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Jovanotti, Ramazzotti e Senese nel nome di Daniele

 

 

Lo aveva promesso, un omaggio a Pino Daniele, e lo sta preparando, alla sua maniera, mentre al San Paolo fervono i lavori al palco a forma di fulmine con cui domenica tornerà nello stadio di Napoli, in cui esordì quel 13 giugno 1994. Era l’anno del supertrio Daniele, Jovanotti e Ramazzotti, «Pino ritrovava la sua città dopo una lunga assenza, era spaventato, entrò nei camerini a prima mattina e ci rimase chiuso fino al momento di entrare in scena: fu un sabba d’amore», ricorda Lorenzo Cherubini, che poi strinse amicizia con il nero a metà, e l’amico ha promesso di ricordare, oltre che l’artista, il caposcuola, il faro di riferimento, l’icona di una città-cultura e di un popolo musicale: «Farò qualcosa per lui, non so ancora cosa, ci sto ancora pensando», ha detto nelle settimane passate.

«È inevitabile, può essere frainteso, ma io sento di doverlo fare: mi esibirò nella sua casa, nel suo stadio, davanti alla sua gente… devo farlo, sarebbe illogico fare altrimenti». E lo sta preparando alla sua maniera, coinvolgendo in segreto l’amico che era con lui in quel tour mai documentato da un cd o un dvd, quell’Eros a cui è toccato l’ingrato compito di comunicare al mondo con un tweet la morte dell’uomo in blues. E poi cercando il musicista-simbolo della prima stagione creativa del neapolitan power, James Senese, un sassofono chiamato «Chi tene ’o mare, ’o ssaje, nun tene niente». Appena possibile proveranno, si sentiranno per capire cosa e come fare, in quale momento dello show inserire quella che doveva essere una sorpresa, valuteranno se ci saranno le condizioni per renderla realtà. Un supertrio inedito, un supertrio-citazione, un supertrio pronto al grido squassante della notte di Fuorigrotta: «Pino, Pino, Pino». Quando c’era lui al San Paolo era Troisi l’oggetto dell’omaggio, era «Massimo, Massimo, Massimo» il grido d’ordinanza. Oggi sul campo verde che fu casa di Maradona l’inno quasi ufficiale della squadra è diventato «Napule è», ed anche Vasco Rossi, riaprendolo alla musica, non ha potuto fare a meno di dedicare un pensiero ad uno dei maestri assoluti della canzone, e della musica, d’autore italiana. Quattro, sembra, i brani che Jovanotti, Senese e Ramazza («lo chiamavamo così con Pino») potrebbero proporre assieme, non si sa ancora quali, probabilmente tratti dal canzoniere pinodanieliano, probabilmente conditi da un rap-pensiero del ragazzo fortunato: «Fortunato di averlo conosciuto, di averlo frequentato, di essere stato ammesso nella sua famiglia», spiega.

«Ci frequentavamo con le nostre fidanzate poi diventate mogli, lui mi parlava sempre di musica, ed io mi nutrivo dei suoi insegnamenti. Il primo concerto che ho visto nella mia vita, al Palaeur di Roma, nel 1981, era suo, mi ha segnato l’esistenza, artistica e sentimentale. “Nero a metà“ è un album-capolavoro, per parole certo, ma anche per sound, lui aveva qualcosa che tanti altri grandi cantautori non avevano: la musica, la superband, il groove, il senso del ritmo, il saper parlare alla testa come al cuore, all’anima come ai piedi. “Yes I know my way” credo sia stato il primo funky italiano, arrabbiato, combattente, ma funky, anzi funkyssimo. Daniele sta a Napoli come Marley alla Giamaica. Come James Brown alla black music». Agli amici Pino confessava di aver imparato molto, a suo volta, da Lorenzo: «Frequentarlo, durante e dopo il tour del trio, mi ha consegnato una leggerezza nell’affrontare la quotidianità che avevo perduto», ammetteva, «Prima avevo paura di scendere per strada, di mischiarmi tra la gente, l’affetto del pubblico si trasformava in paranoia. Il suo sorriso, la sua semplicità, la sua maniera di affrontare le cose, e il successo, mi hanno aiutato non poco a fare la pace con me stesso, a ritrovare una normalità che credevo non essere più alla mia portata». Lorenzo in quei giorni canticchiava «Putesse essere allero», aveva studiato il dialetto per penetrare la poetica popolare di quel blues del Mediterraneo. Magari potrebbe chiedere a James di soffiare forte nel suo sax proprio sulle note di quell’antica perla. Quando tornò al San Paolo, stavolta ospite del lazzaro felice, il 18 luglio 1998, rappò chiaro e forte la sua ammirazione, devozione, amicizia: «Generazioni cresciute col suono di Pino Daniele/ la sua voce ci ha spinto come fossimo vele/ sul mare delle emozioni/ le sue canzoni il grido che è della città/ del vulcano che illumina la verità/ come una ninna nanna, come un grido di guerra/ come un canto d’amore per una donna/ per questa terra, per questa gente, per questi quartieri/ di grandi culture. di bianchi e di neri/ di vento, di Africa e sole orientale/ Pino Pino Pino Pino Daniele… Napoli Napoli Napoli capitale/ Pino Pino Pino Daniele». Vai Lorenzo vai mo’, sarà tenera la notte dell’abbraccio con Eros e con James, dell’abbraccio al mascalzone latino.

 

di Federico Vacalebre

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“Pino Daniele – Vai mò”, il post di Cesare Monti

Dopo il primo post tratto dal blog di Cesare Monti in cui ha raccontato il significato dell’artwork del disco “Pino Daniele” , in questo post del 2012 invece racconta dell’incontro con Pino (qualche anno dopo quel disco) in occasione della realizzazione di Vai Mò.

Post di Cesare Monti, venerdì 18 maggio 2012.

Quando lo incontrai per la prima volta, Pino era un ragazzo semplice e molto timido, poi quel suo modo di parlare un pò sottovoce ne facevano una persona deliziosa. Rincontrandolo dopo un paio di long playing anche se non erano cambiati i suoi modi, vidi che qualcosa in lui era mutato, era più sicuro anche quando camminava aveva un portamento convincente. In un momento di pausa quando a casa mia ci si trovava in cucina e le barriere cadevano, chiesi cosa gli era successo. Dopo aver bisbigliato frasi incomprensibili si decise a parlare con più chiarezza. L’anno prima il comune di Napoli aveva organizzato un grande raduno musicale in Piazza del Plebiscito. C’erano almeno duecento mila persone, ad un certo punto toccò a lui, salito sul palco fu accolto da una ovazione incredibile, dopo poco attaccò il pezzo che lo aveva reso celebre “Na tazzulella e caffè”, ma non riusciva a sentire la sua voce perchè tutta la piazza la cantava.
“ Capisci Cesare?!” mi disse ed io risposi “ E’ naturale, la conoscono tutti” e di nuovo Pino “E’ vero ma sentirla in quel modo mi dette i brividi, ma la cosa che mi fece riflettere era che stavano cantando una canzone che avevo composto scherzosamente mentre ero al cesso!!!”
Il rapporto che ho avuto con molti dei musicisti con i quali ho lavorato non si esauriva con la foto, o il progetto della loro copertina, andava oltre. Succedeva che passando da Milano venissero a trovarci, si mangiava insieme e si parlava di tutto, dei desideri, dei sogni, delle difficoltà, della vita insomma, alcuni si fermavano a dormire adattandosi, anche perchè non avevamo una stanza per gli ospiti. Durante una serata di queste, Pino mi raccontò che la canzone “Je sò pazzo” prendeva spunto da una sua esperienza. Aveva due zie con le quali viveva, da piccolo quando combinava qualche pasticcio o disubbidiva le due per punirlo lo rinchiudevano in una stanza che stava sul loro pianerottolo lontana dal loro appartamento. Dentro era buio pesto, succedeva che dopo poco tempo sentisse una presenza, non era amichevole perchè gli bisbigliava che da lì doveva andarsene. Non disse mai nulla per paura di essere considerato pazzo, ma all’età di diciotto anni fece delle ricerche e scoprì che quella era stata la casa di Masaniello l’eroe popolare che nel settecento si era messo a capo della rivolta di Napoli. Da qui è nata la frase “ I su pazzo masaniello è turnato”.

Post tratto dal blog di Cesare Monti

«Ciao amico vero, finto scorbutico, ma umile con tutti»

    (6 gennaio 2015)

Il ricordo di Gino Paoli

 

Un artista, uno di quelli veri, è come una mosca sulle ali di un’aquila. Sale in alto, ma non dimentica mai come è arrivato lassù. Qualcuno ce l’ha portato. Quelli che sono venuti prima di lui. Pino Daniele era un artista vero. E morire così giovane è una cosa tremenda. Soprattutto in Italia dov’è facile dimenticarsi delle persone, che si chiamino Sergio Endrigo o Umberto Bindi. Ogni tanto qualcuno mi chiede se è vero che un artista vorrebbe sempre andarsene mentre è sul palco. Credo di sì. Che sia una vittoria perché in quel momento la gente è venuta ad ascoltarti. È la conferma che sei ancora vivo.

A Pino non è successo, ma ogni volta che entrava in scena, e lo ha fatto sino all’ultimo, sapeva di dover stare attento. In quei momenti un artista vero palpita di adrenalina, che al cuore non fa per nulla bene. E lui aveva un cuore malandato da anni. Eppure rischiava. Ha fatto quello che voleva sino in fondo, anche sapendo a cosa andava incontro.

Lo conoscevo quasi da sempre. Quasi quarant’anni fa ho fatto una serata al Teatro Tenda con un gruppo chiamato Napoli Centrale. Pino era il bassista. All’epoca avevo un impresario, Willy David, che voleva fare anche il produttore. Qualche tempo dopo mi dice: «Puoi venire ad ascoltare questo ragazzo, non riesco a capire se devo portarlo avanti oppure no…». Credo fossimo a un Premio Tenco: Pino cantava “’Na tazzulella ’e cafè” accompagnato alle percussioni da Tony Cercola. L’ho ascoltato con attenzione, poi ho detto a David «con questo sì che te la cavi, è sicuramente uno che vale qualcosa…». In seguito ci siamo visti spesso, e per il mio album “Appropriazione indebita”, nel 1996, gli ho chiesto se potevo cantare “Napule è”: poche volte ho visto un collega così sinceramente contento di affidare una sua canzone a un altro. Che volete che vi dica? Pino Daniele era proprio un buon ragazzo.

A volte lo scambiavano per scorbutico ma era solo un equivoco: non ci vedeva bene e dava questa impressione. La gente mi chiedeva: ma non guarda mai in faccia? E io sorridevo perché capivo la sua tensione ad andare sul palco, con quel suo cuore, ma anche la sua voglia di starsene concentrato a pensare alla musica. Pino viveva per suonarla davanti alla gente, oggi invece ci si rifugia dietro un disco, che è più facile. Era assorto sulla propria vena creativa, quindi poteva sembrare scontroso o indifferente. La sua vita d’artista era più importante di tutto il resto.

Così imparava tutto da tutti, macinava Napoli ma anche il resto del mondo. Ed è così che si fa. Illudersi di inventare qualcosa è da idioti, avere l’umiltà di fare proprie tante idee di chi è venuto prima invece è il modo giusto di fare questo mestiere. Pino cantava se stesso, e così raccontava Napoli. E lo faceva tutto da solo. Come un vero cantautore. Categoria un po’ autistica, se ci pensate bene. Ci chiamò così Maria Monti, volendo trovare un nome a gente che non voleva spartire nulla con gli altri. Pino aveva imparato alla perfezione, mi diceva che scriveva di getto musica e parole. In questo modo oggi continua a vivere nella musica. Lo so, sembra una consolazione perché se pensi che non c’è più ti si stringe il cuore. E vale per tanti altri bravi artisti. Però è anche vero che quando se ne vanno quelli davvero bravi, ti senti più povero, ti manca la loro compagnia, la loro creatività. Ecco perché ogni giorno, ogni volta che vai su un palco pensi che ciò che dai alla gente ti farà vivere ancora, anche dopo che non ci sarai più. E vale anche per uno scienziato, un pittore, uno bravo nel suo lavoro. Mentre quello che hai preso agli altri scomparirà con te. Sulle ali dell’aquila, la mosca potrà essere anche pochi millimetri più in alto. Ma dovrà sempre mostrargli gratitudine.

 

 

di Gino Paoli

Pino Daniele, concerto a Roma 2014 di "Nero a metà" tour: la Neapolitan Power torna a vivere

 

I Grandi non hanno bisogno di presentazioni.
I Grandi non hanno bisogno di fare rumore, di praticare arti circensi sul palco durante un concerto per attirare l’attenzione.
Basta che i Grandi accennino un solo passo sul palco e la festa è pronta a cominciare.

Questo è quello che succede a Pino Daniele quando varca la soglia del proscenio e ringrazia per applausi, urla e sorrisi.
Ieri sera al Palalottomatica di Roma, il cantautore napoletano ha riportato i suoi fan indietro di trent’anni proponendo i brani della sua carriera degli anni ’80.

Stessa formazione del tempo (James Senese al sax, Agostino Marangolo alla batteria, Gigi De Rienzo al basso, Rosario Jermano alle percussioni, Ernesto Vitolo al piano. Ospiti speciali Tullio De Piscopo alla batteria, Rino Zurzolo al contrabbasso, Tony Esposito alle percussioni. Elisabetta Serio ha domato le tastiere e il piano), stesso sound e stessa consapevolezza di donare musica buona come sempre.
“Nero a metà” è il tour nostalgico – ma non in senso negativo – di Daniele che, a quasi 60 anni, rimane un’icona della musica italiana. Ne hanno avuta la certezza i fan che lo hanno accolto a braccia aperte, dai giovani ai diversamente giovani.

Quello che abbiamo ascoltato ieri sera non sono state solo le parole di un poeta (anche se dir questo non è poco), ma musica, quella che fanno i veri Musicisti che conoscono come le loro tasche metrica, ritmo, attacchi e stacchi. Basta un battito di bacchette, un riff di chitarra, un soffio accennato al sax che i brividi non stentano affatto ad arrivare.

“Nero a metà” è la storia del blues napoletano, la vivace essenza del rock, la melodia acustica, il funky perseverante, una commistione di generi che in Pino Daniele convivono come anime gemelle fatte l’uno per l’altra.
“Quanno chiove”, “O’ scarrafone”, “ Na tazzulella e cafè”, sino a “Napule è”, “Resta cù mmè”, “Io per lei”, “Nun me scuccià”, “A me me piace o blues”, “Je so pazz”, ogni canzone è un’emozione. “Nero a metà” resta uno di quei concerti che bisogna vedere almeno una volta nella vita per ricordarsi cos’è la musica, cos’è l’arte. Ed ogni tanto non fa male.

Come ama ribadire “non so buon” a parlare, Daniele parla con la musica, ha un rispetto ancestrale dei ruoli che la spocchia di certi musicisti di oggi hanno scordato.

Tony Esposito, Tullio De Piscopo, James Senese, poi, sono animali da palcoscenico e in questi casi l’età non conta, il talento rimane fulgidamente attaccato alla pelle di cotanti artisti come un veleno che nemmeno l’antidoto più potente riesce a debellare via.

 

 

di Antonella Dilorenzo

Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese mix esplosivo e scoppia la festa della musica

 

© Egidio Magnani

Sono passati 34 anni, dall’uscita del suo album ‘Nero a metà’ ma le sue canzoni ci appaiano evergreen perché la sua musica e i suoi testi sono ancora oggi attuali.

Stiamo parlando di Pino Daniele che dopo il concerto evento all’arena di Verona, è salito sul palco al Pala Florio di Bari, portando con sé la sua musica. Un concerto dove si traspira e si mescolano con armonia canti e usanze popolari napoletani, ma anche il sound mediterraneo, che si sposa e spazia con equilibrio tra i generi musicali del rock, del blues del funky e del jazz.

Propendetemene l’anima nera del cantautore napoletano emerge in questo concerto che ha preferito dare un’impronta più jazzistica ai suoi brani.

E’ proprio Pino Daniele prima di iniziare il concerto spiega che questo percorso per lui non è altro che un viaggio con un gruppo di amici iniziato tanti anni fa. Musicisti che per il loro piacere hanno sperimentato nuovi suoni e canzoni e che oggi vogliono condividerli e riviverli anche a noi.

Quindi con la sua immancabile chitarra inizia a intonare “A testa in giù” per poi “I say ‘i sto ccà” “ a me me piace ‘o blues”, “voglio di più”, brani del suo terzo album d’esordio ‘Nero a metà’ album che descrive la sua maturazione artistica e affermazione in campo nazionale.

Ad accompagnarlo sul palco una band di tutto rispetto, molti dei quali i suoi amici/musicisti/viaggiatori da Gigi De Rienzo al basso, Ernesto Vitolo alle tastiere e rhodes, Agostino Marangolo alla batteria, Rosario Jermano alle percussioni. Al piano Elisabetta Serio.

L’acoustic music è stata affidata a Rino Zurzolo al contrabasso per avvicendarsi con altri due amici da Tullio De Piscopo che con le sue bacchette è riuscito a far scuotere il Pala Florio come la musica appassionata del suono del sax di James Senese.

Fa l’ingresso sul palco la salentina Alessandra Amoroso che insieme a Pino in unplugged cantano “Quando” e “Vento di passione”.

E’ un crescendo il concerto di Pino Daniele dove gli spettatori gridavano i brani che volevano ascoltare e che non sono stati disattesi.

Infatti non poteva mancare “na tazzulella ‘e caffè”, “I got the blues”, “Je so pazzo”, “Che Dio ti benedica”, “e so cuntento’e sta”, “quanno chiove”, “nun me scuccia”, “o scaraffone”, “Yes I kown my way”, per terminare con “Napule è”.

27 brani che ci parlano di Napoli e delle sue incoerenze, ma che ci parlano dell’amore di Pino Daniele per la sua città e per la sua musica senza tempo.

 

 

di Anna deMarzo

Pino Daniele dopo 34 anni è ancora Nero a Metà

 
Il concerto barese di Pino Daniele ha regalato due ore di vera musica. Di vera classe e genio artistico. Una dote rarissima in un mondo musicale dominato da giovani cantanti promossi dai talent show che poco donano alla musica vera. Il 34esimo anniversario di Nero a Metà non poteva essere festeggiato che con i suoi grandi protagonisti.

 

Pino Daniele, l’album Nero a Metà. Uno degli artisti più geniali della musica italiana con un album che è una pietra miliare della musica internazionale sul palco del Palaflorio di Bari. Cosa si può dire su un artista che di cui si è già detto tutto? Di un artista che ha suonato con gente del calibro di Pat Metheny, Chick Corea, Eric Clapton, Bob Berg, Yellow Jacket, Vinnie Colaiuta e chi più ne ha più ne metta? Solo un aggettivo per lui: immenso. Sicuramente la nostalgia della composizione di un album di così rara bellezza è una componente di non poco conto. Ma come si fa a non amare un album che, tutt’ora geniale, è un mix tra blues, jazz, soul e melodico napolitano? Aggiungiamoci una band composta da Gigi De Rienzo e Rino Zurzolo al basso e contrabbasso, Agostino Marangolo e Tullio De Piscopo alla batteria, Ernesto Vitolo ed Elisabetta Serio alle tastiere, Rosario Jermano alle percussioni e James Senese al sax e la magia è completa.

Pino Daniele, nella serata barese, non ha semplicemente suonato. Ha incredibilmente dipinto la musica. Ha vestito la musica del suo abito più bello. Suonando ha detto: “La musica italiana è viva e non si trova certo nei talent show!” E come dargli torto! La serata passa da Appocundria a Vento di Passione, da Yes I Know My Way a Voglio di Più, da Alleria a Nun me Scuccià, con un’agevolezza senza tempo. Non sono note quelle che escono dalle casse del palco. Sono veri e propri brividi di piacere. Potrebbe essere facile tacciare questa recensione di esasperazione delle definizioni. Ma farlo significherebbe non comprendere fino in fondo la rivoluzione musicale che l’artista partenopeo ha portato in Italia dalla fine degli anni ’70. Pino Daniele ha preso il difficile sound del jazz e del nostalgico blues, il ballabile groove del funk e l’ha legato alla musica popolare napoletana. Dire che Pino Daniele non sia un genio assoluto significherebbe negare anche il solo titolo dell’album che festeggia i 34 anni di vita. Nero a Metà è, infatti, un chiaro richiamo al padre del Neapolitan Power: Mario Musella.

Il concerto barese è stato tutto questo turbinio di emozioni conclusesi con il bis di Napul’è (non poteva essere altrimenti) e con la ripresa di A me me piace o blues e l’improvvisazione di tutti gli artisti presenti. Luci accese a giorno, spettatori in piedi, sorriso stampato sul volto di Pino e un grande, ideale, abbraccio che la super band partenopea ha regalato al pubblico barese. Un pubblico in visibilio che, almeno per due ore, si è trovato in un mondo fuori dal tempo fatto di classe, arte, genio, amore e…magia.

 

di Andrea Dammacco

Pino Daniele a Bari, un pittore della musica che supera il tempo e diventa mito

 

Fotografia di Dario Fazio

Scrivere del concerto che Pino Daniele ha tenuto a Bari lo scorso giovedì 11 dicembre potrebbe essere quasi un banale esercizio giornalistico perché sul grande cantautore e musicista partenopeo è stato detto di tutto e tutto potrebbe riassumersi in un sintetico ma efficace “Immenso”.

Invece ha senso raccontare le tante sfumature di emozioni provate dal pubblico che ha letteralmente inzeppato il Palaflorio di Bari.

Pino Daniele si è esibito in compagnia dei suoi amici di sempre: Tullio De Piscopo (batteria), James Senese (sax), Rino Zurzolo (contrabbasso), Elisabetta Serio (piano), Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano, tastiere ed organo) e Rosario Jermano (percussioni). Musicisti assolutamente d.o.c. che hanno fatto la musica italiana ed in particolar modo quella di Pino Daniele.

“Nero a Meta”, il titolo del tour, è l’album che ha consacrato Pino Daniele nel lontano 1980 ed è stato il disco che ha accompagnato intere generazioni di appassionati di musica di qualità. Giovani di ieri e di oggi, insieme, hanno gremito l’ampio Palazzetto dello Sport di Bari ipnotizzati dall’originalissimo sound del musicista napoletano, che uno dopo l’altro ha snocciolato tutti i suoi più grandi successi: “Quanno chiove“, “Alleria“, “Voglio di Più“, “Nun me scuccià”,  “A me me piace ‘o blues” e tante altre, fino alla quanto mai attuale “Jé so pazzo” dove il pubblico a potuto liberare il suo personalissimo e catartico “Nun ce scassate ‘o cazzo”.

Pino Daniele non ha semplicemente suonato e cantato, ha dipinto quadri musicali con la sua voce e la sua chitarra. Pitture, ora a tinte forti, ora vagamente acquerellate che riescono sempre a raccontare storie di terre, di uomini, di mare, di profondi sentimenti e amori consumati. La lirica di Pino Daniele ha indossato il suo vestito più bello rendendosi capace di scavare nel cuore dello spettatore per donargli una personale e profonda carezza vitale.

Pino Daniele ha suonato e cantato con l’energia di un giovane affamato di musica e il carisma di un artista che è la musica fatta persona. E’ un musicista rubato al tempo, che sfida il tempo e lo vince assoggettando a sé mode e tendenze musicali che non possono far altro che infrangersi sul suo mito. In quest’ottica va letta la poco incisiva partecipazione di un’ancora acerba Alessandra Amorosoche ha provato a interpretare una canzone troppo caratterizzata come “Quando”. Non è facile cimentarsi in un brano come questo che da solo è una sceneggiatura e che incarna un altro mito italiano senza tempo, Massimo Troisi, il grandissimo attore partenopeo scomparso prematuramente nel 1994. L’Amoruso che canta un genere musicale troppo diverso è risultata alla fine della sua performance decisamente fuori contesto e quasi posticcia, ma è brava e si rifarà.

Il finale è stato nel segno di “Napul’è” e non poteva essere diversamente perché Pino Daniele, profondamente innamorato della sua città, non finirà mai di ringraziarla per avergli donato quello spirito poetico e quella sensibilità musicale che solo Napoli possiede.

Alla fine del concerto si sono accese le luci a giorno. Gli spettatori in visibilio hanno concesso un interminabile applauso; un’ondeggiare di mani e di braccia, di corpi e di cuori che sembravano uno sciame di api intorno alla sua regina. Pino Daniele ha allargato le braccia in un simbolico abbraccio, stringendo a se un pubblico fantastico, quello che a Bari, sia pure per due ore, ha superato il tempo e ha navigato in estasi nella storia della canzone italiana. Questa è la magia della musica.

 

 

di Antonio Curci

Pino Daniele torna a Bari ed è subito blues

“Nero a metà tour” al Palaflorio. C’erano Senese, De Piscopo e la Amoroso

 

Pino e i suoi amici. Gli amici di vecchia data, tutti sul palco del Palaflorio di Bari per ricordare il meglio del blues e dei vecchi successi di Pino Daniele, alcuni di questi arrangiati in chiave moderna.
E’ un revival che parte dagli anni ’80 e di quell’immarcescibile album “Nero a metà” che Daniele ha voluto riprendere in un tour cominciato a settembre all’Arena di Verona.
Si comincia con “A testa in giù”. Quindi è la volta di “I say I’ sto ccà”, accompagnato sempre dal contrabbasso di Rino Zurzolo.
E per proseguire con l’elenco degli amici di sempre, quelli che hanno dato vita a “Nero a metà”, ci sono anche Gigi De Rienzo (al basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano), Rosario Jermano (percussioni) e la partecipazione di Elisabetta Serio al piano.
Procede per gradi l’artista napoletano. Ce li fa conoscere uno dopo l’altro gli amici di sempre, i compagni di strada di quella melodia nata sotto il Vesuvio.
Prima però, l’ospite d’eccezione della serata: Alessandra Amoroso che accompagna Pino Daniele nella melodica “Quando” e in “Vento di passione” (brano famoso per il duetto Daniele-Giorgia).
E poi lo spazio è tutto per loro. Altri amici, che definire speciali per il percorso musicale di Pino Daniele è la cosa più giusta: un eccezionale James Senese al sax, anche lui nel progetto di “Nero a metà”. Il napoletano che si definisce “Afro-partenopeo”, regala pezzi di jazz che sembrano portarti a “New Orleans”. Sentite “Chi tene o’ mare” e resterete lÏ a pensare.
E che dire di un altro amico come l'”indiavolato” Tullio De Piscopo alla batteria.
Vengono fuori ricordi e magie musicali che con “Je so’ pazz” e il ritmo vertiginoso di “Che dio ti benedica”, solleticano le corde vocali di un Palaflorio pieno.
Si va avanti per più di due ore ripescando nei ricordi musicali che solo Pino Daniele ha saputo regalare in oltre 30 anni di carriera. “Ci sono canzoni che dopo molti anni – dice – ti accorgi che sono davvero molto attuali”.
Ed è sempre avvolgente, armonico, il suo fare di chitarra. Gli assoli di Pino Daniele sono inebrianti. Il pubblico ricambia con ovazioni da stadio quando lo sente intonare “Amici come prima”, “Resta Resta cu’ mmè” o “Io per lei”.
Finale caldo: De Piscopo continua a martellare sulla batteria. Daniele attacca con “’’O Scarrafone”. Tutti insieme a chiudere per il bis con una travolgente “Yes I Know my way”. Era il 1981.

 

 

di Gian Vito Cafaro

Pino Daniele è ancora un “nero a metà”

Torna la superband degli anni ’80
Con il cantautore partenopeo ieri sul palco del Palaflorio De Piscopo e Senese. Ospite della serata Alessandra Amoroso

 

Portatore sano di napoletanità, Pino Daniele irrompe sul palco del Palaflorio di Bari, imbracciando la sua chitarra e intonando A testa in giù.

«Nero a metà è la storia di un gruppo di amici e musicisti che viaggiavano insieme e facevano musica. Ancora adesso il viaggio continua, e vogliamo far rivivere questo suono con voi». Così il cantautore napoletano introduce il concerto Nero a metà che prende il nome dallo storico album del 1980, ricordato attraverso le successive tre canzoni (I say i’ sto ccà, A me me piace ‘o blues e l’”ancora attuale” Voglio di più).
Le luci si spengono. Un fascio di luce illumina il centro palco dove Pino Daniele (da solo con la sua chitarra acustica) interpreta Resta resta cu’mme e Amici come prima.

Il cantautore prosegue con Appocundria e Alleria, per poi introdurre Rino Zurzolo al contrabbasso ed eseguire insieme Sulo pe’ parlà. Special guest della serata è Alessandra Amoroso, accolta dal caloroso applauso del pubblico. Insieme alla cantante salentina, Pino Daniele duetta sulle note di Quando e Vento di passione, quest’ultima canzone riproposta con sonorità latine.

Con le entrate in scena del batterista Tullio De Piscopo e del sassofonista James Senese, si ricompone la superband degli anni ’80. Insieme eseguono senza sosta ‘Na tazzulella ‘e cafè, I got the blues, Je so’ pazzo, Chi tene ‘o mare e Che Dio ti benedica (conclusa con l’intro di Narcisista in azione).

Lasciando un attimo la chitarra, Pino Daniele si veste da semplice interprete vocale, proponendo una new version riarrangiata di Sotto ‘o sole. Il sound mai abbandonato di Nero a metà rivive nei brani seguenti: E so’ cuntento ‘e stà, Quanno chiove, Musica musica, Nun me scoccià e Puozze passà nu guaio.

La carriera dell’artista partenopeo è ripercorsa con successi senza tempo come Io per lei, Tutta nata storia, ‘O scarrafone e la travolgente Yes I know my way.

La serata si conclude con l’emozionante Napule è e con il pubblico in visibilio, mentre Pino Daniele e la sua band si congedano con il ritornello di A me me piace ‘o blues: «E sono mo, sono mo, sono mo».

 

 

 

di Giovanni Boccuzzi

"Nero a metà", il ritorno. Pino Daniele e i suoi: la musica di una vita

Sabato sera al Palalottomatica un appuntamento per ripercorrere 30 anni di carriera. Con lui James Senese e Tullio De Piscopo


E’ difficile, se non impossibile, non amare Pino Daniele. La sua musica, le sue canzoni, sono di quelle che è facile legare a doppio filo alla nostra vita, conservarle in qualche cassetto del cuore quando sono più sentimentali e appassionate, metterle in sintonia con le gambe quando spingono sull’acceleratore del ritmo, sedersi è ascoltarle quando sono musicali, raffinate, sorprendenti. È difficile non amare la musica di Pino Daniele perché non è mai uguale a se stessa, perché ha scavato solchi profondi nella cultura contemporanea del nostro paese, perché è ormai parte integrante della colonna sonora della nostra vita. È difficile non amare, poi, “Nero a metà”, prodigioso album con il quale più di trent’anni fa Pino si è ritagliato un posto d’onore nell’Olimpo della nostra musica, album geniale e popolare al tempo stesso, in cui creatività e ricerca si mescolavano sapientemente con l’ironia e l’intelligenza.

È difficile, quindi non andare a vedere Pino Daniele riproporre ancora una volta dal vivo le canzoni di quel disco, in un concerto come quello che terrà al Palalottomatica domani sera, accompagnato da una straordinaria band, quella con la quale diede vita a quel progetto e che ancora oggi è al suo fianco, composta da James Senese (sax), Gigi De Rienzo (basso), Agostino Marangolo (batteria), Ernesto Vitolo (piano), Rosario Jermano (percussioni), mentre l’Acoustic Set vedrà sul palco Rino Zurzolo (contrabbasso), Elisabetta Serio (piano) e la partecipazione di Tullio De Piscopo. Del resto è la formazione giusta per mettere sulla tela i colori musicali della sua tavolozza, il blues, il rock, il pop, il jazz, il funk, la melodica, le sonorità mediterranee e quelle più acustiche, in uno show che si muove sulle note dell’omonimo storico terzo album di Pino, dove protagoniste saranno le canzoni più belle di Pino Daniele, da “Quanno chiove”, al brano che dichiara la sua passione di sempre, “A me me piace ‘o blues”, da “I say i sto ccà” a “Nun me scuccià”.

E se è vero che dischi come “Nero a metà” non subiranno mai le ingiurie degli anni e resteranno sempre attualità, bellissimi, coinvolgenti, è anche vero che ascoltare dal vivo quelle canzoni ci consente ancor di più di verificarne l’attualità, e la capacità di Daniele di riproporle senza farle mai diventare oggetto di nostalgia. Pino è un grande cantante, un bravissimo autore, ma è soprattutto un’eccellente musicista, che assieme ai suoi musicisti riesce a rileggere, a interpretare, a ricostruire ogni sera in maniera diversa le sue canzoni, trasformandole in materia viva, in emozione bruciante, in commovente melodia. Ecco, dunque, l’appuntamento con Pino Daniele è di quelli che, per scrivere una frase davvero ovvia, è “da non perdere”, perché ogni concerto di Pino è un atto unico, irripetibile, diverso da tutti gli altri che ha proposto prima e proporrà ancora. Perché a differenza di molti suoi colleghi Pino Daniele è nato per suonare dal vivo, perché in concerto da il meglio di se, con la sua voce e la sua chitarra.

 

 

di Ernesto Assante

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