul palco con gli amici di sempre, e si vedeva che si divertiva, che era sereno. Si lasciava andare a dei fuoriprogramma, ad assolo emozionanti. Ne parlavamo anche con i tecnici: ci siamo resi conto che quando è felice, i concerti riescono meglio.

 

 

di Michela Rossetti

«Siamo orgogliosi di avergli fornito la chitarra Paradis»

 

(06 gennaio 2015)

 

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente ricorda Pino Daniele come un professionista puntuale e preciso, esigente al punto giusto e senza alcuna velleità da star. Tanto garbato e rispettoso del lavoro altrui (si ricordava anche dopo anni delle persone con cui aveva lavorato), quanto riservato nella vita privata. Nei tour si è avvalso spesso di contributi veronesi. Il responsabile di Musical Box, Giambattista Zerpelloni, l’ha seguito per 25 anni nel soundcheck e gli ha fornito chitarre che ne hanno caratterizzato il percorso musicale: «La musica era tutto per lui», racconta. «Ha sempre continuato a studiare e di recente si era dedicato alla chitarra flamenco. Sono orgoglioso di avergli fornito la chitarra Paradis, che viene conosciuta come la chitarra di Pino Daniele, la Framework e la nostra Slidesender». Sulla tecnica slide di Pino Daniele esistono corsi e tutorial su YouTube. Quello che forse non esiste è un corso su come avere la stessa passione e attenzione per lo strumento.

Pino e Giambattista Zerpelloni

Davide Bonato lo ha seguito come tecnico del suono in diversi concerti: «Provava ogni qual volta che si trovava con una chitarra in mano», ricorda, «in camerino come nel back stage, ed esigeva che le sue chitarre fossero trattate con la massima attenzione». Questo l’artista. Ma l’uomo? «Quando lo incontrai per la prima volta mi sembrò di aver fatto 13», dice Zerpelloni. «Ho partecipato al suo matrimonio e l’ho sentito l’ultima volta qualche giorno fa per gli auguri. La nostra amicizia era basata sulla schiettezza. Fin da subito abbiamo messo le cose in chiaro. Negli anni ci sono stati alti e bassi e il nostro rapporto è resistito grazie alla stima reciproca e alla correttezza da ambo le parti. Ne abbiamo parlato proprio lo scorso dicembre, quando è stato qui e gli ho ricordato di essere la persona con cui ha avuto la relazione professionale più lunga dopo il figlio Alessandro».

di Dunya Carcasole

"Tu dimmi quando – Pino Daniele", Rai 2 presenta Unici

 

Ad un mese dalla scomparsa, Rai 2 dedica a Pino Daniele una serata speciale della serie “Unci“. L’appuntamento,  dal titolo “Tu dimmi quando – Pino Daniele”, in onda martedì 3 febbraio, alle 21:10, raccontato dall’autore Giorgio Verdelli, che ha conosciuto  bene l’artista, vuole essere il ritratto del musicista, della città e dell’esplosione di creatività che negli anni 80’ ha reso Napoli protagonista di un grande rinnovamento.

Pino Daniele è stato soprattutto espressione di una peculiare relazione col territorio, in un rapporto “intimo” con Napoli… una intimità che non gli ha impedito di diventare artista internazionale e una sorta di “guru” di quella musica dell’anima che oggi si definisce glocal. Ma Pino Daniele ha una importanza che va molto aldilà della valenza musicale delle sue canzoni. L’artista, insieme ai tanti musicisti che hanno collaborato con lui e hanno creato un suono unico, ha significato una Napoli diversa, antichissima e moderna insieme, in cui gli spiriti della “Bella ’mbriana” e quelli del pallone andavano a braccetto col blues, Pulcinella, la tamurriata ed il funky.

Le sue canzoni, oggi più che mai fanno da guida, conducono, alla stregua di “genius loci”, in tanti percorsi all’interno della città e dei “mondi” raccontati: il mondo di un ragazzo che non si accontentava della “tazzulella ‘e cafè” perché aveva una urgenza di raccontarsi dentro quella che per sempre è rimasta “Terra Mia”.

Nel programma importanti contributi di amici e collaboratori del cantautore partenopeo: da James Senese a Tullio De Piscopo, Toni Esposito, Rino Zurzolo, Joe Amoruso, Gigi De Rienzo, Ernesto Vitolo sino ad Enzo Avitabile, Rocco Hunt e Clementino.

Spicca un’intervista esclusiva ad Edoardo Bennato, che ricorda le origini musicali di Pino Daniele, con cui ha condiviso anche alcuni musicisti. Ancora Roberto De Simone, fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare, il regista ed autore Mario Martone,lo scrittore Maurizio De Giovanni oltre ad un particolare omaggio realizzato da Tony e Peppe Servillo.

Enzo Gragnaniello torna nella scuola elementare che frequentava con Pino Daniele e ritrova il registro di classe. Dalla scuola al vicino Bar Battelli, dove Gragnaniello faceva il garzone e di cui si parla nel brano “Na Tazzulella ‘E Cafe’”.

Altro luogo molto amato dal cantautore è la Pizzeria del Gallo, nel rione Sanità di Napoli: in questo locale Pino Daniele ha scritto, appuntandole sui tovaglioli, le prime canzoni.  Lo ricordano Rosario Jermano, il primo a suonare con il musicista, Peppe Lanzetta e Gino Giglio.

Non mancano filmati inediti, come quello del 92 ad Umbria Jazz dove nel backstage arriva anche Massimo Troisi o  una festa privata dei primi anni ’90 con l’artista che suona la celebre “Quando” ma anche una cover di  Hendrix. Ancora Ciro Ferrara ci mostra il filmato della festa a casa sua con Pino che suona Je so Pazzo e Maradona che balla con gli altri calciatori del Napoli.Altri momenti inediti saranno raccontati da Gianni Guarracino (della prima band di Daniele) e dal leader degli Osanna, Lino Vairetti, che nel 1975 si occupava anche di fotografia e realizzò alcuni scatti per l’esordio discografico di Pino Daniele. Alcune di quelle foto, mai viste sino ad oggi, saranno mostrate nel corso dello speciale “Unici”.

Non mancheranno provini inediti, che faranno ascoltare la versione embrionale di “Napule è” e ricordi del fratello Nello Daniele, di Gianni Minà, Eros Ramazzotti e Renzo Arbore.
Unici” è un programma scritto e diretto da Giorgio Verdelli con la collaborazione  di Annalisa Manduca, Umberto Santoro e Silvia Fiorani.

 

unici.rai.it

Pino Daniele, "così timido e riservato, vi racconto il genio in bianco e nero"

    (13 gennaio 2015)

Intervista a Cesare Monti, l’artista che firmò le copertine dei dischi storici di Pino Daniele: “Passavamo ore a parlare di musica”

 

Il mitico gruppo è tutto lì, in una foto in bianco e nero che a Napoli è famosa almeno quanto quella dei Beatles sulle strisce di Abbey Road. Non manca nessuno. Pino Daniele, James Senese, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Tony Esposito e Rino Zurzolo. La scattò Cesare Monti, fotografo, artista visivo, regista, ma soprattutto l’autore delle copertine di album che hanno fatto la storia della musica italiana. Nel suo studio di Milano, negli anni Settanta, sono nate le cover di dischi per i Dik Dik (gruppo in cui milita il fratello Petruccio Montalbetti), Lucio Battisti, Fabrizio De André, Pfm, Edoardo Bennato, Ivano Fossati. E Pino Daniele, appunto, di cui ha firmato le copertine degli album “Pino Daniele”, “Nero a metà”, “Vai mo’” e “Bella ‘mbriana”. Nacque subito un’amicizia. «Avevamo un feeling speciale — racconta Monti — ho lavorato con molti musicisti importanti ma lui è uno dei pochi di cui sono andato a sentire un concerto. Battisti è stato il più grande musicista che ho incontrato, ma Pino è quello che ho amato di più».

Ricorda il vostro primo incontro?
«Fine anni Settanta, il periodo in cui cominciavo a staccarmi dalla discografia. Però Pino mi piaceva e volevo lavorarci. Venne a Milano, io e mia moglie lo portammo in un negozio a comprare dei vestiti nuovi, perché lui vestiva un po’ così… da scugnizzo diciamo. Era un ragazzo timido, un gigante buono».

Lei è l’autore della foto che ritrae Pino Daniele con il suo gruppo storico.

«Mi hanno detto che è diventata un simbolo a Napoli. La scattai allo Stone Castle di Carimate, dove Pino stava registrando “Vai mo’”. La nostra collaborazione però era cominciata qualche anno prima, con la copertina del disco “Pino Daniele” con le quattro foto in ordine di tempo».

Che è anche una sorta di rompicapo.

«Sì, perché solo la prima e l’ultima hanno lo stesso orario anche se non sono uguali. La scattai nel bagno del suo albergo sotto la Galleria del Corso a Milano. Il concetto alla base è la ciclicità della vita. Riprende la teoria dei corsi e ricorsi storici di Francesco Guicciardini: le cose si ripetono continuamente, ma ripetendosi cambiano anche se di poco».

È la sua foto più bella?
«Io preferisco quella in bianco e nero, sempre di quell’album. Pino seduto su un panca con la chitarra, con la testa rivolta di lato. Sembra un Donatello».

 

Scatti inediti di Cesare Monti (tratti da repubblica.it)

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Poi ci sono “Nero a metà” e “Bella ‘mbriana”.
«La copertina di “Nero a metà” è nata all’improvviso. Ci incontrammo sulla strada tra Roma e Siena e mi venne l’idea di fare questa foto di Pino con chitarra in spalla e un fiumiciattolo alle spalle. Per “Bella ‘mbriana” invece siamo sulle scale della mia casastudio di viale Monte Nero a Milano. Ho voluto scattarla lì perché ci vedevo un’ambientazione napoletana, le scale di un palazzo un po’ fatiscente del centro storico».

Pino frequentava la sua casastudio?

«Sì, veniva sempre a trovarmi. Ma non era il solo, anche De André si fermava spesso, sembrava un club, un ritrovo di artisti. Ricordo che appena arrivava Pino, tante volte in compagnia di James Senese, mi diceva: “Cesare, fà nu cafè, jà”. E si restava lì per ore a parlare di musica».

Qualche episodio particolare?
«Una volta mi raccontò che il riferimento a Masaniello in “Je so’ pazzo” è legato a un’esperienza diretta, a una presenza che “abitava” nella casa in cui viveva da piccolo e che lui pensava essere lo spirito di Masaniello. Da lì quindi «Masaniello è turnato». Un’altra volta mi raccontò della sua sorpresa per piazza Plebiscito strapiena in occasione del suo concerto del 1981. Appena intonò “‘Na tazzulella ‘e cafè”, la gente cominciò a cantare così forte che Pino non riusciva nemmeno a sentire la sua voce. Mi disse: “Capisci, Cesare? Cantavano a squarciagola una canzone che io avevo scritto così, un giorno, al cesso. Incredibile”».

Un affetto travolgente.

«Ma i napoletani sono così. Autentici, di cuore e dotati di un’ironia impareggiabile. Ne ho conosciuti tanti: Edoardo Bennato, Enzo Avitabile, Lino Cannavacciuolo. Io, milanese doc, ho sempre lavorato benissimo con loro, mi sono sempre divertito. Hanno la forza di una cultura unica e una passione straordinaria. De Piscopo, per esempio. Ha una vitalità eccezionale, ci mette il cuore in quello che fa. E poi l’amore dei napoletani per Pino credo rappresenti la voglia di rivalsa di una città che vuole liberarsi dall’oleografia e tributare il giusto riconoscimento a un musicista di altissimo livello».

Il successo cambiò Pino?

«Divenne più sicuro di sé, ma mai presuntuoso. Battisti invece era uno sempre molto convinto delle sue possibilità. Pino, in questo, somigliava più a De André».

Dicono fosse burbero.

«Non è vero. Era timido e riservato, sì. I burberi spesso sono timidi, basta trovare la chiave per farli entrare dentro di te. Poteva dare quest’impressione, ma in realtà era un uomo molto dolce, affettuoso, profondo. Come il suo amico Troisi. Un uomo burbero e antipatico non scrive quei capolavori».

Ai funerali in piazza Plebiscito c’erano centomila persone. A Pino, così schivo, avrebbe fatto piacere?
«Penso proprio di sì. Non credo che possa non far piacere così tanto amore, no?».

 

di Mario Basile

«Ciao amico vero, finto scorbutico, ma umile con tutti»

    (6 gennaio 2015)

Il ricordo di Gino Paoli

 

Un artista, uno di quelli veri, è come una mosca sulle ali di un’aquila. Sale in alto, ma non dimentica mai come è arrivato lassù. Qualcuno ce l’ha portato. Quelli che sono venuti prima di lui. Pino Daniele era un artista vero. E morire così giovane è una cosa tremenda. Soprattutto in Italia dov’è facile dimenticarsi delle persone, che si chiamino Sergio Endrigo o Umberto Bindi. Ogni tanto qualcuno mi chiede se è vero che un artista vorrebbe sempre andarsene mentre è sul palco. Credo di sì. Che sia una vittoria perché in quel momento la gente è venuta ad ascoltarti. È la conferma che sei ancora vivo.

A Pino non è successo, ma ogni volta che entrava in scena, e lo ha fatto sino all’ultimo, sapeva di dover stare attento. In quei momenti un artista vero palpita di adrenalina, che al cuore non fa per nulla bene. E lui aveva un cuore malandato da anni. Eppure rischiava. Ha fatto quello che voleva sino in fondo, anche sapendo a cosa andava incontro.

Lo conoscevo quasi da sempre. Quasi quarant’anni fa ho fatto una serata al Teatro Tenda con un gruppo chiamato Napoli Centrale. Pino era il bassista. All’epoca avevo un impresario, Willy David, che voleva fare anche il produttore. Qualche tempo dopo mi dice: «Puoi venire ad ascoltare questo ragazzo, non riesco a capire se devo portarlo avanti oppure no…». Credo fossimo a un Premio Tenco: Pino cantava “’Na tazzulella ’e cafè” accompagnato alle percussioni da Tony Cercola. L’ho ascoltato con attenzione, poi ho detto a David «con questo sì che te la cavi, è sicuramente uno che vale qualcosa…». In seguito ci siamo visti spesso, e per il mio album “Appropriazione indebita”, nel 1996, gli ho chiesto se potevo cantare “Napule è”: poche volte ho visto un collega così sinceramente contento di affidare una sua canzone a un altro. Che volete che vi dica? Pino Daniele era proprio un buon ragazzo.

A volte lo scambiavano per scorbutico ma era solo un equivoco: non ci vedeva bene e dava questa impressione. La gente mi chiedeva: ma non guarda mai in faccia? E io sorridevo perché capivo la sua tensione ad andare sul palco, con quel suo cuore, ma anche la sua voglia di starsene concentrato a pensare alla musica. Pino viveva per suonarla davanti alla gente, oggi invece ci si rifugia dietro un disco, che è più facile. Era assorto sulla propria vena creativa, quindi poteva sembrare scontroso o indifferente. La sua vita d’artista era più importante di tutto il resto.

Così imparava tutto da tutti, macinava Napoli ma anche il resto del mondo. Ed è così che si fa. Illudersi di inventare qualcosa è da idioti, avere l’umiltà di fare proprie tante idee di chi è venuto prima invece è il modo giusto di fare questo mestiere. Pino cantava se stesso, e così raccontava Napoli. E lo faceva tutto da solo. Come un vero cantautore. Categoria un po’ autistica, se ci pensate bene. Ci chiamò così Maria Monti, volendo trovare un nome a gente che non voleva spartire nulla con gli altri. Pino aveva imparato alla perfezione, mi diceva che scriveva di getto musica e parole. In questo modo oggi continua a vivere nella musica. Lo so, sembra una consolazione perché se pensi che non c’è più ti si stringe il cuore. E vale per tanti altri bravi artisti. Però è anche vero che quando se ne vanno quelli davvero bravi, ti senti più povero, ti manca la loro compagnia, la loro creatività. Ecco perché ogni giorno, ogni volta che vai su un palco pensi che ciò che dai alla gente ti farà vivere ancora, anche dopo che non ci sarai più. E vale anche per uno scienziato, un pittore, uno bravo nel suo lavoro. Mentre quello che hai preso agli altri scomparirà con te. Sulle ali dell’aquila, la mosca potrà essere anche pochi millimetri più in alto. Ma dovrà sempre mostrargli gratitudine.

 

 

di Gino Paoli

Pino, quel sorriso blues che befferà pure la morte

     (19 gennaio 2015)

Lanzetta: conosceva l’allegria, non scappava dal dolore

 

La mia cagnetta Sofia non sa. Mi ha visto immalinconito in questi giorni ma lei non capisce il blues, non sa di chitarre, Clapton, Peter Frampton, Richie Havens & C. Lei è l’antidoto al dolore che la vita ci propina. E noi vassalli di un padrone despota ci lasciamo trafiggere. E il padrone stavolta s’è portato un ragazzone timido, comico e malinconico, che non sapeva di Mississippi quando per Santa Chiara col suo registratore Geloso (di marca) provava a dire: no, perché io suono…

Erano anni azzurri e più innocenti, erano anni che poi sarebbero diventati anni meravigliosi, in giro per l’Italia e urlare: Vaimo’… Vaimo’…

L’amore che il popolo di tutta Italia ha tributato a Pino Daniele, è l’amore che si ha per chi, pur conoscendo l’allegria non è mai scappato dal dolore.

I suoi occhi sono stati il blues come le sue vene e le sue arterie, il suo sorriso, il suo corpo da gigante buono un po’ burbero ma solo per difesa. Ho visto gente venire da Udine e Catania, Venezia e Reggio Calabria. E addossarsi ai suoi fratelli, di sangue e non, quella tribù napoletana unica al mondo che con compostezza sa piangere i propri figli e li consegna al mito.

Pino già era mito perché le sue canzoni erano sempre tre metri sopra il cielo, sopra le fogne, sopra i viadotti di Pianura, sopra le discariche abusive, sopra la corruzione dei politici, sopra il malaffare, sopra la meschinità, ma soprattutto dentro agli anfratti che solo chi è nato nei Decumani può sapere intuire, leggere, vedere, raccontare, cantare.

Pino sono le polpette fritte della domenica, il fritto di pesce di Porta Nolana, i panzarotti di via Tribunali, la speranza mista alle sopravvivenze del lunedì mattina di chi teneva il mare ma lo doveva solo guardare. Perché quel mare era di altri. Con Pino Daniele il mare di Napoli è diventato il mare della gente, della plebe, dei Tonino e Ciruzzo, di AnnaMaria e Rosetta. Un mare di emozioni che come uno tsunami li ha poi travolti, facendoli sentire almeno una volta nella vita protagonisti.

E ora con le teste abbassate quelli che sono cresciuti con le sue canzoni rimangono smarriti e aprono le loro finestre da cui alto si leva il suo canto, la tristezza di Caetano Veloso che sposa l’allegria di George Benson, la maglia di Gato Barbieri che abbraccia l’ancestrale lamento di Mercedes Sosa. Sarà difficile far finta di niente, far finta che tutto ritorni normale.

Ma in una notte di Secondigliano magari lo vedrò scendere da una macchina coi suoi capelli bianchi e il pizzetto nero e attorno a lui con le mani alzate tanti ragazzi persi e blues, amari e forti, campioni e condannati, chiedergli di cantare ancora. E lui col suo sorriso che beffa pure lamorte intona: I say… je sto cca’!!!

 

di Peppe Lanzetta

Anche Pino Daniele per Capodanno Rai1

Conducono Insinna e Frassica. Ospiti Al Bano e Patty Bravo

 

 

(ANSA) – ROMA, 29 DIC – Sarà Pino Daniele, assieme a Patty Pravo e Al Bano, uno dei protagonisti della trasmissione del Capodanno di Rai1 ‘L’Anno che verrà’, che sarà trasmessa in diretta da Courmayeur, in Valle d’Aosta. La serata sarà condotta da Flavio Insinna e da Nino Frassica. Tra gli ospiti musicali è annunciata anche la cantante valdostana Naïf Herin. La trasmissione sarà presentata in conferenza stampa domani, alle 12.30, al Jardin de l’Ange di Courmayeur.

Su RAI 1 (in seconda serata) il sesto appuntamento con "CANZONE" (lo speciale dedicato alla grande musica italiana), protagonista PINO DANIELE

Dopo il successo delle precedenti puntate, è PINO DANIELE il protagonista del sesto appuntamento di “CANZONE”, speciale dedicato alla grande musica italiana. La puntata, intitolata PINO DANIELE “Nero a Metà”, andrà in onda martedì 30 dicembre in seconda serata su Rai 1 (dalle ore 23.25).

Un’ora di racconto tra musica e parole con cui il cantautore e musicista svela come è nato “NERO A METÀ” (1980), l’album della consacrazione per Pino Daniele, simbolo di quel sound inconfondibile, tra sonorità blues, rock, jazz e l’immancabile tradizione napoletana, che è diventato il suo marchio di fabbrica in Italia e all’estero. Protagoniste le canzoni più belle di Pino, da “Quanno chiove”, al brano che dichiara la sua passione di sempre, “A me me piace ‘o blues”, da “I Say I’ Sto Ccà” a “Nun me scuccià”: grandi classici che all’epoca definirono un nuovo stile musicale e che ancora oggi risultano di sorprendente freschezza.

Ad aneddoti e racconti inediti dell’artista sulle sue tante collaborazioni con i grandi della musica italiana e internazionale, si alterneranno le immagini della data di “NERO A METÀ” tenuta il 13 dicembre scorso a Roma. Una serie di concerti che ha visto Pino Daniele salire sul palco delle principali città italiane con uno spettacolo che racchiude tutta la sua storia musicale e l’identità di suono che ha caratterizzato il suo percorso artistico. Insieme a Pino la band composta dai musicisti che parteciparono alle registrazioni dello storico album “NERO A METÀ”: Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano, tastiere ed organo) e Rosario Jermano (percussioni), gli amici Rino Zurzolo (contrabbasso) ed Elisabetta Serio (piano) e con la partecipazione straordinaria di due musicisti che hanno arricchito e stimolato il percorso artistico di Pino: Tullio De Piscopo alla batteria e James Senese al sax.

PINO DANIELE “Nero a Metà” è un programma di Gianluigi Attorre e Paolo Biamonte, con la regia di Cristian Biondani e la consulenza artistica di Giampiero Solari. Una produzione di BALLANDI Multimedia e F&P Group.

 

Milano, 28 dicembre 2014

Ufficio stampa: Parole & Dintorni

Pino Daniele chiude il Nero a metà tour a Milano con Mario Biondi

Sul palco la band originale del 1980. Più di trent’anni dopo Pino Daniele riporta le canzoni di quello splendido album dal vivo. Ieri sera è stato l’ultimo concerto del tour: ecco le foto esclusive del musicista partenopeo e degli ospiti della serata

 

Si è chiuso ieri sera al Mediolanum Forum di Assago il “Nero a metà” tour di Pino Daniele, un’occasione unica per riascoltare le splendide canzoni di uno degli album più belli della discografia italiana, ancora oggi nella classifica dei “100 album più belli di sempre” di Rolling Stone Italia. Sul palco la band originale del 1980, composta da James Senese (sax), Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano), Rosario Jermano (percussioni) e, nel set acustico, Rino Zurzolo (contrabbasso), Elisabetta Serio (piano) e Tullio De Piscopo.

Un pubblico numerosissimo ha accolto l’artista partenopeo e la sua band per uno dei concerti italiani più belli del 2014. Sonorità geograficamente nate lontano da Milano, ma vicine agli spettatori presenti. «Il sound che portiamo sul palco» ha raccontato il musicista in una recente intervista «nasce direttamente da Napoli: anche se ora vivo a Roma, la mia città la porto sempre dentro, è inevitabile, il blues e la malinconia mediterranea vengono sempre fuori. Non escludo di scrivere un altro disco nel mio dialetto».
Un pubblico per gran parte, ma non solo, originario di Napoli e lo si capisce fin dall’attesa del concerto che trasforma il palazzetto in un piccolo stadio con l’orecchio teso verso gli ultimi momenti della finale della Supercoppa italiana di calcio.

Ospite speciale della serata milanese un amico di Pino Daniele, ovvero il cantante siciliano Mario Biondi, conosciuto per il suo timbro vocale inconfondibile per il quale è stato ribattezzato il Barry White italiano. Con lui «Je so’ pazzo» riacquista una nuova veste e una nuova interpretazione, tre le note bassissime di Biondi e il falsetto di Pino.
Grande chiusura per un tour meraviglioso, di quelli da non dimenticare.

 

 

di Pier Luigi Balzarini

Pino Daniele lunedì al Forum: «Sono ancora Nero a metà»

L’artista napoletano chiude il suo tour a Milano

 

Marchio di fabbrica di un sound a metà tra il blues dei neri americani e la musica popolare napoletana, «Nero a metà» è il simbolo della mescolanza, del meticciato sociale, culturale, artistico, ma soprattutto umano, di Pino Daniele. Il terzo disco del «mascalzone latino», dopo l’esordio genuino di «Terra mia» e la conferma dell’album omonimo del ‘79, quello di «Je so’ pazzo», ha dato il titolo al tour che termina lunedì 22 dicembre al Forum di Assago. «In questo live – spiega Pino Daniele – c’è tutta la mia storia musicale e verrà messa in evidenza l’identità dei suoni che hanno caratterizzato il mio percorso artistico. Il tour di “Nero a metà” è un tuffo nel suono vintage, in quella stagione ribattezzata “Neapolitan Power”, in cui ci ispiravano da un lato al black power, dall’altro alle nostre radici, per proclamare un’originalità artistica che paga ancora oggi».

In quest’ultima del tour, che avrà come guest star l’amico fraterno Mario Biondi (che duetta con lui in «A me me piace ‘o blues»), ci sarà la band originale del 1980 al completo, con James Senese al sax, Gigi De Rienzo al basso, Agostino Marangolo alla batteria, Ernesto Vitolo al piano, Rosario Jermano alle percussioni, mentre il set acustico vedrà sul palco Rino Zurzolo al contrabbasso, Elisabetta Serio al piano e Tullio De Piscopo alla batteria. «Io e gli altri musicisti ospiti – continua il 59enne cantautore napoletano – ci alterneremo sul palco e daremo vita a tante suggestioni. Dal rock al blues, dal funk al jazz, dalle sonorità latine a quelle più acustiche: racconteremo il disco, che suoneremo integralmente, e l’atmosfera magica del periodo in cui è stato scritto. Una dichiarazione di identità, una sorta di passaporto culturale, lontano anni luce da qualsiasi operazione nostalgica». Al centro dell’evento c’è la seconda vita di un disco appassionato, che ha fatto conoscere Daniele al grande pubblico, e un ritorno al blues partenopeo per non tradire le proprie radici musicali: «Il sound che portiamo sul palco nasce direttamente da Napoli: anche se ora vivo a Roma, la mia città la porto sempre dentro, è inevitabile, il blues e la malinconia mediterranea vengono sempre fuori. Non escludo di scrivere un altro disco nel mio dialetto».

 

 

di Paolo Carnevale

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